Olivia Rodrigo è la perfetta popstar americana sottostimata: bella, ben vestita, ex baby star di Disney Channel (la sua prima comparsa è in Hannah Montana: The Movie a soli x anni), al centro di gossip (bei tempi quando ci si preoccupava del drama tra lei e Sabrina Carpenter) e velocemente sotto i riflettori. Driver’s license del resto è stato un tormentone, la canzone da rottura perfetta per piangere in macchina.
Tuttavia, guardando al nuovo album di Olivia Rodrigo c’è un dettaglio che passa quasi inosservato ascoltando: la cantante non sta semplicemente pubblicando un album, ma costruendo un ecosistema.

Dentro la brand identity di You Seem Pretty Sad for a Girl So In Love
In un’industria in cui velocità, brand identity e intelligenza artificiale occupano sempre più spazio, You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love sembra riscrivere le regole del gioco. Se il pop contemporaneo tende a costruire la propria coerenza visiva attraverso una direzione creativa fortemente centralizzata, Rodrigo compie una scelta tutt’altro che scontata: moltiplica le estetiche, le firme ed i punti di vista. L’immaginario del progetto viene affidato a giovani illustratori editoriali, animatori indipendenti e grafici sperimentali; una pluralità di linguaggi che, anziché frammentarne l’identità, finisce per rafforzarla.
Questa visione trova espressione evidente nei lyric video. Lontani dall’essere semplici contenuti promozionali, diventano uno spazio di sperimentazione in cui ogni artista rielabora l’universo del disco secondo la propria sensibilità.
Il risultato? Una mostra collettiva diffusa, su YouTube.
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I volti creativi dietro i lyric video del nuovo album di Olivia Rodrigo
Milla traduce Drop Dead, Stupid Song e The Cure in collage animati che riprendono frame precisi dei rispettivi videoclip originali, trasformandoli in archivi da cui attingere. In Honeybee e Begged, Mikayla Tozer immagina un mondo di sospeso al di là di una cornice, mentre Li Anne Liew porta Maggots for Brains e Less lavora su un surrealismo emotivo morboso ma controllato, che resta addosso: quello che viene dopo la fine, quando l’amore non è davvero finito. Zhong Xian in you + me e purple mette in scena pochi colori, grandi spazi vuoti, figure stilizzate con proporzioni volutamente infantili ed un tratto che ricorda il disegno a matita o a pastello.
Rebecca Gourlay con My way e Cigarette smoke porta lo spettatore in fiaba gotica, dove vegetazione e paesaggio diventano la materializzazione dello stato emotivo della protagonista. Infine, Olivia Wilyman con What’s wrong with me ed Akash Jones con Expectations lavorano su un’estetica bidimensionale trasformando la paper art in un vero paesaggio emotivo. Nel loro insieme, questi lavori trattano il lyric video come uno spazio espressivo ed artistico autonomo, capace di esistere anche al di fuori della canzone.
La stessa coerenza nei videoclip
I videoclip, in stretto dialogo tra loro pur aprendo immaginari distinti, scelgono di seguire la stessa coerenza di fondo.
The Cure, diretto da Sara Pidgette, si allontana dall’estetica patinata del pop tradizionale e costruisce l’immagine attraverso materiali poveri e artigianali – cartone, feltro, corde, oggetti di recupero – che diventano il vero linguaggio visivo del progetto. Un universo imperfetto e tattile, abitato da contributi di artisti indipendenti come @parsnippi, @ellevenvargas, @jesseharron, @heavysweaterproductions, @oshaseleven, @dileanjimenez e @chelseabayouth, che danno forma a una coralità più materiale che decorativa.
Dropdead, diretto da Petra Collins e girato nella Reggia di Versailles, mette in scena un lusso decadente e volutamente artificiale, dove l’estetica alla Marie Antoinette di Sofia Coppola (2006) diventa un filtro contemporaneo – oltre che citazionistico.

