Il 27 e il 28 febbraio, il FOG Performing Arts Festival di Triennale Milano ha inaugurato la sua programmazione con il debutto italiano di MAMI, l’ultima creazione del regista greco-albanese Mario Banushi.

Già ospite a Triennale con la precedente opera Goodbye Lindita, Banushi è tornato a Milano forte della recente nomina a Leone d’Argento per il Teatro alla Biennale di Venezia. 

Abbiamo visto MAMI il 28 febbraio, e abbiamo assistito all’incontro pubblico successivo allo spettacolo.

Mario Banushi – MAMI
Foto di Andreas Simopoulos

Mario Banushi e il ciclo della cura: le molte madri di Banushi

MAMI è uno spettacolo dedicato al viscerale e complesso rapporto tra madre e figliə. 

Il lavoro è ispirato alle vicende biografiche del regista, che racconta di aver vissuto con molteplici figure materne: la nonna, con cui è cresciuto in Albania fino all’età di 6 anni, che ha chiamato “mami” fino ai 13; la compagna del padre, a cui ha dedicato il suo spettacolo Goodbye Lindita, e la madre biologica, che prima di emigrare in Grecia lavorava come ostetrica in Albania. 

Dentro una scenografia semplice – un lampione dalla luce bassa, una piccola casa di mattoni con una porta e una finestra, un pavimento di terriccio – lo spettacolo ci introduce subito ad una dimensione temporale sospesa e irregolare, che caratterizzerà tutta la pièce. Una giovane donna incinta esce dalla porta della casa per gettare un sacco di quella che sembrerebbe spazzatura, e nel giro di pochi attimi, rientrando nella casa, viene sostituita da una donna anziana, dolorante, che a fatica ripercorre gli stessi passi. Lo spazio domestico in scena si rivela un luogo di divenire e coesistenza di temporalità. 

Tra grida cariche di dolore e con l’aiuto di un’ostetrica, segue la scena del parto della giovane donna, su un’essenziale brandina. Poco dopo, mentre sullo sfondo la neo madre allatta il suo neonato, sulla stessa brandina un giovane uomo pulisce le parti intime della donna anziana, le mette un pannolone, e successivamente la imbocca pazientemente mentre in sottofondo sentiamo voci e canzoni distorte provenienti da una piccola radio. In queste prime scene Banushi costruisce subito una narrazione che pone al centro quel lavoro di cura intrinseco al rapporto madre-figliə, la sua trasformazione e il suo rovesciamento nel tempo.

Mario Banushi – MAMI
Foto di Andreas Simopoulos

Prende corpo, così, una partitura costruita attraverso un linguaggio unicamente visivo e plastico, privo di qualsiasi parola. Neanche i testi delle canzoni sono riconoscibili, seppure, racconta Banushi, una spettatrice gli ha confessato di aver riconosciuto il repertorio dell’iconica cantante albanese Vaçe Zela, scelto dal regista per l’affezione della propria madre alle sue canzoni.I rapporti familiari, inclusi quelli romantici, rimangono al centro dello spettacolo, con un cast di figure femminili che sembrano simboleggiare diversi momenti della maternità o della vita familiare di una donna (in un contesto storicamente patriarcale): la nuora (Eftychia Stefanou), la giovane madre (Panagiota Υiagli), la madre anziana (Angeliki Stellatou), la nonna/balia/ostetrica, o forse presenza che si configura più che altro come simbolo della cura inscritta nella maternità (Vasiliki Driva).

Mario Banushi – MAMI
Foto di Pinelopi Gerasimou

Forse in un primo momento, dal pubblico, si può tentare di trovare una narrazione coerente delle faccende relazionali, di intimità familiare, che si susseguono attraverso le scene – che talvolta sfiorano il didascalico. Poco dopo, però, ci si accorge che si è di fronte a immagini che sembrano emergere non solo dai ricordi del regista ma anche direttamente dal suo subconscio. 

La creazione plastica delle scene, confessa Banushi, nasce da schizzi e disegni, e si sviluppa in sala prove nella commistione tra memorie di sogni, ricordi propri e ricordi delle/dei performer. 
In questo flusso, le immagini del parto che tornano nello spettacolo smettono presto di essere realistiche, per farsi oniriche. Ciò che nella scena d’apertura era evento fisiologico si trasforma in atto fantastico, dove i corpi delle performer e gli oggetti della scenografia si intersecano, dando vita a nascite impossibili e simboliche.

Mario Banushi – MAMI
Foto di Pinelopi Gerasimou

Il tempo del rito: sonorità e temporalità nella narrazione di MAMI

In questo orizzonte costellato di salti temporali e sospensione, gli unici elementi che sembrano ordinare e scandire il passaggio del tempo sono i rituali sociali e religiosi (battesimi, matrimoni, funerali) e insieme ad essi i suoni che li accompagnano. Tornano più volte le campane, e appare in due occasioni il clarinetto, strumento chiave nella cultura musicale tradizionale popolare sia albanese che greca. 

La scena di quella che sembra un’unione matrimoniale, celebrata dai corpi nudi di due amanti abbracciati sotto un velo trasparente, è preceduta da un assolo di clarinetto eseguito proprio da colui che sarà lo sposo (Fotis Stratigos). Lo stesso strumento, stavolta con quello che sembra un grido stridulo, torna per accompagnare la scena di una morte.Nella tradizione popolare albanese, è proprio il suono del clarinetto a marcare questi momenti nel ciclo della vita di una persona: nel lamento funebre strumentale, esso emula il pianto; nel rito nuziale può sia celebrare l’unione che piangere la dipartita e la separazione della sposa dalla propria famiglia.

Mario Banushi – MAMI
Foto di Pinelopi Gerasimou

È infatti con un rito funebre che si chiude la pièce, in un tappeto sonoro che riecheggia le celebrazioni della Pasqua ortodossa in Grecia. In una processione circolare e solenne, le/i performer iniziano a smontare progressivamente la scenografia: uno ad uno, gli oggetti che hanno popolato la scena vengono deposti sul corpo defunto come in un gesto di venerazione.  L’intero allestimento diventa un’offerta votiva: la brandina, il clarinetto, i materassi, la casa stessa si accumulano sopra la salma. In un ribaltamento finale, la morte è solo una metamorfosi: il corpo esanime diventa origine di una nuova nascita, dando vita all’ultima immagine di un parto di un neonato dal mucchio di oggetti, detriti, e memorie di scena.

Mario Banushi – MAMI
Foto di Pinelopi Gerasimou

Con MAMI, Mario Banushi conferma la ricerca di un linguaggio teatrale peculiarmente visivo e plastico. La sua è una drammaturgia di corpi, materia e suono che procede per immagini che si sviluppano tra intuizioni visive geniali e, altre volte, quadri di una perfezione formale che tuttavia rischia di farsi maniera. Dopo il passaggio a FOG, l’appuntamento con le sue creazioni si sposta a giugno in laguna, durante il 54. Festival Internazionale del Teatro, per la cerimonia di consegna del Leone d’Argento alla Biennale Teatro, che gli verrà conferito dal Direttore Artistico Willem Dafoe il quale, con questo riconoscimento, ha voluto consacrare ufficialmente il valore internazionale del suo lavoro.

Il teatro di Mario Banushi tra biografia e subconscio: MAMI a FOG Festival