La 53ª edizione della Biennale Teatro di Venezia, sotto la direzione di Willem Dafoe, ha esplorato i confini tra corpo e rito, tra memoria e nuovi codici della scena. Dopo aver attraversato i poli di una riflessione curatoriale che mette al centro Theatre is Body – Body is Poetry, ci soffermiamo ora su alcuni lavori a cui abbiamo assistito, per raccontare e dare breve analisi di quello che abbiamo visto.

Questi spettacoli – diversi per linguaggio, estetica, provenienza – condividono l’idea di trasformare il teatro in un luogo di transito tra l’intimo e il politico, tra la fragilità e la resistenza.

Abbiamo scelto di raccontarvene alcuni, non tanto per restituire una panoramica esaustiva, quanto per condividere quei momenti in cui ci siamo sentit* attraversat* da qualcosa, per le riflessioni a cui hanno portato.

1. MORE THAN HEART / MORE THAN HEART II – Industria Indipendente, Egeeno, Chouf

More than heart: canzoni e partiture ritmiche che vivono dentro e oltre i battiti cardiaci alla festa di apertura del Festival.

Il progetto nasce dalla ricerca del duo romano Industria Indipendente – fondato da Erika Z. Galli e Martina Ruggeri – che lavora su una scrittura espansa, inscritta nei corpi e negli ambienti.

Nella baia di Forte Marghera, insieme al performer Egeeno e alla poetessa Chouf, costruiscono una performance sonora e rituale, dove si mescolano pratiche vocali, testuali, immaginative per dare vita a un flusso sonoro continuo, fatto di poesie e canzoni, partiture ritmiche, vibrazioni corporee e collettive. Nella cornice industriale di Porto Marghera, la performance si fa celebrazione, rito magico attraverso il light design nel fumo che incornicia l’evento e sensoriale, che attraversa lingue e archivi, per generare un organismo sonoro incandescente.

2. CALL ME PARIS

L’opera Call Me Paris di Yana Eva Thönnes, in prima assoluta al Teatro Piccolo Arsenale ha una posizione particolare. La regista e performer tedesca riflette sulla rappresentazione del corpo nell’era digitale, partendo dal celebre video amatoriale di Paris Hilton, diffuso senza il suo consenso, per esplorare le dinamiche di violazione dell’intimità e di (de)costruzione dell’identità femminile e sulla creazione dell’immagine identitaria. La regista, adolescente nei primi anni 2000, indaga l’influenza dell’immaginario pornografico mediatico sulle giovani generazioni, un’educazione sentimentale distorta, spesso violenta, non scelta, non protetta che crea esattamente questa sensazione nello spettatore. L’opera è un body horror tra trauma e riscrittura, un mémoire crudo e duro di una narrazione personale presunta vera che riportata sulla scena diventa qualcosa di diverso. 

Un’indagine sull’immagine che hai di te stessa e che precede quella che ti danno gli altri. (Thönnes)Nella talk d’approfondimento sul lavoro dellə artistə, il dramaturg Nils Haarmann racconta che non c’è una tradizione teatrale del Mémoire, e per questo nello spettacolo non c’è una rottura con la tradizione. La tradizione teatrale è piena di testi con violenze sulle donne, il loro lavoro rispecchia una riappropriazione della pop culture dove una one girls story è la storia di tante donne che hanno subito esperienze simili, purtroppo. Quello che raccontano sembra un incontro sulla psicologia, sui traumi psichici dove il corpo mantiene una sua colonna di azioni non controllate dalla mente. Durante il trauma la mente e il corpo si separano e non si riesce a riportare il trauma in maniera logica, loro hanno ricreato questa sorta di atmosfera perché è un qualcosa che non può essere detto attraverso il linguaggio: un equilibrio chimico tra memoria cognitiva e memoria corporea nel ricercare il dolore, riportare i pattern. Difficile spettacolo sia nella tematica che nella costruzione scenica che come un grido di dolore non riesce però a creare la catarsi che per il teatro resta, nonostante secoli, qualcosa di fondamentale.

