Vi è mai capitato di danzare nell’oblio dello spazio e del tempo? Avete mai percepito la tensione del dove e del quando? Ecco cosa accade con l’arte di Martina Ferrari. Le sue opere sono varchi dimensionali, stratificazioni di percezioni che dialogano tra loro e con l’ambiente, frammenti di realtà che si fondono in un caleidoscopio di rimandi.
Attraverso la fotografia, sua musa e suo medium privilegiato, ogni immagine diventa una stratificazione di significati, un frammento di mondo che si sovrappone ad altri fino a generare un insieme di dimensioni coesistenti. In uno di questi frangenti spazio-temporali è avvenuta la nostra intervista con l’artista per parlare di immagini, materia e un po’ di filosofia.

L’arte di Martina Ferrari
La ricerca artistica di Martina Ferrari parte da qualcosa che inizia da lontano, ovvero l’interesse devoto per la fotografia, il primo medium con cui si è interfacciata per esprimere qualcosa di personale.
“La fotografia è più un’idea che un mezzo”, dice. “È l’innesco da cui parte ogni mio lavoro.”
Il suo sguardo si sofferma su un tema che è diventato il cuore della sua ricerca: il rapporto tra l’essere umano e il paesaggio. Nella sua ricerca frammenti di un paesaggio vengono rielaborati e mischiati tra loro, per fondere dimensioni spazio-temporali distanti per dare loro un nuovo significato.


Una ricerca che si concretizza anche nella sua esperienza personale nel rapporto con la montagna, elemento che si insinua nel suo lavoro in vari modi, senza essere però mai il punto fermo. Le vette innevate, il ghiaccio, la materia rocciosa, non sono solo casa per un’alpinista come lei, ma spazio di esplorazione artistica e fisica.
“Noi viviamo e ci muoviamo in un certo modo, in un certo spazio, anche per come l’ambiente esterno ci influenza” ed è lì che si struttura un altro livello di dialogo della sua arte, pronta ad accogliere le molteplici sfaccettature del rapporto tra naturale e umano.

Il processo creativo di Martina Ferrari
Quali sono gli step essenziali del suo processo creativo? Non c’è una formula fissa, ogni creazione segue un percorso unico e irripetibile. Spesso nasce dalla fotografia a volte da un oggetto materico, due approcci diversi ma che in realtà sono la stessa cosa perché per lei la fotografia è come un oggetto fine a sé stesso.
“Mi piace pensare alla fotografia come un corpo”, afferma. “Anche un file jpg ha una sua presenza fisica, una sua entità.”
Un continuo lavoro di stratificazione reinterpretazione che affonda le sue radici nella passione per la filosofia, tutto merito di un professore “ganzo”, e per la scienza. “Le coordinate di tempo e spazio sono alla base di tutto, ma sono anche una percezione”, dice. La sua arte si muove in questa zona di confine, cercando di spingere lo spettatore a chiedersi: in quale momento siamo?


La mostra al Volvo Studio di Milano
Nella sua ultima mostra Trip the Light Fantastic, presso l’atelier espositivo e culturale Volvo Studio Milano, l’arte si fonde con lo spazio, creando una tensione tra l’immagine e la percezione dello spettatore. Per Martina non si tratta di un contrasto tra realtà e illusione, ma di una coesistenza di piani diversi.
“Immagina una matrioska”, spiega. “Ogni livello di realtà è contenuto in un altro, in un gioco continuo di rimandi e stratificazioni.” Questo continuo lavoro di stratificazione e reinterpretazione dà vita a installazioni che giocano con il concetto di realtà e illusione.
Non esiste un’unica realtà, esistono livelli di realtà che si sovrappongono, coesistono e si influenzano a vicenda e che influenzano chi osserva. In quel preciso ed esatto momento in cui lo spettatore partecipa all’esposizione diventa parte di un ulteriore frangente temporale, dando significato all’essenza stessa delle installazioni. Il significato, quindi, non è dichiarato ma è lo spettatore che diventa a sua volta il significante creando un’altra dimensione di osservazione.


Guardando al futuro, Martina vuole spingersi ancora oltre. “Vorrei lavorare ancora con l’elemento del ghiaccio”, racconta, affascinata dalla sua natura mutevole e dalla sua relazione con il tempo. Un’altra direzione che vuole esplorare è il suono, per aggiungere un ulteriore livello sensoriale alla sua ricerca visiva.
“L’arte non deve dare risposte univoche, deve generare pensiero critico e aprire nuove prospettive”, conclude. E in effetti, il suo lavoro è un invito a perdersi nelle pieghe dello spazio e del tempo, lasciandosi trasportare da un movimento che è danza, immagine e riflessione. Un viaggio senza una meta precisa, ma con infinite possibilità di scoperta.