Tra open studio e debutti, IRA festival in Calabria si propone come ponte tra artist* internazionali e territorio.
5-6 settembre 2025, Soverato
Angelica Racco, Elisabetta Magistri
IRA Festival – 5 settembre
Elisabetta arriva da Messina, io la aspetto nel mio paesino, alla punta estrema della Calabria. Insieme prendiamo la strada verso Soverato per la prima edizione di IRA Festival – International Institute for Performing Arts, un nuovo festival ideato e curato da Settimio Pisano e diretto da Pietro Monteverdi, che dal 4 al 7 settembre prevede di portare le arti performative contemporanee sulla costa ionica.
Il nostro arrivo ha qualcosa di surreale. Il bizzarro hotel che abbiamo prenotato – il San Vincenzo – sembra uscito da un’altra epoca. L’anziano ci dà il benvenuto senza muoversi dal divano, un giovane accanto a lui ci fissa in silenzio, un po’ inquietante. Da lì parte un check-in via citofono con la figlia. Una di quelle scene poetiche e sgualcite che la Calabria sa regalare, tra il tragicomico e il familiare.
Torniamo a IRA. L’idea è chiara e necessaria: aprire in Calabria un ponte con la scena internazionale, in un territorio che troppo spesso resta escluso dal contemporaneo. Dopo l’esperienza di Primavera dei Teatri, qui si cambia luogo e prospettiva: un nuovo inizio che merita sostegno.
Lasciamo il nostro magnifico hotel, un po’ fatiscente ma pulitissimo, e veniamo accolte verso l’Istituto Don Bosco da Anna dell’Ufficio Stampa. Assistiamo al primo open studio:

Motus – Frankenstein (History of Hate), STUDIO
Nati a Rimini nel 1991 dall’incontro tra Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, i Motus abitano le fratture del presente con un teatro nomade, ibrido, radicale. Le loro opere attraversano corpi e confini, muovendosi tra scena e video, realtà e finzione, politica e poesia. Dalle riscritture pasoliniane ad Antigone fino alla creatura di Frankenstein – figura mostruosa e vulnerabile insieme – la loro ricerca indaga identità in mutazione, desideri eccedenti la norma, paure che la società proietta sull’altro.



Foto di Angelo Maggio

Foto di Angelo Maggio

Foto di Angelo Maggio
Con lo studio presentato prosegue la ricerca sul momento in cui la creatura prende coscienza della propria esclusione: rifiutata dagli umani per il suo aspetto “non conforme”. Ci dicono che c’è una testimone che sa tutto. La cifra dei Motus resta riconoscibile nei dispositivi: un artigianato specifico per la drammaturgia in video attraverso la loro ripresa diretta, una cam da chat, il tutto dentro una proiezione e direzione sempre più cinematografica. La drammaturgia del testo procede per caos e accavallamenti, come la nostra mente: associazioni libere, ribaltamenti di prospettiva, ironia critica scintillante. Dal romanzo di Mary Shelley i Motus sconfinano in riferimenti politici, scientifici, culturali, sci-fi. Questo studio apre molti “file” che restano vivi e in sospeso. Restiamo in attesa del debutto il prossimo ottobre a Romaeuropa.
Daniele Ninarello – RISE (Teatro del Grillo)
A sinistra della scena una postazione per il live set. Il sassofonista Dan Kinzelman compone ed esegue dal vivo, allineando la musica con la coreografia della scenografia: sul fondo, una tenda di lustrini argentati riflette luci e vento artificiale, disegnando una scenografia in movimento. Segue un gruppo di danzatorə in attraversamento. La ricerca fisica si mette in pratica e in forma: il gesto di ogni performer diventa dialogo, e l’alterità viene accolta, ripresa, trasformata. Il movimento da “rubare” non è stereotipato: ogni corpo intende a modo suo il gesto, replicando una libertà che lascia respiro e si mostra soprattutto negli assoli.

Dalila Belaza – Orage
L’anfiteatro di Soverato ci accoglie in tempesta (orage). Dalila Belaza irrompe come un fulmine, destabilizzandoci in un dialogo serrato con il chitarrista Serge Teyssot-Gay. Il risultato è un’immagine di potenza ipnotica: la performer si lascia attraversare dal brusio sordo della chitarra e le raffiche di vento (vero) che muovono il costume di pelle nera. Se la prima parte dello spettacolo vibra tutta fuori, tuttavia la seconda risuona a un ritmo intimo, interno, lento, quasi abbozzato. Lasciando spazio all’immaginazione, alla distrazione e all’ascolto. In Orage, qui versione site specific, Belaza continua la sua ricerca sull’ignoto, sul nero tornando alla musica come possibilità di “attraversare i muri”.
Chiudiamo la serata con il live di Eman, cantautore di Catanzaro. Il suo stile, rispetto al festival, è un po’ fuori contesto, ma paradossalmente coinvolge l’intera comunità giovane di Soverato, che conosce i testi a memoria e canta ogni parola. Non incrocia però il gusto del pubblico invitato da fuori, un po’ basito della scelta. Forse una scelta strategica.
Andiamo via, proseguiamo la serata con una passeggiata verso l’hotel, dove ci aspetta un incontro da brividi: in stanza, la televisione si accende da sola…

