I libri sono stati, storicamente, il vettore di comunicazione di contenuti specifici per un gruppo di lettori più o meno vasto e vario. Contengono storie, informazioni, immagini che evocano emozioni o hanno l’intento di informare. La questione cruciale è se i libri, specialmente quelli di architettura, possano oggi giocare nella loro dimensione tradizionale un ruolo culturale rilevante oppure, al contrario, il mondo dell’editoria debba rimodularsi per adattarsi alle tendenze contemporanee.

Di queste tematiche tratta la seguente intervista a Mariana Siracusa. Con una formazione in Design della Comunicazione e Architettura di Interni, ha conseguito un dottorato in “Architettura degli interni e allestimento”. Dopo un’esperienza al Canadian Center for Architecture, è tornata a Milano per avvicinarsi al pubblico, aprendo prima un blog e poi SPAZIO che lei stessa, sul suo sito, definisce “Una galleria di architettura, libreria e piattaforma indipendente per la riflessione critica, la speculazione e la discussione”. L’intenzione di questa operazione è di creare un luogo di incontro e discussione attorno a temi relativi in qualche modo a delle pratiche spaziali.

 In che modo la tua attività di libraia si intreccia con il mondo dell’editoria?

Non mi interessa produrre libri, ma ovviamente una libreria è l’ultimo anello della catena dell’editoria: un editore, da solo, non può fare nulla perché ha bisogno di un sistema di distribuzione e, alla fine, anche di una libreria. Noi ci occupiamo di architettura, un settore in cui le tirature sono limitate e la vendita avviene copia per copia, e questo significa che il luogo in cui il lettore incontra quel libro diventa fondamentale, a maggior ragione in un’epoca in cui si legge sempre meno, chi vuole continuare a fare libri deve porsi il problema di dove avviene questo incontro.

Il libro è un oggetto tecnologico, come lo è il telefono, ma richiede più attenzione e tempo. I libri di architettura hanno il vantaggio di essere provvisti di immagini che aiutano, ma non bastano. Guardare un’immagine non significa assorbirla e oggi le persone sfogliano velocemente senza leggere veramente né il testo né le immagini. Gli editori dovrebbero capire meglio il ruolo delle immagini nei loro libri, la relazione con il testo, e quanto serve dell’uno e dell’altro. Ma oggi la maggior parte dei libri è pre-pagata: arriva un cliente con un progetto già confezionato, e l’editore lo pubblica senza intervenire sul contenuto. Fare libri richiede tempo e la lentezza è antieconomica. È un sistema complesso in cui ogni attore (autore, fotografo, editore, libraio) dipende dagli altri: se manca uno dei pezzi, il sistema non regge. Il problema è che oggi l’editoria non viene più vista come un sistema, ma come una somma di singole operazioni.

Il libro dovrebbe essere il risultato di un processo ben strutturato, ma spesso non lo è. E questo è uno dei motivi per cui il mondo dell’editoria è in crisi.

Foto di Francesco Paleari

Quindi manca una coordinazione tra i vari enti che, in teoria, dovrebbero collaborare?

Esatto. Questo dovrebbe essere il ruolo delle istituzioni.

Parli di università o di fondazioni?

Entrambe: università, archivi, fondazioni. Prendi il Politecnico, per esempio: è un’università ed è anche un istituto di ricerca, o almeno, questa dovrebbe essere l’idea. I docenti sono obbligati a pubblicare, eppure il Politecnico non ha una sua University Press, dove dovrebbero pubblicare, allora? È un controsenso: sei obbligato a pubblicare, ma per farlo devi convincere un editore esterno o addirittura pagarlo. È un paradosso legato alle priorità che vengono date. Si investe in un edificio firmato Renzo Piano (e per carità, le aule servono) oppure si organizzano summer school in Cina, ma se manca una base solida per la ricerca e la pubblicazione, è un sistema che non funziona.

Vuoi aggiungere qualcosa sulle criticità della pubblicazione contemporanea?