3. TACET

Tacet di Jacopo Giacomoni indaga il corpo come voce e la voce nel silenzio. 

Vincitore del Biennale College 2024, lo spettacolo diretto da Silvia Costa è una partitura teatrale che ruota attorno al minuto di silenzio: uno dei pochi riti laici rimasti. Tacet è un museo del silenzio, un osservatorio in cui il silenzio, paradossalmente, non esiste mai del tutto. Si tratta piuttosto di un gioco tra pieni e vuoti, una cartografia del tempo che cerca, attraverso quattro movimenti, il significato del fare silenzio.

ACOPO GIACOMONI – SILVIA COSTA – Tacet
Foto di Andrea Avezzù
Courtesy La Biennale di Venezia

La mise en lecture si apre con una performer che, entrando in scena, crea nello spazio, camminando, il perimetro di un cerchio e i suoi passi scandiscono i 59 secondi di un minuto. Da lì, si dispiega una drammaturgia sonora e verbale composta dalle voci di Elena Rivoltini, Gaia Ginevra Giorgi, Renato Grieco, Silvia Costa, Matteo Zoppi e lo stesso Giacomoni. Un lavoro che si muove tra teatro e performance corale/sonora, tra riflessione concettuale e composizione poetica. In controluce, si percepisce l’influenza di John Cage, secondo cui anche in una camera anecoica è impossibile percepire il silenzio assoluto: il corpo, con i suoi organi interni, continua a produrre suoni. Ma Tacet porta questa riflessione oltre, focalizzandosi su un silenzio emotivo, aptico, sensoriale. Forse, soltanto se durante quel momento della camera anecoica John Cage fosse morto, si sarebbe percepito il silenzio. La lettura drammaturgica del silenzio non è assenza di suono, ma presenza emotiva e compressa, intensità. Un silenzio che accompagna la morte, che chiede attenzione, che sospende il tempo.

In questo modo, il corpo torna a essere protagonista. Corpo come materia politica e poetica.

JACOPO GIACOMONI – SILVIA COSTA – Tacet
Foto di Andrea Avezzù
Courtesy La Biennale di Venezia
JACOPO GIACOMONI – SILVIA COSTA – Tacet
Foto di Andrea Avezzù
Courtesy La Biennale di Venezia

4. Le Nuvole di Amleto

Le nuvole di Amleto nasce in un momento particolare della storia dell’Odin Teatret, all’indomani del licenziamento dal Nordisk Teaterlaboratorium, vera e propria casa della compagnia dagli anni ’60. Così ne parla Eugenio Barba: “Le nuvole di Amleto è un’occasione e un modo per interrogarsi su ciò che si lascia e su ciò che ci ha influenzato, decifrando le circostanze che il caso offre. Nel 1596, Hamnet, l’unico figlio maschio di William Shakespeare, muore all’età di undici anni. Cinque anni dopo Shakespeare perde il padre e durante il periodo di lutto scrive La tragica storia di Amleto, principe di Danimarca, in cui il fantasma del re di Danimarca appare al figlio Amleto, lasciandogli il compito di vendicare la sua morte. Cosa ci racconta oggi questa storia? Quale eredità abbiamo ricevuto dai nostri padri che trasmetteremo ai nostri figli?”

Eugenio Barba dirige Antonia Cioaza, Else Marie Laukvik, Jakob Nielsen, Rina Skeel, Ulrik Skeel, Julia Varley e riflette su cosa può ancora dire il dramma shakespeariano al mondo di oggi e, come il bardo inglese ai tempi, lo fa in un momento di grande rivolta personale e lavorativa. “Cercai nell’Amleto le linee in cui Shakespeare parla di nuvole. Le misi insieme e le usai come nucleo da cui sviluppare le prime scene di uno spettacolo la cui storia e il cui senso erano da scoprire durante le prove”, racconta Barba. 