Il registro più rarefatto di “stupid song”
Stupid Song si muove invece su un registro più rarefatto e sospeso, in un’estetica che sembra uscire contemporaneamente da Il giardino delle vergini suicide (Sofia Coppola, 1999) e da una fanzine riot grrrl. Tuttavia, è forse qui che l’estetica di You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love si definisce con più chiarezza, rifiutando una contrapposizione che il pop ha alimentato per anni: quella tra femminilità e credibilità rock.



La scena costruisce infatti una tensione immediata tra due modi di stare nello spazio. Da un lato le ballerine, inserite in una grammatica visiva ordinata, coreografica, legata a un’idea di pop patinato e disciplinato; dall’altro la protagonista, in felpa, disallineata rispetto alla coreografia. L’opposizione, seppur esplicita, è costruita per essere abitata da tutti i personaggi, presto in evidente armonia ed influenza reciproca (notiamo le ginocchia sporche di terra delle prime, e il ballo liberatorio di Rodrigo sul finire del videoclip).
La copertina e le foto
Copertina e fotografie della campagna – dai primi teaser ai caroselli post-release – insistono sullo stesso cortocircuito: la natura diventa spazio emotivo, i prati si riempiono di margherite, gli abiti evocano un guardaroba vittoriano filtrato dai primi Duemila, mentre il sound continua a graffiare sotto la superficie. L’omaggio a L’Altalena di Fragonard costruisce un’immagine di apparente leggerezza, subito smentita dal retro del vinile: le diverse edizioni giocano su contrasti di chiaroscuro e sulla presenza del suolo, che ribalta la sospensione dei colori pastello e dell’aria.

Il racconto del nuovo album di Olivia Rodrigo prosegue fuori dal disco
La parte più radicale del progetto, però, arriva fuori dal disco.
Daisy Chain Fields, il festival ideato da Rodrigo, non nasce come un’estensione promozionale del tour, ma della sua idea di cultura pop, di arte e di ruolo delle donne nella nostra società. Gli intenti sono chiari già dalla line-up: Chappell Roan, Bikini Kill, Doechii e Stevie Nicks, solo per citarne alcune. Generazioni e linguaggi distinti, ma ugualmente coinvolti nella costruzione di una genealogia della musica femminile che vada oltre il presente ed il concetto di headliner.




In programma il 29 agosto in California, il festival devolverà il 100% dei ricavi netti dei biglietti a organizzazioni non profit impegnate nella tutela e nella promozione dei diritti delle donne e delle ragazze. Oltre alla raccolta fondi, Daisy Chain Fields ospiterà associazioni attive nei settori della salute riproduttiva, dell’educazione, del contrasto alla violenza di genere e dell’empowerment femminile, offrendo al pubblico l’opportunità di conoscerne da vicino il lavoro, entrare in contatto con queste realtà e continuare a sostenerle anche oltre il fine settimana del festival.

L’identità visiva del Daisy Chain Fields Festival
L’identità visiva di Daisy Chain Fields risponde alla stessa logica. Insieme al graphic designer Jean Pierre, Rodrigo costruisce un immaginario che richiama i poster serigrafati dei festival indipendenti degli anni Novanta, i volantini DIY e l’estetica dell’editoria femminista. Margherite, lettering rétro, palette pastello e illustrazioni non sono semplici elementi decorativi, ma dichiarazioni d’intenti: un linguaggio visivo che racconta il progetto tanto quanto la sua line-up.
La sensazione è che Rodrigo stia usando il proprio peso nell’industria per redistribuire attenzione, in una forma di art direction che assomiglia sempre più ad una pratica curatoriale.
E forse è proprio questa la vera novità dell’era inaugurata dal nuovo album di Olivia Rodrigo You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love: dimostrare che un disco pop possa ancora essere un luogo d’incontro. Non soltanto tra canzoni e immagini, ma tra persone, professioni e comunità creative.
Un articolo a cura di Francesca Bergamaschi e Emma Pipesso