A Venezia il sole splende, il cielo è terso e una brezza marina accompagna il nostro arrivo alla Fondazione Giorgio Cini, sull’isola di San Giorgio Maggiore. Bastano pochi minuti di vaporetto da San Marco per lasciare alle spalle il movimento della città e raggiungere un luogo che sembra vivere a un ritmo diverso: la laguna resta intorno, Venezia è ancora lì davanti, ma gli spazi monumentali dell’antico complesso benedettino, i chiostri, i giardini e l’acqua costruiscono una dimensione quasi sospesa. È qui che abbiamo visitato la quarta edizione di Homo Faber 2026, la biennale internazionale dedicata all’alto artigianato contemporaneo, che quest’anno ha trasformato l’isola in un vero e proprio paesaggio espositivo.
Sotto la direzione artistica di Es Devlin, An Island of Light (nome dell’edizione di quest’anno) mette insieme oltre 700 opere realizzate da più di 500 artigiani provenienti da oltre 70 Paesi, distribuite in 15 ambienti immersivi in cui luce, architettura, materia e paesaggio entrano continuamente in dialogo.


L’allestimento incredibile di Homo Faber 2026
A colpire, oltre alla qualità e alla particolarità degli oggetti esposti, è soprattutto il modo in cui vengono raccontati: ogni ambiente sembra progettato intorno alle opere, attraverso strutture, superfici, ombre, riflessi e sorgenti luminose che ne modificano la percezione. A Homo Faber l’allestimento non è semplicemente l’involucro che contiene la mostra: è parte della mostra stessa. E forse è proprio questo dialogo tra l’architettura storica della Fondazione Cini, la scenografia temporanea e gli oggetti a rendere l’esperienza così particolare: sull’isola di San Giorgio Maggiore tutto sembra trovare una propria misura, come se ogni elemento fosse stato pensato per stare esattamente lì.


Un’isola di luce
Il titolo scelto per questa edizione, An Island of Light, racconta già molto del progetto. La luce non è infatti soltanto ciò che permette di vedere le opere, ma diventa un materiale con cui costruire l’intera mostra. Es Devlin ha immaginato Homo Faber come un arcipelago: ogni ambiente è un’isola autonoma, con una propria atmosfera e una propria relazione con gli oggetti, ma tutti fanno parte dello stesso percorso. Acqua, specchi, movimento, ombre e superfici riflettenti vengono utilizzati per modificare continuamente il modo in cui il pubblico incontra il lavoro degli artigiani.
Il risultato è una mostra che non si attraversa semplicemente passando da una sala all’altra. Ogni spazio introduce un nuovo modo di guardare.


La prima sala: ** An Alphabet of Objects *
Uno degli esempi più evidenti è ** An Alphabet of Objects **, dove oltre 200 opere sono disposte su una struttura cinetica. La luce le attraversa da dietro e proietta le loro sagome sulle pareti, trasformandole in una sorta di grande scultura d’ombra. Gli oggetti diventano così qualcosa di diverso da ciò che sono: prima ancora di riconoscerne il materiale o la tecnica, ne vediamo la silhouette, il profilo, la traccia che lasciano nello spazio.
È una delle intuizioni più interessanti dell’intera mostra: l’oggetto artigianale non viene trattato come qualcosa di immobile da osservare, ma come qualcosa capace di interagire con l’ambiente che lo circonda.

Un contesto specifico per ogni lavoro
È proprio qui che l’allestimento di Es Devlin diventa più interessante.
In una mostra con oltre 700 oggetti provenienti da più di 70 Paesi, il rischio potrebbe essere quello di creare una grande successione di opere, ciascuna separata dalla successiva. Homo Faber sceglie invece di costruire un contesto specifico per ogni gruppo di lavori.
Le pareti, le strutture sospese, le superfici riflettenti e i sistemi di illuminazione non sono semplicemente elementi decorativi. Servono a stabilire una distanza, una scala, un ritmo. A volte fanno emergere un dettaglio, altre volte nascondono quasi completamente l’ambiente circostante.
È questo che rende l’involucro così importante: non contiene semplicemente le opere, ma decide in parte come guardarle.
E quando l’architettura temporanea funziona, quasi ci si dimentica che è un allestimento. Sembra invece che lo spazio sia sempre esistito in quella forma, progettato appositamente per quell’oggetto e per quella luce.