Foto di Angelo Maggio


Foto di Angelo Maggio
IRA Festival – 6 settembre
La giornata si apre con una strepitosa colazione da Moré. Poi andiamo al mare, dove si svolge il Pitch & Drink, talk di mezzogiorno con lə artistə degli open studio. Oggi incontriamo Sara Sguotti, Stefania Tansini e Francesca Santamaria. (Ci interroghiamo sulla scelta dell’inglese come lingua comune in un contesto internazionale).
Tre artiste in residenza condividono i primi esiti del loro lavoro. Non spettacoli compiuti, ma studi, aperture di processo, appunti in forma performativa. Qui il pubblico entra in contatto con la materia ancora viva della ricerca, con domande che restano aperte e intuizioni che iniziano a prendere forma. Gli open studio, con il loro materiale vivo e non finito, restano il cuore più interessante: tutto è ancora in potenza, in bilico tra la possibilità del capolavoro e quella del fallimento. Una frase, un gesto, una pausa: basta poco per mutare il senso intero di uno spettacolo. È qui che sta la potenza dell’arte dal vivo: nell’effimero del qui e ora. Tra le danzatrici sembra esserci la questione di saper tenere insieme frammenti: Sguotti di realtà, Tansini di immaginazione, Santamaria d’archivio. Dunque forse l’open studio è un modo per far vedere i frammenti di lavori che stanno cercando le loro corde, per compattarsi in un unicum.
Sara Sguotti – ROSSOCREPA
Nella saletta dell’Istituto Don Bosco, Sara Sguotti lavora su un testo molto interessante con Arianna Ulian. La ricerca fa corrispondere la sonorità del testo al corpo, in dialogo, in didascalia, in ordine. Riprendendo il poeta Nanni Balestrini, dove l’atto dello scrivere diventa manifestazione corporea, linguaggio e corpo unica esperienza di pulsione e liberazione, “colpendo” come evento improvviso e trasformativo. Il video 4D è però meno interessante: ci basta il testo / il suono / il corpo / la danza che lei già ha. Il punto di partenza è dunque Balestrini che diventa detonatore per un lavoro sul corpo e sulla trasformazione. Le sezioni del progetto – autonome ma dialoganti – ruotano attorno a nuclei tematici come il colore rosso, la metamorfosi, il corpo come spazio di resistenza e cambiamento. Al centro c’è, come racconta nel Pitch&Drink, la maternità, vissuta come trasformazione profonda e radicale dove Sguotti afferma di voler andare a fondo a questa trasformazione. Si chiede:
come si può empatizzare con la collettività in questo momento? Con il corpo? E come il corpo della donna può farsi tramite di questa esperienza?
La sua ricerca non è chiusa in sé stessa, ma cerca dialogo costante con la comunità che abita i luoghi della residenza. Tra i riferimenti emergono Pierre Huyghe e Pierre Yugonnet. Quello presentato è il primo studio dopo soli cinque giorni di lavoro: un’apertura che lascia intravedere la forza di un percorso in divenire.


Foto di Angelo Maggio


Stefania Tansini – Studi per M
Con Tansini la ricerca si sposta sul terreno della presenza. Due danzatrici in completo viola, atteggiamento che ricorda Fleur Delacour l’accademia di Beauxbâtons nel calice di fuoco di Harry (lol). La magia resta anche nell’idea di un mondo capovolto (delle dita dei piedi spuntano dal pavimento). Studi per M è un esperimento che cambia forma a seconda dei luoghi e delle persone incontrate, spesso non professionisti. Il processo stesso è il progetto: un dialogo con la realtà che, attraverso la relazione, può far accadere qualcosa. Il campo visivo si apre al paesaggio. Le partiture coreografiche sono non finite, interrotte, ma precise nelle direzioni. Tansini lavora sulle polarità di pienezza e vuoto, lasciando che il reale entri come frammento da cucire. Anche il suono diventa strumento di contrasto, materia che non uniforma ma spezza, apre, costringe a cercare connessione. La domanda che attraversa il lavoro resta sospesa: Come tenere tutto insieme? Come cucire i frammenti di realtà in un unico respiro? Domande che testimoniano l’assenza del montaggio sonoro dichiarata anche da lei stessa.

Foto di Angelo Maggio


Foto di Angelo Maggio
Francesca Santamaria – Good Vibes Only
Chiude la prima parte della giornata Francesca Santamaria con Good Vibes Only, secondo capitolo di un progetto pensato in tre parti. Al centro c’è il rapporto tra individuo e società, restituito come un archivio scenico che ricrea il gesto ossessivo dello scrolling infinito. Un musicista impersona l’algoritmo – maschile, implacabile – e scandisce il flusso. Sul palco prendono forma accumuli di materiali provenienti dall’archivio TikTok: trend, meme, cult classic, Beyoncé, Gangnam Style. La performance diventa un allenamento alla persistenza dentro al sistema, un training che riflette la logica di accumulazione dei social. Uno scrolling emotivo, che sfinisce, che sembra arrivare verso un attacco di panico che non esplode mai e ricomincia, in loop.


