È ormai chiaro come l’ultimo progetto musicale di Carola Moccia, in arte La Niña, abbia stravolto il panorama musicale italiano attuale. Entrando, violenta e ruggente, in un territorio quasi assopito, l’artista, insieme alla sua band, è riuscita a risvegliare qualcosa di ancestrale e profondo.
I brani hanno attraversato, ferito il pubblico come lame affilate, facendo levare non una, ma più grida: di appartenenza, dolore, paura, rabbia, libertà, speranza. Individui di culture apparentemente lontane, uniti grazie alla robusta corda della musica e a tutto ciò di fortemente umano che essa riesce a veicolare.

FURÈSTA de La Niña, nonostante sia un istintivo e necessario figlio della sofferenza, è un album profondamente colto, ispirato dallo studio e dall’attento ascolto, sì, di musica tradizionale campana, ma anche, e forse principalmente, da una raffinata e profonda ricerca di repertorio di musica sacra, proveniente fin da metà del ‘500. Questo forte legame con il passato non funge, però, da ostacolo per la contemporaneità del disco, anzi.
Il risultato è un’opera integra e integrata, conscia delle sue radici e per questo solida nell’oggi, tanto nelle sperimentazioni musicali quanto nei testi poetici e crudi, e per questo inevitabilmente politici. Essi si interrogano, senza formalismi o maschere, sul dolore intimo e collettivo che permea il mondo: sulla guerra, la condizione femminile, la mercificazione di un popolo, ma anche sull’infanzia, sulla vita che anima la natura e gli animali intorno a noi.


In questo processo di immedesimazione viscerale, la musica stessa si “sporca” del mondo da cui nasce: molti dei brani del progetto vedono, oltre a strumenti ricercati, come la chitarra battente, e l’utilizzo penetrante e selvaggio della voce, la presenza di campioni e sample di elementi naturali o corporei. La stessa Carola ha fatto presente di come abbia suonato il tamburello anche con i suoi stessi capelli.
In “‘O BALLO D’ ‘E ‘MPENNATE“, per esempio, la linea di batteria è creata campionando il rumore secco degli zoccoli dei cavalli sulla terra cruda, mentre in background si possono udire nitriti e sbuffi, come uno schiocco di frusta: “musiche” di un cavallo indomabile che non vuole farsi sottomettere.

“OINÈ“, ambientata in un giardino, vede il litigio territoriale tra un serpente e un gatto, ed è introdotta da un ambientale creato attraverso il canto degli uccellini, lo strisciare nell’erba del primo protagonista, il serpente, e i soffi e miagolii del secondo, ovvero il gatto.
La traccia successiva, “TREMM’“, vede, invece, registrazioni di vari tamburi e tammurriate, volte a ricreare il boato del terremoto che si avvicina. Oltre a ciò, è stato ricreato anche un suono che simuli una crepa nella crosta della terra, suono che attraversa il cranio dell’ascoltatore, spaccandolo a metà come il terremoto stesso.

Il disco si chiude con “PICA PICA“, accompagnato da un magico aneddoto: due gazze visitano La Niña ogni volta che si mette a cantare in giardino. Sta a questa situazione stregata e connessa il compito di chiudere l’album su una nota di speranza. Lo stesso pubblico è immerso nel verde del giardino, con il viso accarezzato dal sole e il canto delle gazze nell’aria. Il brano finisce con una dissolvenza dalla natura al silenzio, in ascolto del chiacchiericcio di questi uccelli furbi e affascinanti, e delle loro ali che, sbattendo, li fanno esistere liberi nel cielo. A noi umani questo non è dato, ma loro la rassicurano: ogge nun è l’urdemo juorno ca t’hê ‘a sceta’, e si pure fosse tu pienz’ a canta’.