Il ritorno al documentario non come linguaggio di testimonianza, ma come gesto umano e cinematografico capace di accettare il vuoto, l’incertezza e la contraddizione.
Così il progetto Loris G. Nese arriva diretto sugli schermi con il documentario “Una cosa vicina”, che appare a tutti differente già dalla prima visione. Più che raccontare, il regista sembra scavare, mettendo in scena una presenza fragile, incompleta, continuamente in trasformazione.
Il film non è stato costruito attorno alla forma, alla narrazione spettacolare o all’urgenza di creare un racconto politico; il trauma familiare, la memoria, la perdita e l’ombra della camorra, vengono attraversati da Nese in una modalità completamente nuova.
Come raccontato dallo stesso regista in diverse interviste, il film nasce da “un bisogno irrazionale di elaborare suggestioni che arrivavano dai telegiornali, dai racconti familiari e persino da sconosciuti che mi fermavano per strada”. Un processo durato quasi dieci anni e costruito lentamente attraverso archivi, memorie private e materiali raccolti nel tempo.

Un documentario a frammenti
Negli ultimi anni il documentario italiano ha spesso inseguito due direzioni precise, estetizzando il reale da una parte o costruendo dispositivi narrativi molto definiti dall’altra, creando come delle fiction mascherate.
“Una cosa vicina”, invece, sceglie una strada più esposta e rischiosa. Nese rinuncia alla rassicurazione della struttura classica per costruire un’opera che procede per frammenti, intuizioni.
Il risultato è un film che non cerca di chiudere il dolore dentro una forma definitiva, ma che lascia continuamente aperta una ferita. Attraverso giochi di inquadrature Loris, voce narrante della sua stessa storia, ci introduce al racconto senza mai apparire direttamente davanti alla camera. La famiglia, gli amici, i conoscenti si mostrano al suo posto completando quei “pezzi mancanti del puzzle” con parole e ricordi di un passato difficile e ancora da affrontare.
Non svelando l’intero racconto, il regista rimane cosciente nel dubbio ancora vivo nella mente di chi ha visto tutto ciò da vicino.

La complessità di un’assenza
L’impressione, osservando il percorso di Loris G. Nese, è quella di assistere a un cinema che rifiuta l’idea del documentario come spiegazione. Non c’è la volontà di ordinare il trauma in un racconto lineare né quella di trasformare la memoria privata in un caso esemplare. “Una cosa vicina” mantiene sempre una distanza emotiva particolare raggiungendo così un nuovo livello di intimità diverso da quel tradizionale senso autobiografico. Anche nei momenti più dolorosi, infatti, il film evita la spettacolarizzazione della sofferenza. Non c’è mai un compiacimento dell’orrore o della marginalità, ma piuttosto il tentativo di restituire la complessità di un’assenza.


Chi è Nese: il regista del documentario “Una cosa vicina”
Cresciuto cinematograficamente tra Scorsese, Coppola e De Palma, Nese ha dichiarato di aver voluto “ribaltare Gomorra, dando spazio alle complessità”, evitando quindi qualsiasi rappresentazione codificata o stereotipata della periferia campana. Nel panorama festivaliero contemporaneo, spesso dominato da film che cercano immediatamente un posizionamento teorico o politico riconoscibile, l’opera del regista si presenta infatti come un lavoro quasi più di sottrazione. La presenza di Francesco Di Leva e Mario Di Leva contribuisce a rendere ancora più sottile il confine tra realtà e rappresentazione. I loro volti non vengono utilizzati come semplice supporto drammatico, ma diventano parte di un processo emotivo condiviso, quasi una confessione collettiva che si costruisce davanti alla macchina da presa.

Le recensioni del documentario “Una cosa vicina”
Molte delle recensioni uscite durante e dopo Venezia hanno parlato di “puzzle documentario”, di “confessione in divenire”, di un’opera che si muove costantemente tra vicinanza e distanza. Ed è probabilmente questa oscillazione a rendere “Una cosa vicina” così interessante.
Nese non realizza un documentario d’inchiesta, né un memoir classico. Costruisce piuttosto uno spazio di confronto tra una storia e quella che è una personale rappresentazione del dolore, lontana e complicata tra le dinamiche familiari.

Il documentario come cinema del tempo e della presenza
Il titolo “Una cosa vicina” afferisce infatti ad indefinito. È un ricordo, una figura, un’assenza, forse persino un’immagine che continua a sfuggire. Una questa tensione continua verso qualcosa che non può essere afferrato fino in fondo. Dal punto di vista stilistico, il lavoro di Nese colpisce anche per la capacità di alternare materiali differenti senza perdere coerenza emotiva. Il documentario si apre continuamente a una dimensione quasi sensoriale dove le immagini che sembrano emergere dalla memoria, i dialoghi sospesi, e dove le pause diventano parte integrante del racconto. In questo senso, “Una cosa vicina” segna anche un ritorno importante a un’idea di documentario come cinema del tempo e della presenza, lontano dalle dinamiche algoritmiche della serialità contemporanea.
“Ho cercato forme alternative che esprimessero l’irrappresentabilità dei sentimenti e dei percorsi che avevo vissuto”, ha spiegato il regista.
Il regista riporta il documentario a una dimensione vulnerabile, umana e profondamente cinematografica riuscendo a trasformare una storia altamente personale in una riflessione universale, sulla memoria collettiva e condivisa chiedendo quindi a tutti gli spettatori di restare in attesa di “Una cosa vicina” per quanto sembri permanere in un processo incompleto