Le irossa sono una delle realtà più interessanti emerse dalla scena indipendente torinese degli ultimi anni. Dopo l’esordio di Satura e un’intensa attività live tra Italia ed Europa, la band ha pubblicato il 22 agosto scorso il secondo album, La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti. Un lavoro che amplia ulteriormente il loro immaginario sonoro, tra suggestioni post-punk, art-rock e una scrittura collettiva difficile da rinchiudere in un’unica etichetta.
Li abbiamo incontrati il 16 maggio a Bologna, in occasione del concerto a Porta Pratello, per parlare del nuovo disco, della misteriosa figura femminile che attraversa la loro produzione, del significato del “secchio d’acqua” e di come cambia il rapporto con le parole quando si scrive in un’altra lingua.
Guarda l’intervista completa qui sotto:
Nel vostro primo album ritorna spesso la domanda “dov’è lei?”, quasi un ritornello esistenziale che finisce per diventare un inno. In La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti una “lei” torna ad affacciarsi in diversi brani: è la stessa figura che cercavate o è qualcuno di nuovo? Chi è questa lei?
È una domanda che andrebbe fatta a chi scrive i testi», scherzano. «Nel primo album ci piaceva lasciare questo dubbio attorno a una “lei” non meglio identificata e, in effetti, è rimasta anche nel secondo. In Satura il suo ritorno in diversi brani era stato pensato consapevolmente, mentre questa volta la sua presenza è più sporadica. Abbiamo cercato di ridimensionarla un po’
Ma è la stessa persona?
Sì, per noi è sempre lei. Però è cambiata: è diventata più aggressiva. È evoluta. Non sappiamo se chi ascolta la percepisca allo stesso modo, ma per noi il filo resta quello.

Vi hanno etichettati in molti modi: post-punk, art-rock e altro ancora. Quando Spotify vi ha chiesto che genere fate, avete risposto “musica eclettica”. È una definizione-scudo o è davvero il modo in cui vi percepite?
In realtà sì, è probabilmente il modo migliore per descriverci. Ci piace pensare alla nostra musica come a un insieme di elementi diversi che convivono nello stesso piatto, invece di restare separati. Ci sono tante influenze che finiscono per mescolarsi.


In questo momento potremmo dire che facciamo rock brasiliano. O qualsiasi altro genere, purché sia brasiliano.
È una definizione un po’ paracula, perché non abbiamo mai saputo davvero che genere facessimo. Quindi abbiamo trovato una risposta che andasse bene per tutto. E ci piace così.
Cos’è il secchio d’acqua?
Per me è il ritrovarsi dentro un secchio colorato. Io lo immagino blu, perché da piccola il secchio con cui facevo i castelli di sabbia era blu. È la sensazione di non riuscire a vedere cosa c’è fuori. Quando sei piccolo, ma forse anche adesso, ti chiedi continuamente cosa succederà dopo. Sei abbastanza alto da intuire che esiste qualcosa oltre, ma non abbastanza da riuscire a vederlo davvero. Il secchio d’acqua è quella prospettiva lì

In Satura avete scritto un brano in francese. Recentemente è uscita una versione di Le tue dita ferme in portoghese. Scrivere in un’altra lingua cambia qualcosa nel modo in cui abitate il testo? E com’è nato questo progetto?
Il brano in francese è nato in modo molto spontaneo. Avevamo una base strumentale che ci riportava a quell’immaginario e ci è sembrato naturale usare quella lingua. In realtà non conosco né il francese né il portoghese, ma mi sono ritrovato a cantare in entrambe.
La versione portoghese di Le tue dita ferme, invece, è nata quasi per scherzo.
A un certo punto ci siamo accorti che il brano stava ottenendo moltissimi ascolti in Brasile. Non abbiamo mai capito davvero il motivo: forse l’algoritmo, forse altro. Così abbiamo iniziato a scherzare dicendo che avremmo dovuto rifarlo in portoghese. Alla fine lo abbiamo fatto davvero.


Per un periodo scrivevamo persino i post sui social in portoghese. Durante una data a Mainz non riuscivamo a smettere di parlare in un improbabile finto portoghese. Era diventato un meme interno.
Per la traduzione si sono affidati a un amico che aveva vissuto in Portogallo e che ha adattato il testo al portoghese brasiliano, aiutandoli anche con la pronuncia tramite registrazioni vocali.
“Mi mandava audio su WhatsApp che riascoltavo continuamente mentre registravo. È stato soprattutto molto divertente”.