Il West è una sottile linea dell’orizzonte, quella che divide l’immaginario dalla realtà.
È lì che prende forma, molto prima delle rocce rosse, delle strade infinite o delle città fantasma. È un riflesso, una costruzione mentale, qualcosa che esiste solo nel momento in cui qualcuno decide di immaginarlo. The New American West: Photography in Conversation, alla Galleria di 10 Corso Como, parte da questa frattura iniziale: non c’è un territorio da raccontare, ma un’immagine da smontare.

Los Angeles, California, 1976
Image size 36.8 x 54.9 cm
Dye transfer print; printed later
Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist

Los Cerrillos, New Mexico, USA, 2024
Image size 90 x 72 cm Paper size 100 x 82 × cm
Pigment print on archival cotton rag
Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist
Fin dall’inizio, il progetto suggerisce che l’ “American West” non sia mai esistito davvero come realtà univoca. È stato costruito, mitizzato, consumato e poi continuamente reinventato attraverso la fotografia, diventando qualcosa di più simile a una proiezione che a una geografia. Una promessa carica di desiderio e ambizione, ma anche attraversata da contraddizioni profonde.
Il West, in questo senso, è prima di tutto un impulso. È il bisogno di attraversare, di spingersi oltre, di cercare una libertà che non sia ancora stata contaminata. Ma questa libertà non è mai innocente: porta con sé il rischio, l’instabilità, la possibilità concreta di perdersi. È una libertà che espone, che disorienta, che chiede in cambio qualcosa che non si può più recuperare.

At the local amateur rodeo, Tomball, Texas, April 1945
Image size 26 x 26.4 cm
Gelatin silver print; printed c.1945
Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist

US 50 Near Eureka, Nevada, 2002 Image size 21.6 x 27,9 cm
Toned gelatin silver print on vellum
Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist
La trasformazione del West alla Galleria 10 Corso Como negli scatti di Adams e Weston
Le immagini in mostra, che coprono quasi un secolo, raccontano proprio questa trasformazione. Nei paesaggi di Ansel Adams ed Edward Weston, il West appare come una terra primitiva, quasi metafisica, sospesa fuori dal tempo. È uno spazio puro, apparentemente incontaminato. Ma è un’illusione destinata a incrinarsi. Con il passare degli anni, quella stessa terra si riempie di segni umani, di architetture, di comunità: la frontiera smette di essere mito e diventa memoria, presenza, storia. Poi l’epica si dissolve del tutto. Il West perde poi la sua dimensione eroica e si trasforma in periferia e isolamento. La luce cambia, si fa più piatta, più distante. È qui che emerge una verità meno romantica, ma più reale: il West non è mai stato solo libertà, ma anche esclusione, fatica, spaesamento.

Dunes, Oceano, 1936
18.1 x 24.4 cm Mounted
Gelatin silver print; printed c.1936
Courtesy of Howard Greenberg Gallery
Il confine interiore nelle figure di Arbus, Mark, Lyon, Eisler e Riboud
Quando entrano in scena i corpi, il racconto si fa ancora più intimo. Le figure fotografate da Diane Arbus, Mary Ellen Mark, Danny Lyon non abitano più il mito, ma una dimensione fragile, sospesa. Il West diventa uno spazio psicologico, un confine interiore in cui identità e solitudine si sfiorano senza mai risolversi. Non è un luogo che accoglie davvero, né uno che respinge: è un territorio che lascia esposti, vulnerabili, in bilico. È in questo equilibrio precario che si inserisce lo sguardo contemporaneo di Maryam Eisler e Alexei Riboud. Il loro viaggio attraverso Texas, New Mexico, Arizona e Utah diventa il fulcro emotivo della mostra. Gli stessi luoghi, attraversati separatamente, restituiscono visioni opposte: da una parte un linguaggio cinematografico, teso, carico di inquietudine; dall’altra uno sguardo essenziale, quasi silenzioso, che osserva senza intervenire. Non è il paesaggio a cambiare, ma la mente che lo attraversa.



Anche l’eco del cinema affiora come una memoria diffusa, mai esplicita, che contribuisce a rendere il West qualcosa di già visto eppure mai completamente afferrabile. Un’immagine che continua a sfuggire proprio mentre sembra mostrarsi.
Alla fine, ciò che resta è una terra di contrasti: libertà e limite, avventura e immobilità, luce e malinconia. Il West si rivela per quello che è sempre stato, al di là dell’estetica romanzata: un luogo costruito su tensioni irrisolte, su promesse che convivono con le loro stesse crepe.

E soprattutto, un luogo che guarda sempre oltre. Non verso una meta precisa, ma verso un orizzonte che si sposta continuamente, che non si lascia raggiungere. Forse è proprio qui che risiede la sua forza: nel rimanere una domanda aperta.
Più che un territorio da conquistare, il West diventa allora uno spazio da attraversare.