Non posso considerarmi un lettore “tipo”, perché questo è il mio mestiere: guardo libri tutti i giorni e ho un punto di vista ipercritico. Il problema è sempre lo stesso: il divario culturale tra chi inizia e chi lavora nel settore da vent’anni diventa quasi incolmabile. Se uno studente, al terzo o quinto anno, vuole approcciarsi alla lettura critica dovrebbe almeno avere gli strumenti per farlo. Alcuni magari non sono interessati, e va bene così, ma chi vuole provarci dovrebbe avere una guida. Ecco perché nella nostra libreria abbiamo 300 titoli selezionati. Limitare la scelta aiuta a instaurare un dialogo con chi entra: se uno studente mi chiede un consiglio, io so che sto parlando con una persona che ancora non ha gli strumenti per affrontare un libro scritto da un professore che lavora su quel tema da cinquant’anni, e lo indirizzo su qualcosa alla sua portata. Il libro è sempre un dialogo. Ci sono testi che persino io, dopo quarant’anni di letture, so di non poter affrontare. Magari non ci arriverò mai.

 Si può parlare, in generale, di pubblicazioni di qualità?

Per me, le pubblicazioni di qualità sono quelle che raccontano una storia interessante e da cui si impara qualcosa. Non esiste il libro perfetto, ma se un lettore decide di dedicare il suo tempo a un libro e alla fine ha assorbito un contenuto significativo, allora quel libro funziona. La storia non deve necessariamente essere vera, l’architettura non deve essere necessariamente “buona”, il testo non deve per forza essere scritto benissimo, né le immagini devono essere per forza belle. L’importante è che il libro racconti qualcosa di utile per il presente. Il problema è che il libro viene spesso visto come un contenitore dei sogni dell’autore o dell’architetto, piuttosto che come uno strumento di comunicazione. Personalmente, sono affezionata all’oggetto libro, ma se domani il settore editoriale decidesse di abbandonare la carta e passare interamente al digitale, l’obiettivo dell’editore rimarrebbe lo stesso: pubblicare contenuti. Non cambierebbe il processo di trasmissione del pensiero.

Foto di Marta Blue

Hai parlato dei social. Quale potrebbe essere il loro contributo nell’editoria?

I social sono un altro strumento e bisogna saperli usare per quello che sono. Non si può pensare di utilizzarli come un libro: hanno tempi e modalità di fruizione completamente diversi. Anche il libro, però, può essere un canale unidirezionale: c’è chi produce il contenuto e chi lo consuma. Ma l’obiettivo dovrebbe essere creare un dialogo. I social hanno la stessa criticità: anche se ottieni un like o un cuore, quella non è una reazione autentica. La vera sfida è attivare una conversazione, proprio come succede in libreria: ci sono persone che entrano, ascoltano e poi tornano per dire “quel libro non mi è servito, ma ho letto quest’altro e l’ho trovato più utile”.

L’obiettivo non cambia rispetto al libro. Serve solo un tipo di fruizione diversa. Il problema degli attori dell’editoria è che manca una visione strategica. L’architetto che ha appena costruito un edificio vuole che il mondo lo conosca e quindi vuole pubblicare un libro su quell’edificio. Ma in che modo quel libro si inserisce nella sua poetica o nel suo discorso culturale? In tutte le fasi manca visione strategica, perché nessuno si preoccupa del lavoro dell’altro. L’autore non pensa a come il libro verrà distribuito, l’editore non riflette su come verrà venduto. Ma dovrebbero farlo, perché tutto è collegato. Il libro non è solo uno strumento, è anche parte di un contesto culturale. Ma oggi molti libri si perdono nel mare delle pubblicazioni. Se guardi la selezione di 500 libri pubblicati in un anno, anche un ottimo titolo può perdersi nel rumore di fondo.

Quindi, da quando nasce l’idea di un libro fino al momento in cui arriva in mano al lettore, c’è un punto in cui si perde necessariamente il controllo?

Sì e no. È vero che non puoi controllare il lettore, ma se hai comunicato bene il contenuto, magari non otterrai il risultato esatto che volevi, ma avrai comunque generato un effetto. Ancora una volta, si tratta di visione strategica. Non è mai il singolo libro, ma l’insieme della produzione che conta. Così come su Instagram: non è la singola immagine, ma l’insieme dei post nel tempo. Il lungo termine è tutto. Vale per il progetto editoriale, per la trasmissione di conoscenza e per ogni altro canale di comunicazione.

Editoria, pratiche spaziali e comunicazione con Mariana Siracusa