“Over, under and in between” è un progetto site-specific concepito dall’artista Mona Hatoum ospitato da Fondazione Prada dal 29 gennaio al 9 novembre 2026.
Attraverso la realizzazione di queste opere l’artista porta in superficie le sue idee interrogandosi e facendo riflettere lo spettatore sulla fragilità e sul pericolo dell’esistenza contemporanea. L’instabilità raccontata dall’artista crea un dialogo con lo spazio e, in particolare, con l’esperienza fisica dell’utente.
I primi lavori di Mona Hatoum
Hatoum nasce a Beirut nel 1952.
Durante gli anni settanta vive a Londra, dove rimane bloccata a causa della guerra civile libanese, evento che segna profondamente la sua vita e il suo lavoro. Sarà dopo questa esperienza che l’artista studierà e porterà in superficie il suo malessere legato alla condizione forzata di esilio e, di conseguenza, a quella che è la sua percezione verso la precarietà dell’esistenza.
Durante questi anni emergono infatti le sue attività artistiche più performative che mettono in scena il corpo come luogo rappresentativo della vulnerabilità e del conflitto interiore.
Una delle sue opere chiave realizzate in questo periodo è infatti “Measures of Distance” (1988), in cui l’artista intreccia immagini del corpo della madre con lettere e testi in arabo e in inglese, riflettendo sulla distanza, sull’intimità e sulla diaspora.


Mona Hatoum born 1952 Purchased 1999

La produzione degli anni Novanta
A partire dagli anni Novanta, invece, l’artista si orienta sempre più verso installazioni e sculture ambientali, tipologie di opere che continua a sviluppare ancora oggi e grazie alle quali emergono alcuni dei suoi elementi chiave, presenti anche in “Over, under and in between”.
Griglie e strutture modulari richiamano l’estetica del minimalismo, caricandolo però di una forte tensione emotiva; tensione che ritroviamo anche in alcune delle sue opere composte da arredi domestici “trasformati” in oggetti inquietanti (sedie elettrificate, letti metallici e utensili ingigantiti).
Fragilità e destabilizzazione nelle opere di Mona Hatoum
Il lavoro dell’artista è spesso definibile ambiguo, un mix tra tutto ciò che possiamo definire familiare e ciò che invece sembra essere minaccioso, incrociando la fragilità e con la destabilizzazione. Hatoum lavora spesso sulle contrapposizioni, comparando l’attrazione estetica e la minaccia latente. I suoi progetti risultano visivamente eleganti ma, nonostante ciò, generano nello spettatore un continuo disagio che impedisce a chiunque di rimanere neutrale. Chi partecipa ed entra all’interno delle sue opere si lega allo spazio da esse occupato percependone, letteralmente, sul proprio corpo il rischio.
Le sue strutture sono composte da materiali fragili, elementi sospesi e pesi che oscillano instabilmente, simboli che derivano dalle esperienze vissute in prima persona dall’artista.
Anche le installazioni presentate a Milano nella sede di Fondazione Prada, invitano a riflettere sull’instabilità del nostro tempo e sulla precarietà della vita.
La mostra di Mona Hatoum a Fondazione Prada
Le tre opere che compongono la mostra esplorano alcuni elementi identitari del vocabolario artistico di Hatoum: una ragnatela, una mappa e una griglia aleggiano all’interno dell’edificio Cisterna, che un tempo ospitava i silos e i serbatoi dell’ex distilleria di alcolici del complesso. I lavori, pur essendo indipendenti tra loro, rappresentano insieme i concetti di instabilità, pericolo e fragilità, creando un dialogo con lo spazio e, in particolare, con l’esperienza fisica del visitatore.



Un’ampia costellazione di delicate sfere di vetro trasparente soffiato a mano, collegate tra loro da fili sottili, crea una ragnatela sospesa al di sopra del visitatore.
“Una ragnatela può essere vista come una rete minacciosa che suggerisce un senso opprimente di intrappolamento, ma che allo stesso tempo offre una casa o un luogo sicuro. Per me, la grande ragnatela sospesa sopra di noi ha anche un significato poetico, quasi cosmico. Le sfere di vetro, bellissime e delicate, sono un riferimento diretto alle gocce di rugiada e ne evocano la fragilità e la luminosità. Possono anche assomigliare a una costellazione celeste. Mi piace vederla come un’allusione all’interconnessione di tutte le cose”. – Hatoum

Il pavimento in cemento della sala centrale della Cisterna è invece ricoperto da sfere traslucide di vetro rosso disposte a formare una cartina del mondo in cui però sono delineati solamente i contorni dei continenti, ignorando volutamente i confini politici e geografici. Le oltre trentamila sfere rosse, non fissate al pavimento, creano una configurazione instabile descritta dall’artista come “un territorio aperto e indefinito”, potenzialmente soggetto a forze destabilizzanti provenienti dall’esterno.

La visualizzazione del mondo sotto forma di mappa geografica non è infatti del tutto neutrale poiché storicamente ha incorporato dinamiche di potere politico e riflesso sistemi di dominio. Per questo, Hatoum, ha scelto di utilizzare la proiezione di Gall-Peters invece della più tradizionale proiezione di Mercatore. Questa rappresentazione corregge infatti le distorsioni delle dimensioni di alcuni territori presenti nella proiezione di Mercatore, che rappresenta i territori convenzionalmente a sud dell’Equatore, come l’Africa, il Sud America e il Sud-est asiatico, più piccoli rispetto alla loro reale estensione.
La terza sala della Cisterna ospita l’installazione cinetica “All of a quiver”, una struttura metallica a griglia composta da nove livelli di cubi aperti e sovrapposti. Sospesa al soffitto, l’opera oscilla lentamente simulando un continuo crollo verso il basso e la conseguente ricostruzione della struttura. Suoni di scricchiolii e tintinnii accompagnano ciascuna fila di cubi mentre la struttura, ondeggiando, si muove a zig-zag verso il basso, come se stesse per cadere- come un corpo verso la propria distruzione.


“All of a quiver” testimonia l’interesse di Hatoum per l’estetica minimalista la quale trasforma strutture modulari e semplici, come cubi e griglie, in forme vive profondamente legate a quella che è l’esperienza corporea.
Con il suo movimento ciclico, tutto il lavoro dell’artista simboleggia uno stato di precarietà e una sospensione continua tra quelle che sono le condizioni umane odierne e quelle che sono le caratteristiche della loro contrapposizione, in un unicum tra costruzione e distruzione, levitazione e collasso, resistenza e fragilità.