Tra introspezione, ironia e poesia urbana, i Bouganville tornano con Non esattamente a fuoco (Dischi Belli / Artist First), un album che racconta la confusione, la bellezza e la vertigine dei trent’anni.
Un viaggio tra synth, chitarre distorte e sogni che cambiano forma, dove la sfocatura diventa linguaggio e la perdita di nitidezza, una dichiarazione d’intenti.

Abbiamo incontrato la band romana per farci raccontare il dietro le quinte del disco: la nascita dei brani, il processo collettivo di scrittura e la forte direzione artistica che lega suono e immagine.
Ne è uscita una conversazione sospesa tra musica, arte e percezione visiva — proprio come il vetro scanalato che attraversa la copertina del disco.

Il titolo del disco, “Non esattamente a fuoco”, è già una dichiarazione poetica. Cosa rappresenta per voi questa sfocatura? È un modo per accettare l’incertezza o per raccontarla?

Bouganville: È un modo per starci dentro. La sfocatura si manifesta in maniera diversa per ognuno di noi, quindi è difficile dare una risposta unica. Sicuramente è stato interessante osservare la distanza tra quello che ci aspettiamo, i nostri bisogni, i desideri personali e quelli che la società ci “suggerisce”. Ciò che è lampante ai nostri occhi sono i momenti in cui ci si sente fuori posto, sbagliati, in ritardo, contrapposti a una sensazione di essere coerenti, nella giusta direzione. Tutti sperimentiamo i due momenti nell’arco della vita in maniera alternata. Accettarli è una lotta: significa comprendere che entrambi non sono eterni e stabili.

L’album parla di quella fase della vita in cui tutto sembra cambiare forma: amicizie, amori, ambizioni. Quanto c’è di autobiografico e quanto invece di generazionale in questi brani?

Bouganville: Crediamo sia impossibile scrivere una canzone generazionale con l’intento di farlo. Possiamo parlare di ciò che conosciamo e viviamo. Molti brani sono nati dall’esigenza di condividere fatiche quotidiane, semplici problemi pratici totalmente nuovi, ma anche da discussioni su dubbi filosofici, esistenziali. Tuttavia, prestando l’orecchio al mondo, ci siamo accorti che questi discorsi erano sostanzialmente condivisi dalla maggior parte delle persone che avevamo attorno. Ad esempio, il brano Incantati è una sorta di resoconto di discorsi ripetuti all’infinito con gli amici, fino al punto in cui le parole sembrano perdere di significato.

A colpire è anche il metodo di lavoro della band: Non esattamente a fuoco nasce da un processo collettivo, quasi artigianale, dove ogni scelta è condivisa, discussa, smontata e ricostruita insieme.
In un’epoca in cui l’autorialità individuale è spesso esibita, i Bouganville scelgono invece la via dell’ascolto reciproco.

Il vostro processo creativo è stato molto collettivo, quasi “artigianale”. Come si scrive un disco a quattro mani senza perdere l’identità individuale?

Bouganville: Subito dopo aver iniziato a scrivere il disco, abbiamo compreso una cosa semplice ma fondamentale. Ci siamo chiesti di cosa volessimo parlare e come. Abbiamo compreso che il lavoro principale era capire cosa il brano vuole comunicare. Dovevamo solo ascoltarlo, capirne l’intenzione, la direzione e metterlo nelle migliori condizioni per esprimersi. Insomma, quello che farebbe un genitore con i figli. In questo modo abbiamo eliminato qualunque tendenza di espressione dell’ego personale e il lavoro è stato collettivo e scorrevole.

Sul piano sonoro, Non esattamente a fuoco è un mosaico di influenze: pulsazioni elettroniche, chitarre psichedeliche, vibrazioni vintage e riflessi dance. Un suono che sembra muoversi tra decenni diversi senza mai appartenere davvero a uno solo.

Dal punto di vista sonoro, si percepisce una forte identità ritmica e una miscela di riferimenti – dalla library music anni ’60/’70 alla scena elettronica ’90s. Come avete trovato questo equilibrio tra vintage e contemporaneo?

