Alla Biennale Teatro 2025, la cantautrice sarda Daniela Pes porta Spira in una nuova forma: non solo concerto, ma una performance che intreccia musica, corpo e materia. Sul palco, la sua voce si fa gesto e respiro, mentre accanto a lei l’artista e coreografa Alessandra Mura costruisce paesaggi essenziali fatti di simboli e movimento.
Insieme danno vita a un dialogo sospeso, dove il concerto diventa rito visivo e fisico, e il teatro contemporaneo si apre come spazio di ascolto e di libertà.


Courtesy La Biennale di Venezia
“Durante il tour di Spira ho capito che la gestualità e la scena erano diventate parte fondamentale del mio modo di abitare il palco. L’invito della Biennale è stato un’occasione preziosa per esplorare queste dimensioni, in un contesto teatrale contemporaneo”, racconta Daniela Pes.
Come avete lavorato con Alessandra Mura, con cui collabori da diversi anni?
Daniela Pes: Collaboriamo da molto tempo e, negli anni, il nostro dialogo è diventato sempre più profondo, soprattutto durante il lavoro sugli abiti del tour di Spira. Per la Biennale Teatro siamo partite da un immaginario comune fatto di segni e simboli essenziali.
Abbiamo scelto materiali semplici ma evocativi — corde, pietre, fiori spontanei — non per richiamare il passato, ma per ancorare la scena a qualcosa di vivo, resistente, autentico. La scenografia e la presenza della danzatrice sono state pensate in funzione del concerto, che rimane il cuore del progetto. Ogni gesto e scelta visiva è stata ideata per sostenere la musica e la voce, senza mai sovrapporsi né distrarre.


Courtesy La Biennale di Venezia

“Mi piace che il corpo possa essere parte attiva del suono. La voce è un’estensione fisica che coinvolge respiro, gesto, postura. Il suono ha bisogno del corpo per esistere pienamente in scena”, dice Daniela Pes.
Alessandra Mura aggiunge: “Il rapporto tra musica, corpo e poesia è un dialogo costante. Le musiche di Daniela non sono un sottofondo: sono forza viva che attraversa il corpo e lo spazio”.
Qual è l’immaginario che ha ispirato il vostro processo creativo?
Daniela Pes e Alessandra Mura: il nostro processo creativo nasce dalla volontà di costruire uno spazio sospeso, fuori da un tempo lineare. Un luogo essenziale, capace di accogliere ascolto, presenza e incontro. Abbiamo scelto un palco bianco, nudo, attraversato da elementi simbolici, non per descrivere ma per creare le condizioni in cui suono, corpo e materia possano influenzarsi a vicenda. Un paesaggio interiore che prende forma nella relazione tra chi è in scena e chi guarda.
La tua invenzione di lingua sonora è stata definita una lingua che non esiste. Cosa fa questo linguaggio, nasconde o libera?
Daniela Pes: Credo che questo linguaggio faccia entrambe le cose. Nulla dovrebbe mai svelarsi del tutto. Abbandonare i significati convenzionali delle parole mi ha dato un’enorme libertà e mi ha permesso di trovare una chiave per proseguire il mio discorso. Questi testi non sono nati per spiegare, ma per evocare sensazioni e visioni, prima di tutto a me stessa. Cantare fuori da una lingua codificata apre i significati, li rende mobili e attraversabili, interpretabili dal mondo.
Alessandra Mura: C’è una libertà che nasce quando le parole tacciono, quando il gesto prende il loro posto e il suono diventa senso. È come una lingua antica che parla direttamente al corpo e all’inconscio.

Courtesy La Biennale di Venezia


“Sento sempre più forte il desiderio di approfondire la dimensione teatrale e il lavoro fisico come parte del mio percorso artistico. Il dialogo con Alessandra è vivo e in continua evoluzione, e credo possa generare nuove forme nel tempo”, afferma Daniela Pes.
Alessandra Mura: Siamo due artiste con percorsi diversi ma una visione comune: usare la forza delle nostre capacità per creare nuovi spazi espressivi. Quello che verrà lo scopriremo nel tempo.
Che rapporto avete con la pratica teatrale contemporanea?
Alessandra Mura: Il mio rapporto con il teatro contemporaneo è profondamente legato alla mia ricerca sul corpo come veicolo espressivo e narrativo. Come coreografa di teatro-danza, lo vedo come uno spazio di libertà e sperimentazione, dove i linguaggi si contaminano e si ridefiniscono costantemente. I miei spettacoli nascono da un’indagine sul corpo in relazione allo spazio, alla memoria, alla voce e al gesto quotidiano, cercando di rompere i confini tra danza, teatro e performance. Per me il teatro contemporaneo è un laboratorio vivo, uno specchio delle urgenze del presente.
Le parole di Daniela Pes e Alessandra Mura si intrecciano come i loro linguaggi: voce e gesto, musica e corpo. Spira non resta solo un progetto musicale, ma si apre come ricerca viva, destinata a trasformarsi ancora, a generare nuove forme.
La Biennale Teatro diventa così il luogo in cui questo dialogo trova respiro: un paesaggio sospeso che accoglie chi guarda e chi ascolta, invitandolo a partecipare a un viaggio sensoriale e interiore, dove nulla si spiega del tutto e tutto rimane aperto, pronto a risuonare.