Golden Years torna con Fuori Menù, un progetto musicale corale e sfaccettato, capace di unire in un unico piatto sonorità diverse e voci lontane. Dopo Era Spaziale, il producer italiano prosegue il suo percorso con un nuovo album che raccoglie 12 tracce e 15 interpreti, tra collaborazioni inedite e momenti strumentali. In questa intervista ci ha raccontato cosa significa per lui fare il produttore oggi, come nascono le sue scelte artistiche e quanto conti l’istinto nel mettere insieme voci e mondi apparentemente distanti.
Allora, andando subito al sodo: cosa ci offre questo Fuori Menù di Golden Years?
Il disco è composto da dodici brani, di cui due strumentali. Gli altri dieci sono nati nel corso dell’ultimo anno e mezzo, da sessioni con artisti che avevo voglia di coinvolgere, sia per affinità personale che per stima reciproca. In alcuni casi avevamo già lavorato insieme, in altri era la prima volta. L’idea era semplice: trovarci in studio, scrivere delle canzoni e vedere cosa funzionava. Quelle che ci hanno convinto di più sono finite nel disco.

Ci spieghi dal tuo punto di vista cosa significa fare il produttore?
Per me, essere produttore significa mettersi al servizio dell’artista e della canzone. È un lavoro “di mezzo”: non sei il protagonista, ma sei fondamentale per portare a compimento l’idea di qualcun altro, cercando di renderla la migliore possibile. È un ruolo tecnico e creativo allo stesso tempo, che ha a che fare con l’estetica, con le emozioni, ma anche con l’organizzazione e la visione complessiva del brano.
All’estero i produttori musicali raggiungono spesso una grande notorietà, quasi da star. In Italia questo accade più raramente: ti riconosci in questa riflessione? E perché, secondo te, c’è questa differenza?
Sì, è vero, ma sta cambiando. Oggi il ruolo del produttore è sempre più riconosciuto anche in Italia, è più sotto i riflettori. Prima era qualcosa che conoscevano solo gli addetti ai lavori. Adesso anche il pubblico inizia a capire cosa vuol dire davvero “fare il produttore”. Detto questo, non credo sia necessario diventare una star: ci sono produttori incredibili che hanno sempre lavorato nell’ombra e non per questo valgono meno. Alla fine, ciò che resta davvero sono le canzoni.


Da Era Spaziale a Fuori Menù è cambiato qualcosa? Hai sperimentato nuove sonorità?
Assolutamente sì. Intanto, Fuori Menù è un album vero e proprio, quindi ho lavorato con una visione più organica. Dovevo tenere insieme dodici brani molto diversi tra loro, quindi ho fatto un lavoro a monte sulla coerenza sonora ed estetica. Inoltre, negli ultimi anni ho lavorato tanto e ho imparato molto, anche su me stesso. Sento di aver messo a fuoco meglio il tipo di disco che volevo realizzare.
Ci sono stati dei riferimenti musicali a cui ti sei ispirato?
Ascolto tantissima musica, di ogni tipo e provenienza: italiana, straniera, generi diversi. Ovviamente tutto questo influisce, ma non in modo diretto. Non è che ascolto un disco per una settimana e poi ne faccio uno che suona allo stesso modo. Diciamo che tutto entra in una specie di frullatore creativo, e poi viene fuori qualcosa di personale, che cambia a seconda del progetto.

Ci sono dei sample a cui sei particolarmente affezionato e che hai inserito nel progetto? O magari altri che avresti voluto usare ma che non sono entrati?
Sì, ci sono diversi sample vocali in questo disco. Per esempio, nel brano con Calcutta c’è un sample di cori di Benny Sings, un’artista olandese che seguo da molto. In un altro pezzo, con Frah Night e Prima Stanza a Destra, abbiamo usato come ritornello un sample di un brano di Prima Stanza a Destra che si chiama Ti amo. Gli ho chiesto se potevamo usarlo, e ci è sembrata da subito una scelta giusta: dava equilibrio al pezzo.
Nei tuoi progetti riesci spesso a mettere insieme artisti molto diversi tra loro, in modo sorprendente. Come avviene questa scelta? Ti affidi più al tuo istinto o a uno studio preciso?
Mi affido molto al mio gusto, alla mia sensibilità. Cerco artisti che mi piacciono davvero: mi deve colpire la scrittura, la voce, l’attitudine. Poi a volte succede anche una connessione umana che rende tutto più facile e naturale. Altre volte invece ti accorgi che non è la cosa giusta, e va bene così. Non forzo mai le collaborazioni.

Quando lavori ai tuoi progetti con altri artisti, partecipi attivamente alla scrittura dei testi o preferisci lasciare loro carta bianca?
Dipende molto dal tipo di rapporto e dalla persona con cui sto lavorando. Con alcuni artisti, soprattutto se ci conosciamo bene, capita sempre più spesso che intervenga anche sulla scrittura. Altri invece hanno idee molto chiare, un linguaggio preciso, e preferisco non toccare nulla. È una questione di equilibrio e di rispetto reciproco.
Intervista a cura di Jessica Prieto