Bouganville: Durante il periodo di scrittura del disco abbiamo ascoltato tantissima musica. Tutto ciò che abbiamo sentito, dalle cose più contemporanee a quelle più datate, ci ha influenzato. Abbiamo realizzato che molta musica elettronica contemporanea che ascoltavamo aveva sonorità in comune con la musica vintage ’60/’70. Ad esempio, il disco Surrender dei Chemical Brothers si rifà moltissimo a quel mondo, pur inserendo elementi elettronici anni Novanta. Quindi abbiamo semplicemente adattato i vari immaginari musicali ai brani, in base alle vesti che più si adattavano per farli esprimere al meglio. È stato un processo molto fluido e relativamente semplice. In giro si vedono persone con i pantaloni a zampa d’elefante e lo smartphone in mano, motociclisti su Guzzi d’epoca che fumano sigarette elettroniche: inevitabilmente, questo succede anche nella musica.

Il concept visivo dell’album è fortissimo: quel vetro scanalato che deforma le immagini senza filtri digitali. Da dove nasce questa scelta?

Bouganville: Per molto tempo abbiamo cercato di creare un immaginario visivo che rappresentasse le tematiche del disco. Avevamo già l’obiettivo di affiancare al lavoro musicale un’estetica fotografica. L’idea di sviluppare delle fotografie totalmente o parzialmente fuori fuoco, però, ci sembrava molto didascalica. Abbiamo deciso di comprare un vetro di un metro per un metro con scanalature verticali e abbiamo iniziato a girare la città facendo foto insieme a Isabella Zirilli, la fotografa, e Ludovico Buldini, mente e consulente artistico. Le scanalature creavano distorsione e movimento, che variavano in base all’angolatura, all’inclinazione, al punto di vista della persona che osserva. Tutto restava sfocato, mobile, mai fissato in un contorno netto. Metaforicamente, questo concetto ci sembrava interessante da esprimere e molto connesso con il senso del disco.

Sempre nel vostro immaginario visivo si percepisce una cura quasi cinematografica, tra distorsione e introspezione. Ci sono stati riferimenti artistici o fotografici che vi hanno ispirato?

Bouganville: L’uso del vetro scanalato è ispirato al lavoro fotografico di Erwin Blumenfeld. Il suo modo di catturare persone e oggetti dietro quello schermo ci ha colpito profondamente e ha orientato gran parte dell’artwork. Siamo stati influenzati anche dalle opere ottico-dinamiche di Alberto Biasi, che sovrapponeva due livelli: uno costituito da strutture lamellari, l’altro da immagini che, a seconda dello sguardo dello spettatore, mutavano e si deformavano. Questa costante mutevolezza ci ha affascinato, e da entrambi gli artisti abbiamo tratto la spinta a scegliere questa direzione estetica.

La collaborazione con Coca Puma in “Lo faccio per te” aggiunge una nuova dimensione all’album. Come è nata e cosa vi ha lasciato lavorare con un’altra sensibilità artistica dentro un progetto così personale?

Bouganville: Con Costanza siamo stati coinquilini di studio per circa due anni. Di quel periodo ricordiamo birrette, chiacchiere, il cazzeggio e la musica che abbiamo ascoltato insieme. Abbiamo avuto la possibilità di scambiare pareri e anche farci sentire a vicenda progetti a cui stavamo producendo. Un giorno in particolare stavamo lavorando su un beat, ci piaceva il groove, l’atmosfera, ma non sapevamo bene che direzione dargli. Costanza lo sente ed entusiasta ci chiede se potesse metterci le mani sopra, giocarci un po’. Dopo un paio di giorni aveva buttato giù la linea vocale ed una bozza di testo. Tutto il resto del lavoro di scrittura e di produzione è stato totalmente scorrevole e fluido. Una naturale addizione alle birrette e alle chiacchiere.

Se doveste tradurre “Non esattamente a fuoco” in un’immagine, un oggetto o una scena, cosa sarebbe? E perché?

Bouganville: Sarebbe Proust che assaggia una madeleine mentre legge “La saggezza del dubbio” di Alan Watts. Un passato rassicurante, un presente non pervenuto e un futuro imprevedibile si fondono in una foto sfocata.

Con Non esattamente a fuoco, i Bouganville dimostrano che la confusione può essere fertile, che la sfocatura può contenere più verità di un’immagine nitida.
È un disco che non cerca risposte ma riflette le nostre esitazioni quotidiane, trovando poesia nelle crepe e nei chiaroscuri.
Un progetto in cui suono, parola e immagine si fondono in un unico linguaggio emotivo, capace di restituire la complessità di un’epoca in cui tutto — e tutti — sembriamo un po’ fuori fuoco.

I Bouganville, tra synth e introspezione: il suono del disordine perfetto