Ci sono mostre che si guardano. E ce ne sono altre, rare, che si attraversano e ci trasportano in un’altra dimensione. ICARUS di Yukinori Yanagi è un’esperienza da vivere con gli occhi, certo, ma anche con il corpo, con l’udito, con la memoria. Come un sogno lucido che si snoda tra rovine e riflessi, tra detriti e desideri.
È la prima volta che l’Europa ospita una retrospettiva di Yanagi, e non poteva esserci luogo più adatto delle navate maestose di Pirelli HangarBicocca, dove l’arte può diventare architettura del pensiero, e i pensieri — in questo caso — sono pesanti come il piombo. ICARUS non è solo il nome di una mostra: è un avvertimento, un’invocazione, una caduta inarrestabile nella vertigine del nostro tempo.
L’ingresso di Icarus è un occhio. Enorme. Animale. Un’ iride giallo-arancio che ci osserva. Dentro quell’occhio si alternano visioni: funghi atomici, test nucleari, lampi di fine mondo. È l’occhio di Godzilla, il mostro nato nel cuore del trauma post-Hiroshima, che Yanagi trasforma in simbolo e sentinella della nostra memoria collettiva. Intorno, rottami, sabbia, lamiere, una barca spiaggiata. È Project God-zilla 2025, e sembra un altare costruito coi resti del progresso, una reliquia di un futuro già bruciato.

Da qui si entra in un altro spazio di Icarus, ancora più silenzioso e crudele, dove la luce intermittente dei neon disegna a terra frammenti dell’Articolo 9 della Costituzione giapponese. Il testo, che proclama il rifiuto della guerra, lampeggia come una voce rotta, come un’eco che non riesce più a dire il suo significato. Qui Yanagi mette in discussione l’eredità imposta della democrazia, la sua ambiguità tradotta, la sua fragilità. Ogni lettera è una scintilla che si spegne prima di accendersi davvero.
Ma è nel cuore dello spazio espositivo che ICARUS diventa labirinto e pellegrinaggio. Icarus Container 2025 è una cattedrale laica costruita con 16 container: un dedalo di metallo e luce, dentro cui ci si perde come dentro un sogno industriale. Il sole — rosso, furioso, gorgogliante — appare su uno schermo e guida il percorso, fino a dissolversi in uno specchio che riflette il cielo di Milano. Sulle superfici lucide compaiono i versi della poesia Icarus di Yukio Mishima, come messaggi da un altro mondo, come preghiere sospese. La voce di Icaro, che desiderava salire, salire ancora, verso “un punto di azzurro”, si fa sussurro che accompagna il visitatore in un’ascesa verticale verso la consapevolezza — e forse, inevitabilmente, verso la caduta.
Non c’è retorica in ICARUS, ma solo materia e tempo. Polvere, vento, luce. E formiche. Migliaia di formiche. Sono loro le protagoniste di The World Flag Ant Farm 2025, opera simbolica e ironica che smonta i confini tra le nazioni grano dopo grano, trasformando le bandiere del mondo in una sola polverosa mappa in continuo mutamento. Le formiche attraversano, collegano, cancellano. Non conoscono confini. Lavorano come la storia: in silenzio, con ostinazione.
ICARUS è una mostra che ci racconta ciò che siamo diventati e ciò che potremmo ancora essere. È una riflessione lucida e poetica sulla responsabilità umana, sull’arroganza della tecnica, sulla fragilità dei simboli. Yanagi ci dice che volare non è peccato — ma dimenticare di avere il sole sopra la testa, quello sì, può essere fatale.
Il mito di Icaro, nelle mani di Yanagi, non è solo una parabola antica: è una lente attraverso cui osservare la nostra epoca, con tutto il suo carico di sogni infranti, guerre invisibili, memorie spezzate e desideri inconfessabili.
E quando si esce dalla mostra, con ancora addosso il riverbero di quel sole inafferrabile, una domanda resta a vibrare nell’aria: e se Icaro fossimo noi?