Tra una “testa che gira” e una “bossa nostra”, anche quest’anno l’industria musicale italiana non si è riservata nel lanciare canzoni dal richiamo sudamericano ed “esotico”, confezionate per dominare le classifiche della stagione calda e per imporsi come “tormentoni estivi”. Nonostante negli ultimi tempi si stia iniziando a dubitare della forza di queste presunte hit, effettivamente è ormai un cliché consolidato che i mesi di vacanza siano accompagnati dal sottofondo di ritmi latini.
A dirla tutta, questa usanza è molto più radicata nella storia della canzone popular occidentale di quello che si pensa, e i suoi intrecci con motivazioni antropologiche, sociologiche, di marketing e storiche sono parecchio interessanti. Quindi, cerchiamo di capire: come mai l’insieme dei generi musicali latini è associato così fedelmente alla stagione estiva? E a cosa è dovuta la loro diffusione?
Sole, mare e movimenti di bacino: i ritmi latino-caraibici e l’estate
Tra lambada, samba, mambo e reggaeton, la musica sud-americana e caraibica si compone di tanti generi diversi, ognuno con storia, significato e stratificazioni culturali specifiche: sembra chiaro che queste possono essere comprese, possedute e decodificate appieno solamente dagli abitanti di quelle zone e di quelle culture. Per il resto del mondo, invece, quei generi vengono in modo semplificativo raggruppati in un’unica grande categoria, percepita come “esotica” e con caratteri ben definiti.
Questa categorizzazione, come afferma Juan Valencia nel suo articolo “El ritmo no perdona: Latin American popular music, commercial media and aesthetic coloniality” (2014), “È definita sulla base di regole, modelli, epistemologie e valori che sono emersi ed evoluti, e ancora largamente appartengono e appaiono logici in una particolare geocultura: quella dell’Occidente”. Definendo questo fenomeno come “Aesthetic Coloniality”, lo studioso sostiene che “tutti i generi musicali non europei […] venivano stigmatizzati come primitivi, volgari e addirittura pericolosi”, almeno fino a quando non diventassero visibili e accettati dalla maggior parte della popolazione, e quindi velocemente codificati e categorizzati dalle elites eurocentriche (pag.176).
È un’altra studiosa, Mariia Mykhalonok, a spiegare i caratteri con cui sono stati e vengono tutt’oggi identificati i ritmi latini, nel suo articolo “Sol, playa y arena: Tropical flavour of reggaeton music” (2022). Parlando dei video musicali delle canzoni reggaeton, scrive: “Setting comuni includono spiagge scenografiche, oceano turchese e palme, che collocano geograficamente gli spettatori e permettono loro di identificare il genere di una canzone dai primissimi secondi di un video. Queste immagini di paradisi terrestri funzionano come mezzi visivi della tropicalizzazione (Aparicio/Chávez-Silverman 1997) della musica reggaeton, dipingendo lo spazio caraibico e gli artisti come ‘l’altro esotico’”.
Ritmi latini e l’idea di tropicalità
Cercando di riassumere, le canzoni di stampo sud-americano sono state interpretate e diffuse come prodotti culturali associati a idee di tropicalità, clima caldo, festa, ballo e di conseguenza a istintività, sensualità, corporeità, in opposizione al maggiore rigore attribuito al Nord e all’Europa. Questo collegamento immediato è da subito apparso come facilmente vendibile per l’industria musicale, ed ecco spiegato l’impulso alla produzione di musica dal ritmo esotico, come rappresentazione di ciò che è diverso, fuori dalla routine quotidiana, paradisiaco – un richiamo d’estate e vacanze, appunto.
Cosa succede nella musica italiana
L’Italia non è stata immune da questo fenomeno. Solo in anni recenti, possiamo citare Mambo salentino (Boomdabash ft. Alessandra Amoroso) e Lambada (Boomdabash ft. Paola e Chiara), come mistioni di reggaeton, ritmi caraibici, dancehall e dance pop, che sono stati protagonisti di intere estati. Non dimentichiamo poi gli autoproclamati re e regina del reggaeton nostrano, rispettivamente Fred De Palma ed Elettra Lamborghini, che hanno contribuito a rendere il genere riconosciuto e alla portata del grande pubblico, con hit come Una volta ancora, bachata-reggaeton cantata con Ana Mena, e la virale Pem pem.
Più di recente, può essere notata la spinta della cantautrice Gaia verso il mondo brasiliano, con brani come Chega e Bossa nostra, e l’incontro tra trap e America del Sud, ad esempio nel merengue hip-hop di Kriminal di Baby Gang ft. El Alfa, Omega e Roberto Ferrante o in tutta la samba trap degli inizi di Achille Lauro.
I ritmi latini nel passato: tra vacanze, condanne e accettazione
Non si tratta però solo di una moda recente: il musicologo Jacopo Tomatis ha infatti teorizzato una vera e propria “era dei ritmi” nel suo volume “Storia culturale della canzone italiana” (2021), che si estende dal diciannovesimo secolo a tutti gli anni Sessanta del secolo scorso, e che vede l’affermazione “stagionale” di musiche da ballo (e balli annessi) provenienti principalmente dal continente americano.
Nel secondo dopoguerra, in particolare, tale fenomeno si muove di pari passo con l’acquisizione da parte degli italiani di un privilegio della modernità: le vacanze. Ed è proprio nel contesto del tempo libero, della socialità – e dell’estate – che queste musiche “moderne” fanno breccia nella vita delle persone (pag. 92).
L’esotismo deli anni Sessanta
Peraltro, a supporto di ciò che dicevamo più sopra, Tomatis scrive che “Molti di questi balli affascinano il pubblico perché fortemente sessualizzati, esotici ed erotici insieme” (pag. 95): ma, in un Paese fortemente cattolico come l’Italia a cavallo tra le guerre e nel secondo post-guerra, viene da sé che per quegli stessi motivi tali generi venissero pubblicamente condannati dalle istituzioni e dalla stampa.
L’esotismo in quegli anni subisce dunque due processi: da un lato, viene utilizzato come oggetto di paragone, come metro di misura per capire dove finisca la musica italiana da elogiare e dove inizi il “diverso”. Dall’altro lato, viene adottato lo stratagemma di appropriarsi della cifra stilistica dei ritmi latini, “epurandoli dai significati sessuali” e “riducendone in modo bonario i caratteri trasgressivi”: questo spiega ad esempio il curioso motivo per cui un pilastro della tradizione come Claudio Villa cantasse un ritmo come Tipitipitipso (col calypso) (pagg. 95-98).
Insomma, le sonorità latine e caraibiche, che appaiono quasi abusate negli ultimi anni dall’industria musicale italiana, sono parte della nostra tradizione musicale sin dagli anni in cui essa stessa si stava formando, già allora sottoposti a precise codifiche e processi culturali che hanno in qualche modo contribuito a formarne i significati attuali.