Per un giorno non ti parlo d’amore, ma di solitudine e depressione. Bolle di sapone e di solitudine, amori appena cominciati e già finiti ma anche polsi disperati. L’estate ‘25 ha la sua Musica leggerissima, non sanremese questa volta, ma sembra che nessuno se ne sia accorto.
C’è pure una strana assonanza tra queste tre parole (amore, solitudine e depressione), con tante e di disgiunzione. Eppure l’album Fuori menù di Golden Years nasce da un sacco di felici congiunzioni tristi, tutte orchestrate dallo stesso artista e produttore: Frah Quintale, nayt e prima stanza a destra con Anche se ti amo, Franco126 e Dov’è Liana con Tighididà, Fulminacci con Sottocosto, Ariete e Lorenzza con La Distanza, Drast e faccianuvola con Signorina Ciao, Coez con Mai. Un piatto misto, una satura lanx che ha ben poco di comico e tanto di malinconico. Qualcosa di inaspettato come quel languorino che viene in piena notte, e sei solo.

Sentirsi soli, no, quello non passa mai canta Calcutta, la voce che riesce a riordinare un po’ tutto il disordine bello del disco, dando voce anche a quella malinconia che, in estate, si scioglie e si dilata, come le molecole con il calore, fino a diventare depressione. Una bolla, la solitudine, che non scoppia ma galleggia nell’aria, in mezzo a noi, con la stessa leggerezza con cui la musica leggera rimane in sottofondo, nei supermercati, in palestra, nei quartieri, si annida nei pensieri e riesce a tenere in piedi una festa anche di merda.
“Leggerezza” è una parola che oggi abbiamo tutti sulla bocca: vogliamo a tutti i costi disambiguare e giustificare – evocando (e talvolta strumentalizzando), consciamente o meno, Le lezioni americane di Calvino – la nostra superficialità.



Ma Calvino parlava di letteratura, di scrittura, parlava di Perseo che deve sfuggire allo sguardo inesorabile di Medusa per poter tagliarle la testa senza lasciarsi pietrificare. Perseo riesce nella sua impresa appoggiandosi su ciò che vi è di più leggero: i venti e le nuvole; e posando il suo sguardo su ciò che può rivelarsi a lui solo “in una visione indiretta, in un’immagine catturata da uno specchio”. Solo guardando il suo nemico dallo specchio, Perseo riesce a scrutarne i movimenti e a sfuggirgli: la sua forza, scrive Calvino, sta nel rifiuto della visione diretta, non nel rifiuto del peso della realtà, del suo fardello che assume e porta con sé eccome, come tutti i protagonisti del mito. Siamo sicuri che noi invece non vogliamo solo sottrarci, sottrarre noi stessi e le nostre vite, al peso del mondo, piuttosto che sottrarre il peso dal mondo come Perseo?

Il mito è lo specchio a cui guarda Calvino per parlare del nostro mondo, della nostra Medusa pietrificante, la cui pesantezza, la cui inerzia e opacità risulterebbero insostenibili allo sguardo, intollerabili per noi moderni libertini in fuga, incapaci di comprendere che siamo noi stessi inerti e opachi senza mistero – direbbero Colapesce e Dimartino -, così immersi nella nostra indifferenza animale, che poche cose – come certe canzoni geniali – possono ancora restituirci una visione indiretta e, quindi, farci uscire dalla nostra bolla.