La finale del Mondiale 2026 ha introdotto per la prima volta uno spettacolo nell’intervallo: l’Halftime Show. Ma, almeno secondo quanto abbiamo visto negli 11 minuti dedicati, non tutto ciò che funziona al Super Bowl funziona anche nel calcio.
Per la prima volta nella storia dei Mondiali, l’intervallo della finale è diventato uno spettacolo. Undici minuti, il tempo concesso dalla FIFA per non modificare la durata della pausa tra primo e secondo tempo, durante i quali il New York New Jersey Stadium si è trasformato in un enorme palco capace di ospitare Madonna, BTS, Justin Bieber, Shakira, Burna Boy, un’orchestra diretta da Gustavo Dudamel, i Muppets, il coro PS22 e Chris Martin, chiamato a curare la direzione artistica dell’intero progetto. Il palco è stato montato e smontato in circa quattro minuti, una macchina produttiva impressionante pensata per rispettare i tempi della partita.

Dal punto di vista organizzativo è difficile trovare qualcosa da contestare. Dal punto di vista creativo, invece, qualche domanda viene spontanea.
Non tanto perché l’Halftime Show sia stato un esperimento sbagliato. Piuttosto perché, guardandolo, è sembrato di assistere a un format che il calcio ha preso in prestito senza aver ancora capito davvero come farlo proprio.
Un collage di momenti che non sono mai diventati uno spettacolo
Lo show si apriva bene. Madonna, introdotta da Ronaldo e Ronaldinho, entrava in scena con Music, regalando uno dei momenti più forti della serata. Sembrava l’inizio di qualcosa capace di trovare un’identità precisa.
Poi, però, il ritmo cambiava continuamente.
I Muppets che accompagnano Seven Nation Army insieme all’orchestra, BTS con Dynamite, Justin Bieber che interrompe tutto con una ballad acustica, Shakira e Burna Boy chiamati a rilanciare l’energia con Dai Dai, l’inno ufficiale del torneo, fino al finale affidato al coro di bambini del PS22 Chorus e a un enorme messaggio di amore e unità proiettato sul campo. Ogni singolo tassello aveva una sua logica, eppure, messi insieme, sembravano appartenere a spettacoli diversi.
Il risultato è stato uno show che voleva parlare a tutti e che, proprio per questo, ha faticato a costruire un racconto.


Il problema non erano gli artisti
Sarebbe troppo facile attribuire la responsabilità alla line up.
Madonna, alla veneranda età di 67 anni, con un’energia da vendere ai più giovani, funziona ancora perfettamente quando deve aprire uno show di questa portata. I BTS hanno portato l’energia che ci si aspetterebbe da un evento mondiale. Shakira, ormai presenza fissa di ogni grande appuntamento calcistico – scongelata a dovere come solo Mariah Carey ogni santo Natale, continua a essere una garanzia.
Forse persino troppo.

I Mondiali del 2026 si sono giocati tra Stati Uniti, Canada e Messico, ma il gran finale continuava ad affidarsi a un immaginario musicale molto vicino a quello latino inaugurato da Waka Waka. Un linguaggio che appartiene ormai alla storia recente della competizione, ma che questa volta sembrava guardare più al passato che al Paese ospitante.
Anche la scelta di Justin Bieber ha lasciato qualche perplessità. Inserire una ballad intima, il brano Everything Hallelujah, nel cuore di uno show costruito per mantenere alta la tensione della finale ha spezzato il ritmo proprio nel momento in cui avrebbe dovuto crescere, nonostante sicuramente si sia sentito il momento toccante. Più che un cambio di atmosfera, è sembrata una pausa dentro un’esibizione che aveva già pochissimo tempo per raccontarsi.


Quando la direzione artistica diventa riconoscibile
La firma di Chris Martin si percepiva in ogni momento.
Non solo nella presenza finale insieme al PS22 Chorus, ma nell’intera costruzione dello spettacolo: i colori accesi, il messaggio universale, i bambini sul palco, la celebrazione dell’inclusione e dell’unità, quella cifra emotiva che da anni accompagna i concerti dei Coldplay.
È una poetica riconoscibile e perfettamente coerente con il suo percorso. La domanda è se fosse anche quella giusta per la finale di un Mondiale.
Perché a tratti lo show sembrava più vicino al concerto celebrativo di un’organizzazione benefica che all’evento sportivo più importante del pianeta. Del resto non è un caso che l’Halftime Show fosse prodotto insieme a Global Citizen e avesse anche l’obiettivo di sostenere il FIFA Global Citizen Education Fund.

Il calcio aveva davvero bisogno di questo?
La questione, probabilmente, è tutta qui.
Negli ultimi anni la FIFA guarda sempre più agli Stati Uniti. Mondiale a 48 squadre, eventi sempre più televisivi, opening ceremony spettacolari, partnership con l’industria dell’intrattenimento.
L’Halftime Show è il passo più evidente di questa trasformazione.
Ma il Super Bowl e la finale di un Mondiale raccontano due idee di sport completamente diverse: mentre il football americano è costruito sulle pause, sui timeout, sulle interruzioni e il concerto è quindi parte integrante di quel linguaggio; il calcio, invece, vive di continuità. Anche l’intervallo qui ha una funzione precisa: lasciare sedimentare i primi quarantacinque minuti e preparare i successivi. È uno spazio di attesa, non uno spettacolo.
Trasformarlo in un grande evento musicale significa cambiare il modo stesso in cui viviamo una finale.


Più spettacolo non significa automaticamente uno spettacolo migliore
L’Halftime Show tornerà anche ai prossimi Mondiali? Dal punto di vista televisivo è difficile immaginare che FIFA rinunci a un prodotto capace di attirare sponsor, artisti e milioni di spettatori aggiuntivi.
La sensazione, però, è che questa prima edizione abbia cercato soprattutto di replicare un modello già esistente. Il Super Bowl ha costruito il proprio Halftime Show in quasi sessant’anni, trasformandolo in un rituale che appartiene alla cultura americana prima ancora che al football.
I Mondiali, invece, possiedono già un rituale riconosciuto in tutto il mondo: una partita che, per novanta minuti, riesce a fermare qualsiasi altra cosa. Forse, quindi, il punto non è decidere se l’Halftime Show sia stato bello o brutto, ma chiedersi se il calcio, nel tentativo di diventare sempre più spettacolare, rischi di dimenticare che il suo spettacolo più grande è sempre stato quello che succede quando il pallone ricomincia a rotolare.