“È importante umanizzare il processo. Lo spettacolo cresce come una creatura vivente, con una coerenza e un ritmo tutto suo”.

Vitalità, energia, corpi sudati, liquidi, salti, suoni. L’Odin Teatret non si tradisce mai, mantiene una coerenza di discorsi e lavoro anacronistico perché senza tempo. L’estetica è di un tempo passato ma mantiene la specialità della storia di essere ciò che è stato. Il profondo viene messo da parte per lasciare spazio alla vita, parlando di morte. Si, perché la tragica storia di Amleto è una storia di morte, come lo sono le storie di Shakespeare, che parlando delle pieghe della vita non può mette mai in secondo piano il suo contraltare. Una morte vissuta con energia e gioia, ironia e mascheramento, magia e sciamanesimo pur essendo completamente terrena e concreta. 

“Amleto non è pazzo, il mondo lo è

da una frase dello spettacolo pronunciata da Julia Varley. La visione dell’Odin è lucida, i giovani non hanno futuro; le generazioni precedenti non hanno creato un terreno fertile.

5. GREAT APES OF THE WEST COAST

Great Apes of the West Coast è una lettera d’amore carica di rabbia che Princess Bangura dedica alle sue radici culturali della Sierra Leone. Il lavoro è un’originale performance visiva, musicale e lirica che racconta una storia di nuovi inizi, riscoperte e ricordi del passato. Usando il teatro come strumento per resuscitare e celebrare la luce della cultura afro-occidentale, Bangura vuole reclamare la narrazione delle grandi scimmie antropomorfe ribaltando ogni connotazione negativa. 

Princess Isatu Bangura ha presentato poi un secondo spettacolo, Blinded by Sight – An Oedipus Monologue: un monologo tanto fisico quanto lirico sulla tragedia di Edipo una meditazione sul peso del destino, sul tormento della conoscenza e sul fragile confine tra scelta e destino. Parla a chiunque abbia mai lottato con il peso delle proprie scelte, con il peso della verità, con la ricerca della redenzione.

PRINCESS BANGURA – Great apes of the West Coast
Foto di Andrea Avezzù
Courtesy La Biennale di Venezia

Distruggere l’IO per far emergere la voce dell’anima

«Io. Self. La distruzione dell’Io». Con queste parole Princess Isatu Bangura ci introduce alla sua ricerca scenica, che non è semplice performance, ma rito vivo, trans-sciamano, atto poetico e selvatico di liberazione. Nella talk che segue il suo spettacolo — vibrante, incontenibile, come un urlo che si rompe e si ricompone — Bangura racconta la necessità profonda di disfarsi dell’identità così come ci è stata insegnata. “Non si tratta di creare un personaggio in scena, in un certo senso sono io. Ma non sono io” dice, indicando una linea sottile e incendiaria tra biografia e drammaturgia. Per lei, esistere significa attraversare, smantellare, riprendersi pezzi, spezzarli, riplasmarli.

Il suo approccio parte da un gesto radicale punto di partenza del suo spettacolo “Great Apes of the West Coast: ovvero mangiare la parola “self”. Masticarla, sputarla, riscriverla. A differenza del memoir occidentale, dove il sé narrante è spesso avviluppato su se stesso, nel suo lavoro l’Io viene scomposto, attraversato da voci, memorie, e dalla consapevolezza che l’identità non è mai un’entità solida, ma una costruzione relazionale. È uno spostamento radicale contro l’Io cartesiano – penso dunque sono – ma sono perché siamo. Servono le persone intorno a noi per esistere. 

Lo spettacolo è attraversato da proverbi, frammenti di saggezza che diventano chiavi d’accesso alla trasformazione. “Non guardare la caduta, ma perché sei caduta”. Il corpo e la voce si fanno portatori di memoria e i ricordi materia performativa. Per rinascere bisogna distruggere quell’Io, afferma Bangura, e lo fa con una vitalità che scavalca ogni retorica del trauma. La sua arte non si propone come atto terapeutico, ma come esigenza istintiva e onesta.

