Esperimenti geniali, lì, nella centrale elettrica tedesca. Sono passati più di cinquant’anni ma i Kraftwerk rimangono l’emblema per eccellenza del panorama elettronico.
Tutto prende forma negli anni ’70 quando Ralf Hütter e Florian Schneider cominciano a destreggiarsi tra diversi strumenti, associando suoni strumentali a quelli “naturali”. Poi, l’arrivo di Karl Bartos e Wolfgang Flür: i quattro, insieme, lanciano definitivamente il concetto di elettro-synth pop alla fine del XX secolo, in contrapposizione all’ascesa di rock band e del punk.

Batteria, tastiere ma anche strumenti “innovativi”: i Kraftwerk sono futurismo puro, un po’ come il movimento letterario che ha segnato l’inizio dello stesso secolo; portano sul palco oggetti inventati e costruiti da loro stessi che permettevano di poter replicare live suoni altrimenti irreplicabili (basti pensare al rumore delle ruote dei treni sulle rotaie o al fruscio del vento).
E non solo: in un periodo storico dove lo stereotipo delle giacche di pelle e borchie influenzavano milioni di teenagers, il quartetto tedesco nuotava controcorrente vestendosi di tutto punto e tutti uguali, con capelli perfettamente pettinati e volti pallidi quasi privi di espressività che, ben presto, verranno sostituiti dai manichini, scrivendo la loro storia.


Da “Autobhan” a “The Man Machine”, da “Computer World” a “Endless Europe” ogni album è un mettersi costantemente alla prova, come uno scienziato mentre gioca con le sue provette per testare i suoi esperimenti. Synth e drum machine, tutti concept album divisi tra il rapporto fantascientifico uomo/macchina, natura/tecnologia, tradizione/modernismo dove ogni suono si tinge di futuro, percorrendo strade che l’immaginario collettivo lega a macchinari reali.
The Robots, The Man Machine, Neon Lights, Computer Love, Mitternacht, sono tutti suoni del domani immersi nel presente tangibile, come allarmi spaziali fusi con ululati di cani, cigolii, passi, che, ancora oggi, ci danno la stessa sensazione ammazzando il trascorrere del tempo. Un passato che dà lo stesso effetto di futuro nonostante il gap di quasi mezzo secolo.

E l’effetto della kosmische musik è un dato di fatto. Ancora oggi, continua a influenzare ed ispirare generazioni dopo generazioni, mischiandosi con generi e messaggi anche differenti dal main concept dei Kraftwerk. Basta tendere un po’ più l’orecchio anche ad artisti considerati mainstream che hanno sviscerato alcuni loro pezzi per rivestirli ancor più di modernità.
“Leave Home” dei The Chemical Brothers è un sample di “Ohm Sweet Ohm”, “Get innocuos” dei LCD Soundsystem richiama “The Robots” o addirittura “Computer Liebe” ci fa subito sobbalzare pensando a “Talk” dei Coldplay.


2. Talk – Coldplay
Che i Kraftwerk non bramassero l’immortalità è una certezza, ma l’hanno conquistata inconsciamente abbandonandosi totalmente al processo evolutivo della tecnologia, mutando e sorprendendo continuamente pur rimanendo identici nell’aspetto.
Un progetto che ha raggiunto, alla fine, il suo obiettivo: mirare al futuro per rimanerci, per sempre.