“Eravamo animali da bar fondamentalmente, ma anche da musica: ci trovavamo con le chitarre a suonare, la mattina, il pomeriggio, ascoltavamo i provini […], le prime canzoni.” In questa recente intervista, Cimini viaggia tra i ricordi, raccontando la Bologna del 2015-2016, quando muoveva i primi passi quella che sarebbe diventata la scena indie italiana per come la conosciamo oggi.
Bologna in quegli anni era una fucina di contaminazioni artistiche e dava casa ad artisti come Calcutta e Lo Stato Sociale e addetti ai lavori dell’industria musicale che si ritrovavano per concerti e serate, per discutere di musica e ascoltare demo.
I palchi di Estragon, Covo Club e Kindergarten – tra gli altri – hanno visto i primi live della nascente scena indipendente ma la peculiarità della Bologna di quel periodo è stata la costruzione di un ambiente artistico e culturale che permetteva lo scambio di idee e influenze tra gli artisti senza formalità o competizione.


Lo stesso Cimini ricorda di aver fatto ascoltare a Lodo Guenzi – de lo Stato Sociale – la demo piano e voce di quella che sarebbe diventata “La legge di Murphy” e proprio grazie a questa necessità di condivisione artistica sono nati alcuni pezzi storici dello scorso decennio.
A dire la verità, questo senso di comunità e condivisione non è nuovo nello scenario musicale così come non è un caso che bar, osterie e ristoranti siano luoghi di aggregazione e propulsori di cambiamento. Esiste, infatti, una sottile eppure fondamentale analogia che in qualche modo collega il 2015 al 1977 e ha come minimo comune denominatore proprio Bologna.


Nella seconda metà degli anni ‘70 in Italia stava crollando il mito della tradizionale canzone sanremese, lasciando spazio ad una rivoluzione musicale che stava avvenendo proprio nelle osterie e in particolare in quelle bolognesi. Le sale della storica Trattoria da Vito, poco fuori le mura del centro – insieme all’Osteria la Luretta e delle Dame – hanno assistito alla costruzione della storia della musica italiana e alla nascita degli album più celebri del cantautorato.
Francesco Guccini, Lucio Dalla e Roberto Vecchioni prediligevano, infatti, le osterie come luogo di ritrovo, nato spontaneamente come spazio di aggregazione – dove mangiare a poco prezzo e bere in compagnia – e tramutato presto in un contesto culturale e sociale vivacissimo.


In questi luoghi si discuteva di politica e temi sociali, ci si confrontava sulle notizie del mondo e sulla cultura del tempo ma soprattutto si respirava un’aria di convivialità unica: era uno spazio libero in cui esprimere la propria visione artistica per il puro gusto di farlo. Forse è un caso che questo fenomeno si sia diffuso in particolar modo a Bologna o forse la città è stata in grado di offrire a diverse generazioni di cantautori uno spazio libero dalle convenzioni dove esprimere nuovi modi di fare musica, spaziando tra generi e testi intimi e sociali.
A distanza di decenni, trovarsi intorno ad un tavolo con una chitarra in mano rappresenta la forma più pura di condivisione della musica e ad oggi è qualcosa che manca nella scena contemporanea che tende ad esistere sempre più online, limitando la contaminazione artistica collettiva.

Oggi i bar di quartiere per la musica indie o le osterie degli anni ‘70 non esistono più allo stesso modo: i nuovi spazi creati ad hoc per l’incontro artistico peccano di spontaneità e di senso di comunità. Mancano quei luoghi che – per caso o per necessità – raccolgono la volontà di inseguire la sperimentazione, la ricerca del suono, il racconto di qualcosa di vero, tralasciando le logiche di mercato.
Ad oggi sembra difficile, ma chissà, magari le strade di Bologna offriranno ancora uno spazio adatto a condividere, sperimentare e raccogliere fisicamente le correnti artistiche dei prossimi anni.