Ci sono film di Natale che, con il tempo, smettono di essere semplici film e diventano un rito delle feste: tornano puntuali ogni anno, li prendi un po’ in giro, li guardi con affetto e li conosci a memoria. Il Grinch di Ron Howard è esattamente questo.

Venticinque anni fa Il Grinch entrava nei cinema fingendosi un film di Natale per famiglie, celando in realtà un interessante collage visivo: espressionismo tedesco, modernismo organico, grottesco ottocentesco e pop art acida si mescolano come un groviglio di lucine natalizie. Dietro le smorfie di Jim Carrey e i regali dei Nonsochi si nasconde, infatti,  un mondo estetico preciso, studiato, volutamente eccessivo. Un film che usa l’arte per parlare di consumismo, solitudine e accettazione, ma lo fa con un sorriso storto e una palette che sembra urlare “troppo” da ogni inquadratura.

Tutto comincia lassù, sul Monte Briciolaio. La tana del Grinch non è solo una grotta: è una dichiarazione estetica. Le sue pareti inclinate, le scale che sembrano scappare da sole e gli archi che non rispettano alcuna geometria razionale devono moltissimo all’Espressionismo Tedesco, a Il gabinetto del dottor Caligari e agli incubi dipinti di Robert Wiene. Lo spazio diventa psiche: la casa del Grinch è la sua mente, contorta, ironica e ferita. Il chiaroscuro è netto, teatrale, quasi cattivo. Le ombre sono lunghe, affilate, che sovrastano la città di Nonsochi, un marasma luminoso e variopinto.

Scendendo a valle, infatti, il film cambia secolo e temperatura. Michael Corenblith, production designer, ha bandito la linea retta come fosse un crimine contro l’allegria. Qui entra in scena Gaudí, anche se nessuno lo nomina a voce alta. Le case dei Nonsochi sono un mare di curve, carammelle gommose, rotoli di liquirizia che si snodano intricati. Casa Batlló incontra una pasticceria natalizia sotto acido. L’Art Nouveau si gonfia, si deforma, diventa caricatura di sé stessa: i lampioni si piegano come steli, le ringhiere danzano, tutto segue il colpo di frusta di Victor Horta… ma spinto al limite del grottesco.

Ed è proprio il grottesco a tenere insieme questo mondo. Rick Baker trasforma Jim Carrey in una scultura vivente, una soft sculpture pelosa e nervosa. Il Grinch è una statua vivente, si contorce, digrigna i denti. È cartoon ma anche inquietante. Qui entra in gioco Honoré Daumier: i Nonsochi, con quei nasi allungati, i sorrisi troppo larghi e le dentature sporgenti, sembrano usciti da una satira ottocentesca. La deformità fisica diventa caricatura sociale, presa in giro della comunità che si crede perfetta. Il Grinch è abbastanza umano da farci simpatia e abbastanza mostruoso da non farci stare del tutto tranquilli.. Non sai se abbracciarlo o scappare. E infatti fai entrambe le cose.

Poi c’è il colore. Il Grinch rifiuta il Natale rassicurante e imbocca una strada pop, acida, quasi tossica. Nonsochi sembra una scultura gigante di Jeff Koons: tutto è lucido, troppo colorato, iper-saturo, come se gli oggetti fossero gonfiabili e pronti a esplodere. Il consumo diventa decorazione, il regalo diventa feticcio, la festa diventa performance. E in mezzo a tutto questo, lui: il verde chartreuse del Grinch. Un verde innaturale, chimico, elettrico. Non appartiene al paesaggio, lo disturba. Non puoi ignorarlo, come non puoi ignorare chi non rientra nel quadro perfetto.

A 25 anni dalla sua uscita, Il Grinch resta un film che funziona perché è eccessivo, colto e stupidamente brillante allo stesso tempo. È una fiaba che flirta con l’arte, una satira che si traveste da giocattolo, un musical storto che ti ricorda, con una risata verde e sbilenca, che a volte il vero spirito natalizio nasce proprio da chi sta ai margini, lassù, sul monte, a guardare il mondo con occhi diversi.

Il Grinch 25 anni dopo: l’ARTE di rovinare il Natale