Ci sono luoghi del sistema dell’arte che resistono strenuamente alle dinamiche del mercato dell’arte e che scelgono di offrire una proposta culturale libera e indipendente. Uno di questi è Improper Walls, uno spazio espositivo di Vienna fondato nel 2014 con l’obiettivo di dare voce a progetti che esplorano in chiave artistica temi del contesto socio-politico attuale. La natura fluida del progetto è già insita nel nome: qui i muri non rappresentano confini, ma superfici in trasformazione, che si adattano alle visioni e alle sperimentazioni artistiche di ciascuna delle curatrici, che abbiamo intervistato.

Qual’è la caratteristica unica di Improper Walls?
Il nostro è uno spazio aperto sulla strada, vetrato, che lascia aperto un dialogo con l’esterno, mantenendo viva la propria unicità. Nessun muro qui è dritto: non volevamo un white cube ma uno spazio-salotto in grado di ospitare non solo mostre ma anche live session, presentazioni ed eventi. Insieme – Barbora Horská, Justina Špeirokaitė e Alejandra Zapata – insieme a tutti coloro che hanno collaborato con noi nel passato, abbiamo sviluppato un ambiente fluido, svincolato dalle tendenze, dove ogni progetto si evolve seguendo i nostri percorsi di ricerca, legati a media e tematiche differenti. Ci piace pensare al nostro spazio più come un incubatore di progetti più che a un semplice luogo di mostra.

Quali sono i temi principali che affrontate? In che modo l’arte è in grado di tradurli e raccontarli?
Durante l’anno ci alterniamo nella curatela di progetti che rispecchiano i nostri interessi e che ci permettono di approfondire anche questioni legate a scienza, politica e sociologia. Per noi, l’arte è un linguaggio potente, capace di affrontare grandi domande in modo accessibile e coinvolgente. Tra i temi che ci stanno più a cuore ci sono la parità di genere, l’identità, il senso di appartenenza, la migrazione e la salute mentale. Sono argomenti che toccano profondamente la vita di tutti noi e che sentiamo l’urgenza di raccontare.
Per noi è dunque importante mantenere un contatto vivo con il contesto attuale e raccontarlo creando finestre di dialogo. È il caso della mostra “I Have Two Names, Which Meet and Part”, un progetto nato dal dialogo con artisti e scrittori appartenenti alla seconda generazione di immigrati Palestinesi, Israeliani e Libanesi che frequentano l’accademia di Arti Applicate di Vienna. Qui, abbiamo esplorato la storia familiare, le narrazioni ereditate e le esperienze complesse di questa particolare seconda generazione di immigrati palestinesi e libanesi, che hanno spesso almeno uno dei genitori europeo.


Cosa significa per voi indipendenza artistica?
Essere indipendenti, per noi, significa non seguire i trend artistici né adattarsi alle mode del momento. Non vogliamo proporre al pubblico ciò che è già mainstream, ma avere il coraggio di portare alla luce storie che spesso vengono taciute. Da anni approfondiamo il dialogo tra le scene artistiche dei Balcani e del Baltico, collaboriamo con diverse istituzioni e organizzazioni per la realizzazione di mostre che affrontino temi complessi come la salute mentale, arricchendo il percorso espositivo con un public program dedicato.
La nostra visione è chiara: creare uno spazio libero, in cui l’arte possa essere un mezzo per interrogare il presente, talvolta anche narrando verità scomode o storie che, solo attraverso l’arte, sono in grado di raggiungere la notorietà che meritano.