PRINCESS BANGURA – Great apes of the West Coast
Foto di Andrea Avezzù
Courtesy La Biennale di Venezia

Il corpo diventa così strumento di verità, posseduto da impulsi profondi. Durante il workshop alla Biennale College 2025, Bangura ha lavorato sulla “Soul Voice”, una voce nascosta, grezza, che non va perfezionata ma lasciata uscire. La voce come strumento di cura, come eleganza grezza dell’essere. Lo score performativo comincia con un urlo e poi si trasforma: da qualcosa di regolare, prevedibile, emerge l’anima, come una lava che risale. È un processo che somiglia a un’invocazione, un viaggio trance in cui la performer si lascia attraversare. 

Per Bangura l’onestà scenica è imprescindibile:

Siamo fottuti nella vita, e dobbiamo affrontarlo. Trovare la pace significa accettare e attraversare

E proprio per questo, il suo discorso artistico è anche profondamente politico. Rifiuta l’arte d’élite, le forme vuote. Risuona in lei la lezione di Nina Simone: 

“È compito di un artista riflettere i tempi in cui vive”.

 E aggiunge: 

“A noi giovani serve spazio. Abbiamo tanti impulsi. Il performer deve trovare l’anima in un mondo che è senza anima.”

Bangura prende questi tempi, li attraversa con rabbia e bellezza, con urla e proverbi, con il ritmo del corpo e della memoria. E ci invita a tornare indietro, a correre rischi, ad avere la possibilità che qualcuno si fidi di noi con fiducia cieca.

PRINCESS BANGURA – Great apes of the West Coast
Foto di Andrea Avezzù
Courtesy La Biennale di Venezia

6. SPIRA

Daniela Pes arriva in Biennale Teatro 2025 con Spira e il concerto diventa esperienza scenico teatrale in cui musica e forma si fondono in linguaggio performativo attraverso il lavoro con la scenografa / regista Alessandra Mura, con cui porta avanti da oltre un decennio un dialogo artistico. Spira è l’album d’esordio che l’ha consacrata sulla scena internazionale, e cerca di mostrarsi (anche questo) come un rito sonoro, un corpo poetico che vibra e si espande.

DANIELA PES – Spira
Foto di Andrea Avezzù
Courtesy La Biennale di Venezia

Nel teatro, attraverso il corpo, e contro di esso, si manifesta il bisogno di autenticità da cui nasce la poesia. I maestri della regia delle avanguardie del ‘900 sono stati fondamentali per definire il lavoro dell’attore e il suo spazio, ma è necessario riconoscere che quella genealogia è stata a lungo narrata da uomini, per uomini, in un’accademia fondata su una prospettiva non inclusiva. È una traccia che ancora risuona alle volte anche in contesti inclusivi ma in maniera de-politicizzata. Nonostante questo, siamo dentro ad un movimento, un passaggio del testimone e dobbiamo avere fiducia. Tra le nuove generazioni ci sono punti drammaturgici di contatto e questo crea un nuovo linguaggio teatrale. Questa nuova tendenza aspetta la fiducia della ricerca. Una ricerca che fatica a svilupparsi essendo un’arte che si scontra con il mondo, con la precarietà del fare teatrale. Gli spettacoli contemporanei sono intrisi di dolore, di problemi e di poche soluzioni, perché come del resto dice Princess Isatu Bangura, siamo fottut*. “Abbiamo la necessità di aprire spazi di respiro, visione, invenzione” racconta sempre la regista/artista rivelazione del festival. Di andare oltre l’identità come quota o bandiera. 

Quando il corpo respira nasce il gesto poetico. Quando il teatro attraversa la realtà – e non vi resta incatenato – come in un viaggio, inizia il vero spostamento di visione. 

Un focus sugli spettacoli di Biennale Teatro 2025