La quarta sala: A Full Moon Rising
Tra gli ambienti più scenografici c’è A Full Moon Rising, allestito nella ex piscina della Fondazione Giorgio Cini.
Al centro dello spazio una struttura semicircolare ospita una selezione di moon jar e altri vasi ispirati alla loro caratteristica forma lunare. Le opere sono realizzate in ceramica, carta, vetro, metallo e altri materiali e vengono riflesse dall’acqua della piscina. L’effetto è quello di una luna che sembra sorgere sopra un paesaggio d’acqua.
Qui il rapporto tra opera e spazio diventa quasi letterale: la piscina non è soltanto il luogo in cui l’installazione viene collocata, ma è ciò che permette all’installazione di esistere in quella forma.
La superficie dell’acqua moltiplica le opere, la luce ne cambia i contorni e la struttura centrale sembra galleggiare all’interno dello spazio.
È difficile, in questo caso, capire dove finisca l’oggetto e dove inizi la scenografia.




L’undicesima sala: A Feast of Light
In A Feast of Light, invece, il Refettorio Palladiano viene trasformato attraverso un intervento estremamente preciso. Una linea verticale di luce attraversa la sala e ricorda un raggio di sole che filtra da una porta socchiusa. Al centro, un grande tavolo luminoso presenta opere bianche realizzate in materiali diversi – porcellana, vetro, tessuto, carta – mentre sopra di esso una struttura di delicati paper cut costruisce una sorta di soffitto sospeso.
Qui la luce lavora quasi per sottrazione. Non serve a rendere tutto più spettacolare, ma a mettere in evidenza le differenze tra materiali che, a prima vista, sembrano appartenere alla stessa superficie.
È un tema che ritorna più volte nel percorso: la luce rivela, altera, riflette e talvolta inganna.

Dal materiale al gesto
Ma An Island of Light non si limita a mettere in scena il risultato finale dell’artigianato. Uno degli obiettivi dichiarati di questa edizione è riportare l’attenzione sul rapporto tra luce, materiali e mano dell’uomo. Accanto alle installazioni, il programma comprende infatti dimostrazioni dal vivo e workshop che permettono di vedere direttamente tecniche e processi.
È un passaggio importante, perché l’artigianato rischia facilmente di essere percepito soltanto attraverso l’oggetto finito: una ceramica, un gioiello, un tessuto, un mobile, una scultura.
A Homo Faber, invece, il processo torna a essere visibile.
La mano che modella, intreccia, scolpisce, soffia o cuce diventa parte della narrazione tanto quanto ciò che quella mano ha prodotto.
E forse è proprio questo il punto in cui il lavoro di Devlin incontra davvero quello degli artigiani: entrambi costruiscono attraverso la materia. Gli uni lavorano legno, vetro, ceramica, metallo o tessuto; l’altra lavora con luce, spazio, movimento e percezione.

Un arcipelago di oggetti
L’immagine dell’arcipelago veneziano, da cui prende ispirazione l’intero progetto, torna quindi anche nel modo in cui la mostra è organizzata.
Le opere arrivano da contesti, culture e tradizioni molto diverse, ma vengono riunite all’interno di un unico paesaggio. Ogni artigiano è una sorta di isola, con una propria tecnica e una propria storia; gli ambienti costruiti da Devlin diventano invece il sistema che permette a queste isole di dialogare. È la stessa logica con cui la mostra guarda alla laguna: individualità diverse che acquistano un nuovo significato quando vengono messe in relazione.
Ed è forse questo che resta più impresso una volta terminata la visita.
Non soltanto la quantità o la varietà delle opere, ma la sensazione che ogni cosa abbia trovato il proprio posto.
L’architettura della Fondazione Giorgio Cini, il paesaggio dell’isola, le strutture temporanee, la luce e gli oggetti non sembrano competere tra loro. Si sostengono a vicenda.
Homo Faber, alla fine, non è soltanto una mostra sull’artigianato. È una mostra su come guardiamo le cose: quanto cambia un oggetto quando cambia la luce che lo circonda, quanto conta lo spazio in cui viene mostrato e quanto l’ambiente possa diventare parte della sua identità.
A San Giorgio Maggiore, per un mese, l’artigianato trova così una casa temporanea costruita quasi interamente attraverso la luce.
E forse è proprio questa la cosa più riuscita di An Island of Light: non aver costruito un contenitore per le opere, ma un luogo in cui le opere potessero finalmente parlare anche attraverso lo spazio.