Sarà che sono pesci, ma “She eyes me like a Pisces when I am weak” è un verso che mi porto dietro da quando, ragazzina alla scoperta di eMule, ho iniziato ad ascoltare i Nirvana. Incapace di decifrare la musica o di analizzare i giri di basso, i riff e gli assoli di batteria, mi arrivavano solamente la potenza, l’incazzatura e la voce di Kurt Cobain. Una figura mitologica con un grosso paio di occhiali da sole rossi, i capelli spettinati e il viso smunto. Un membro onorario del club dei 27. Il simbolo di una generazione. Impossibile non coglierne il fascino.
Il 5 aprile 1994, Cobain si toglieva la vita nella sua casa di Seattle. La notizia scioccò i fan, nonostante nei mesi precedenti qualche avvisaglia dello stato di disagio in cui si trovava l’artista fosse effettivamente trapelata. Grazie ad un repentino intervento al Policlinico Umberto I di Roma, il cantante riprese conoscenza qualche ora dopo l’accaduto. Non si è mai chiarito se si fosse trattato o meno di un incidente, ma secondo Courtney Love: «Quello fu un vero impulso suicida – ha detto – considerando che ha inghiottito pillole su pillole», e avendo lasciato un biglietto con su scritto: «Il Dottor Baker dice che dovrei scegliere tra la vita e la morte. Io scelgo la morte».


Nato il 20 febbraio 1967 ad Aberdeen, nello stato Washington, Kurt Cobain mostra sin da piccolo una predisposizione per l’arte e la musica, anche se non fu mai un virtuoso. Cresciuto in una famiglia di modeste condizioni, affronta la separazione dei genitori all’età di nove anni, evento che lo segna profondamente, influenzando la sua sensibilità artistica. Pare che sul muro della cameretta avesse scritto: “I hate Mom, I hate Dad, Dad hates Mom, Mom hates Dad, it simply makes you want to be sad.”
Nel 1987, Cobain fonda i Nirvana insieme al bassista Krist Novoselic. Il loro album di debutto, “Bleach” (1989), li introdusse nella scena grunge di Seattle. Si narra che i Metallica, incrociando la band in qualche serata, avessero inviato loro un fax che diceva: “We really dig Nirvana. Nevermind is the best album of the year. Let’s get together soon, Metallica. PS, Lars hates the band.”

Nonostante il presunto odio di Lars, con “Nevermind” nel 1991, la band raggiunse il successo mondiale, trainata dal singolo “Smells Like Teen Spirit” e, forse, anche dal fascino “televisionabile” del trio americano (da questo punto di vista, per esempio, band come i Pixies furono meno fortunate). Il rapporto con un pubblico sempre più ampio e la trasformazione in icona rappresentavano per Kurt Cobain un tormento sordo.
Dal libro Territorial Pissings – L’ultima intervista e altre conversazioni (minimum fax):
“All’inizio, quando abbiamo iniziato ad avere successo, io ero molto critico nei confronti del tipo di pubblico che veniva a sentirci. Pretendevo che fossero conformi a una specie di ethos del punk. Mi infastidiva il fatto che attirassimo proprio quelle persone contro le quali la mia musica voleva ribellarsi. Ma poi sono diventato più bravo ad accettare le persone per quello che sono”.


L’ultimo album in studio, “In Utero” (1993), dal suono più grezzo e dai testi introspettivi, trasmetteva le turbolenze interiori e personali di Cobain. Nel novembre dello stesso anno si svolge il famosissimo concerto “MTV Unplugged in New York”, che consacra Kurt Cobain nell’olimpo dei live performer, grazie ad una reinterpretazione di brani propri e di cover, tra cui “The Man Who Sold the World” di David Bowie. Kurt Cobain non era un virtuoso della chitarra nel senso tradizionale: il suo stile istintivo si costruiva su strutture semplici ma efficaci, caratterizzate dall’alternanza tra momenti quieti e improvvise esplosioni sonore, una tecnica che aveva assimilato dai Pixies. Suono sporco e viscerale, power chords, distorsioni sature, cedono il passo ad assoli minimali.
Nel gennaio del 1994, i Nirvana registrano il loro ultimo singolo “You Know You’re Right”, che, dopo il suicidio, diventa oggetto di scontro e cause legali tra i componenti rimanenti, Dave Grohl e Krist Novoselic, e la moglie del cantante, Courtney Love. Mentre i due volevano far uscire il pezzo in un cofanetto dedicato alla band, lei spingeva per l’uscita di un singolo.

Il rapporto con Courtney Love, spesso definito come la cosa migliore della sua vita, insieme alla nascita della figlia Frances, è stato sempre molto chiacchierato e criticato, soprattutto dai media. In parecchie riletture delle vicende riguardanti la morte di Kurt Cobain, Courtney è stata additata come responsabile del suo ritorno alle droghe pesanti e si vociferava di tradimenti, e sfruttasse il genio creativo di Kurt per il successo del proprio gruppo rock. In un mondo che manicheo non è, ha senso però leggere la figura di Love alla luce di un contesto relazionale complesso e disfunzionale. Di Courtney e Frances, Kurt Cobain ha parlato spesso come della cosa migliore della sua vita, avendo nutrito quella dimensione affettiva ed emotiva che da bambino e da ragazzo gli era mancata.

Ma perché ci interessa ancora parlare di Kurt Cobain, a più di trent’anni dalla sua morte?
Perché la scomodità che provava Cobain negli anni ‘90 è molto simile a quella che proviamo oggi. In contrasto ad una scena musicale patinata e commerciale, si presenta, con consapevolezza, come un antidivo, armato di cardigan sformati e capelli spettinati. La sua poetica risuona con i temi che stanno a cuore a tante e tanti di noi oggi: contrario ad un capitalismo estrattivo, cantava di prendere le distanze dal lusso, delle contraddizioni della globalizzazione, di diritti civili e di rifiuto di una società sessista e machista.
“Never met a wise man. If so, it’s a woman”. Beh, come dissentire? È anche per questo ci sei piaciuto tanto e ci piaci ancora oggi, Kurt.