Il 25 marzo alle 21.30, la rassegna di arti performative FOG di Triennale a Milano, ha presentato la prima nazionale dello spettacolo del danzatore e coreografo italo-tedesco Marco Berrettini, Jiddu, da sempre interessato a scardinare i codici della danza attraverso dispositivi ironici.

Uno spettacolo fantasmagorico, ricco di immagini mutevoli e sorprendenti, ma allo stesso tempo fresco, leggero e intelligente. Effetti visivi e attrazioni divertenti giocano con gli stereotipi bavaresi, mentre il “cavallo pazzo” del coreografo ridefinisce i codici della danza, facendoci attraversare la performance con diversi linguaggi: teatrale, musicale, coreografico. Berrettini lavora per slittamenti dove le arti ibridate continuamente evitano qualsiasi gerarchia. 

Uno spettacolo multilingue

Uno spettacolo multilingue, quello di Jiddu di Marco Berrettini, (se intendiamo lingue anche le partiture corporee e sonore) ma verbalmente bilingue perché i passaggi fondamentali in bavarese sono stati tradotti in italiano restituendo la sottile ironia di ogni sentenza. Il cerchio, simbolo di questa danza, appare sin subito in rosso, come un occhio di bue proiettato dall’alto verso il pavimento bianco. La sua valenza rimane enigmatica fino al finale, e nel corso dello spettacolo si moltiplica in diverse forme e colori – verde, doppio, triplo, giallo – suggerendo un tempo che si consuma ma che lascia tracce, introducendo una riflessione sulla Baviera non solo come contesto geografico ma come posizione culturale da cui partire per esplorare la tradizione e l’identità artistica. Si arriva così ad una dimensione intergenerazionale manifesta  – in alcuni passaggi – attraverso la lontananza/separazione scenica dell* giovani da un danzatore più grande, gesto simbolico e fondamentale per indicare un passaggio d’archivio di una tradizione.

La performance Jiddu di Marco Berrettini

L* performer entrano e circondano il perimetro del cerchio. I costumi – pantalocini verdi, camicia bianca, bretelle, cappelli e mocassini – indicano subito che si tratta di una compagnia di danza popolare bavarese, con le tipiche Lederhosen

L’ultimo danzatore “ribelle” entra con una maglietta su cui è scritto NEIN (“no”), rompendo subito la rigidità della compagnia e creando sorpresa e complicità con il pubblico. Durante un girotondo di svesti e rivesti, la scritta nascosta all’interno della maglia viene rivelata: DA (“sì”) – trasformando la negazione in affermazione. 

Questo passaggio simbolico condensa, attraverso un gesto, il contrasto tra negazione e accettazione. Gesto ironico che attiva un’esperienza condivisa tra spettator* e performer generando complicità e risate in un palleggiarsi di binarsimi: tradizione e innovazione, rigidità e apertura.

Come anticipa la sinossi, la narrazione segue una compagnia che, di fronte alla mancanza di successo, decide di reinventarsi puntando a una dimensione ‘globale’, integrando linguaggi coreografici e musicali differenti. La colonna sonora è infatti ricchissima e variegata da Flash and the Pan – Walking in the Rain, a Bernard Herrmann, al classicone Wish You Were Here dei Pink Floyd, fino a una straordinaria Alice Coltrane (Journey in Satchidananda) e al finale con Nick Drake – Saturday Sun. Ogni brano sembra offrire una nuova chiave di lettura, un momento specifico che si apre, ritmandola, senza mai renderla noiosa. 

Il rapporto con la lingua

Ricco di stratificazioni ma sorprendentemente condensato, in Jiddu il rapporto con la lingua diventa creativo: questa dinamica è particolarmente evidente nel primo finale, che sembra moltiplicarsi in più conclusioni, suggerendo che la performance possa non avere mai una vera chiusura. Abbattendo i limiti tra scena e quotidiano.

Un performer sviluppa un discorso marxista sul capitalismo, evocando lo stile di uno speech universitario o di un comizio intellettuale. La comprensione del testo è parzialmente ostacolata dall’improvvisazione musicale di banjo e tromba, a indicare come la percezione possa essere filtrata e selettiva: una metafora efficace del modo in cui il sistema capitalistico continua a influenzarci, pur senza essere completamente recepito, o forse sì ma non si vuole ascoltarlo, o forse non si riesce proprio a coglierlo, o forse il rumore è troppo assordante. 

Siamo dunque in un mondo che fa avanti e dietro tra pop e folklore, tra rito e materialismo in cui possiamo trovare l’ironia più intensa nei pupazzi-maschera nell’ultimo finale, maschere che dilatano il tempo trasformando i movimenti in reale e magico. Qualcosa di più leggibile. 

Una riflessione stratificata, quella di Jiddu di Berrettini, non semplice ma piacevole e leggera dove tradizione, identità, contaminazione culturale e senso di comunità sono alla base della composizione. Ma anche iPretzel giganti.

I diversi linguaggi di Jiddu, lo spettacolo di Berrettini a FOG Festival