Negli ultimi due anni il mercato dell’arte ha subito un cambiamento radicale. Dopo un periodo di euforia post-pandemica, in cui i prezzi alle aste hanno raggiunto vette mai viste prima, oggi ci troviamo di fronte a un brusco rallentamento. Il mercato sembra aver perso la presa sul concetto stesso di valore. Le vendite scendono, le opere restano invendute, e persino i nomi più celebri non sono più garanzia di successo.

È solo una crisi ciclica, o siamo di fronte a un mutamento strutturale del sistema dell’arte?

Ryan Gander’s Art Sees Right Through You

Fine della narrazione del “tutto sale”

Nel maggio scorso, un busto di Alberto Giacometti stimato intorno ai 70 milioni di dollari non ha trovato acquirenti durante un’asta da Sotheby’s a New York. Una cifra che – com’è evidente – ha poco a che vedere con la quotidianità del pubblico comune, ma che nel mondo delle aste internazionali era considerata “normale” fino a poco tempo fa. Oggi, però, anche in quei contesti iper-finanziarizzati qualcosa si è incrinato.

Il valore complessivo delle vendite all’asta è calato di oltre il 25% nel 2024, secondo dati di ArtTactic e UBS. E in modo ancora più evidente nel segmento delle cosiddette “opere trophy”, ovvero quelle vendute sopra i 10 milioni: un calo del 45% in valore e del 39% in quantità rispetto al 2022. Anche artisti contemporanei un tempo richiestissimi hanno visto le loro opere vendute a meno di un terzo dei prezzi battuti solo pochi anni fa.

La narrativa del “tutto sale” – che aveva alimentato un’espansione speculativa senza precedenti tra il 2019 e il 2022 – si è improvvisamente interrotta. E con essa, anche la certezza che il valore dell’arte sia un dato oggettivo o costante.

Una bolla costruita sull’illusione di liquidità

L’esplosione dei prezzi nell’ultimo decennio ha avuto cause chiare: l’inflazione degli asset, l’euforia finanziaria post-Covid, e una nuova generazione di collezionisti attratti dall’arte come “investimento sicuro”. Ma a differenza dei beni rifugio tradizionali, l’arte non è liquida, né facilmente valutabile. È un oggetto carico di soggettività, il cui valore dipende da narrazioni, status e aspettative – spesso costruite a tavolino da gallerie, advisor e case d’asta.

Secondo l’economista Don Thompson, il mercato è stato drogato da una forma di ancoraggio psicologico: ogni nuovo prezzo record diventava immediatamente il nuovo standard. Le stime si gonfiavano, le opere “storiche” venivano posizionate strategicamente in catalogo, e le aggiudicazioni diventavano simboli di status più che scelte culturali.

Ora che quell’effetto è svanito, ci troviamo con molte opere sopravvalutate, una domanda più cauta e – per la prima volta da anni – la necessità di riflettere su cosa significhi davvero “valore” in arte.

Art Basel: la fiera come specchio

Questo clima si riflette chiaramente anche ad Art Basel, la più importante fiera d’arte contemporanea del mondo, che quest’anno si apre in un’atmosfera più riflessiva. Le grandi gallerie internazionali portano ancora opere da milioni (letteralmente), ma lo fanno con un tono diverso: si parla meno di “asset da investimento” e più di acquisti emotivi, profondamente connessi al gusto e all’identità di chi li compie.

Al centro dell’attenzione, però, non ci sono solo i “big”. La nuova sezione Premiere, che ospita artisti attivi da meno di cinque anni, mostra un’altra faccia del mercato: più giovane, più accessibile, più sperimentale. Qui si trovano lavori venduti a prezzi che – pur restando importanti – risultano più vicini alla portata di collezionisti emergenti o di istituzioni indipendenti: dai 3.000 ai 30.000 euro.

Nora Turato – Post Capital – Foto di David Stjernholm

Opportunità o svalutazione?

Il calo delle vendite non riguarda tutti allo stesso modo. Mentre il mercato ultra-high-end rallenta bruscamente, quello delle opere tra i 10.000 e i 100.000 euro si dimostra sorprendentemente resistente. Anzi, in alcuni casi è proprio in questa fascia che si stanno muovendo nuove energie: giovani collezionisti, spazi indipendenti, fondazioni e artist-run spaces.

Questo potrebbe suggerire una direzione virtuosa: abbandonare la corsa al “pezzo da record” e riscoprire il piacere della ricerca, della scoperta, del collezionismo autentico. Ma è importante non essere ingenui: un abbassamento generalizzato dei prezzi potrebbe anche erodere la fiducia nel sistema, rendere più fragile il sostegno economico agli artisti e mettere in crisi gallerie che faticano già a coprire i costi di produzione e partecipazione alle fiere.

Quello che sta accadendo non è solo una crisi di mercato. È una riflessione collettiva sul valore dell’arte, su chi lo decide, e su quanto questo valore sia legato a dinamiche che poco hanno a che fare con la qualità o la ricerca.

La sfida è trasformare questo momento di rallentamento in un’occasione di riformulazione: ampliare il pubblico, sostenere l’arte sperimentale e indipendente, costruire un ecosistema più fluido, meno schiacciato sulle aste internazionali e più vicino ai processi reali di creazione e scoperta.

Per chi viene dalla musica, dal design, o da ambienti in cui la creatività è il punto di partenza – e non l’output finale da capitalizzare – tutto questo può suonare familiare. L’arte sta vivendo oggi una transizione simile: da oggetto-feticcio a linguaggio fluido, da status symbol a strumento di relazione. E forse, proprio qui, può nascere un nuovo modo di intendere il collezionismo. Uno più accessibile, più sostenibile, e finalmente più umano.

Il grande sgonfiamento: cosa sta succedendo al mercato dell’arte?