Foto di Angelo Maggio

Foto di Angelo Maggio
Alla fine degli open studio parliamo con due anziani, lei di Soverato e lui di Monza: entusiasti, ci dicono che “non c’è mai nulla di internazionale” qui. Intuisco una loro difficoltà economica nel seguire il festival, ma questo è proprio il punto: il necessario. A volte pensiamo che dove il capitalismo non si insinua prepotentemente – l’“incontaminato” – ci sia qualcosa da preservare. Pensiamo che se qualcosa non arriva, forse è un bene. Ma si tratta sempre di un Giano bifronte: quando nuove informazioni, dettate dallo studio e dalla ricerca, non arrivano, si rischia di restare in saperi congelati.
Francesco Marilungo – Cani Lunari (prima nazionale)
Lo spettacolo intreccia ricerca performativa ed etnografica come riferisce nella descrizione il coreografo. Le registrazioni raccolte in Puglia, Barbagia e Sicilia, rielaborate da Vera Di Lecce, evocano processi di stregoneria medievali e figure femminili archetipiche, il lavoro della compositrice rispecchia le aspettative. Una coreografia che desidera lavorare su metamorfosi e rituali estatici cercando di evocare e re-incantare, eppure la seconda parte ci rende un po’ perplesse per la rappresentazione dei corpi e l’intenzione drammaturgica. Qualcosa sfugge. I costumi di Lessico Familiare scivolano verso un’estetica troppo vicina all’immaginario mediatico del femminile, i corpi semi spogliati in intimo bianco generano uno slittamento ambiguo e una sfocata perdita di posizionamento politico. Nell’anfiteatro sul mare il vento ha agito come presenza scenica, contaminando e trasformando le immagini previste in un sabba caotico e impermanente. Ciò che convince meno è la semplicità di alcune soluzioni coreografiche, che indeboliscono la forza simbolica evocata. Non usciamo soddisfatte, ma il festival trova il suo valore nel generare sguardi critici a volte soggettivamente scomodi.

Foto di Angelo Maggio

Foto di Angelo Maggio
Proprio per questo, l’intento di IRA Festival è prezioso. Il festival può lavorare sul rapporto con la comunità, locale e non. Gli eventi serali, con una strategia di coinvolgimento più profonda, potrebbero stimolare la partecipazione cittadina che ad oggi si concentra quasi solo al post festival (come per il live di Eman), per non restare nel rivolgersi solo allə operatorə culturali di passaggio e far si che il tessuto locale non resti lontano.
Come ha dichiarato Settimio Pisano alla chiusura del festival:
“IRA Festival è un progetto per portare un po’ di mondo ed Europa in Calabria e viceversa. (…) IRA è volutamente un Istituto, perché pensiamo che le forme d’arte che ospitiamo debbano essere considerate istituzionali. (…) In genere si paga un biglietto per andare a vedere un lavoro finito: coinvolgendo invece il pubblico nell’elaborazione di performance e spettacoli non ancora ultimati stiamo provando a instaurare anche dei processi culturali e sociali”.
Se pensiamo l’istituzione non come entità immobile ma come processo in costruzione, IRA Festival può davvero essere quell’opera di contaminazione dei nostri luoghi” evocata da Pisano. La sua ipotesi di “far diventare qualcos’altro istituzionale” apre una domanda centrale: cosa fa istituzione?
Lo ribadisce Pietro Monteverdi, rimarcando l’apertura inattesa del territorio (evidentemente noi abbiamo visto poco per averne percezione totale):
“Ci aspettavamo l’incontro con la comunità internazionale, ma resto molto sorpreso dal successo sul territorio, un territorio non abituato a fruire di questo tipo di festival. (…) Mi sento molto rincuorato ad aver avuto questo grandissimo riscontro, inaspettato. (…) Non è più tempo di andare a chiuderci nelle torri d’avorio. La cultura è per tutti e deve essere fruita da tutti, in ogni maniera possibile”.
È in questa tensione tra necessità e fragilità, tra locale e internazionale, che IRA Festival può davvero costruire la sua forza. Costruire un ponte tra la Calabria – fragile e culturalmente debole – e il mondo internazionale è difficile ma essere in dialogo è necessario. Da operatrici del sud (calabria/sicilia), accogliamo con entusiasmo questo inizio e speriamo che IRA Festival duri, mutando e trasformandosi, fino magari a diventare appuntamento annuale sulla costa ionica. Oltre a piattaforma di produzione, IRA Festival può essere occasione di scambio autentico, resa possibile proprio dalla fragilità del territorio e da un circuito artistico spesso chiuso in sé stesso. La dimensione non metropolitana permette di vivere le arti performative in modo diverso, lontano dal posing che spesso invade gli spazi intellettuali. Solo così la comunità calabrese potrà ricevere quel respiro internazionale di cui ha bisogno e la comunità artistica quella dimensione autentica che spesso le manca.