C’è una dichiarazione potente e primitiva nel titolo FEMINA. Una parola antica, che Ginevra recupera e scolpisce come un sigillo d’identità. Il suo nuovo disco e il progetto visivo che lo accompagna sono un unico corpo narrativo: una voce, una pelle, un cammino. FEMINA non è solo un album, ma una mappa sensibile in cui coesistono l’infanzia, la giovinezza e la maturità; un racconto che si apre come un diario, ma che esplode come un rito di passaggio.

L’intervista che accompagna queste pagine non si limita a restituire parole: è una conversazione aperta, onesta, profondamente connessa con ciò che il progetto visivo vuole raccontare — l’emergere di una donna che riconosce la propria molteplicità e la rende forma d’arte. Ogni immagine, ambientata nello spazio sospeso di una galleria d’arte (BiM), diventa traccia di una trasformazione intima, in cui il corpo si fa superficie espressiva, terreno fertile, a volte territorio politico. La femminilità qui non è una posa, ma un processo: qualcosa che si costruisce e si afferma, che dialoga con la vulnerabilità e la attraversa, per restituirsi con consapevolezza e forza.

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Non esiste un’unica Ginevra, ce ne sono molte. C’è quella bambina, ribelle e curiosa, che ancora spinge con forza dall’interno, e poi c’è la donna che prende forma, che si scopre, che sceglie di restare fedele alla propria voce anche in un mondo — musicale, sociale, personale — che pretende definizioni semplici, omologazioni estetiche e narrazioni lineari.

Così, quando le chiediamo cosa significhi per lei oggi essere una donna nella musica, ma anche nella vita, Ginevra con semplicità risponde: “Vuol dire cercare di restare me stessa. Di far valere i miei diritti e la mia voce, nella quotidianità come nel lavoro, è una sfida continua.”

FEMINA allora diventa un contenitore in cui le contraddizioni non vengono smussate, ma accolte. In questo spazio visivo, costruito con cura da un team creativo completamente femminile ogni elemento è pensato per restituire la complessità di un’identità che non chiede il permesso di esistere.

Nel disco racconti un viaggio interiore che intreccia vulnerabilità e forza. C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che stavi “diventando” la donna che canti?

Ginevra: durante la lavorazione del disco ho compiuto 30 anni ed è stato sicuramente un percorso di crescita che ho raccontato all’interno del disco. Però crescere è un percorso soprattutto naturale e umano, che affrontiamo tutti, io semplicemente raccontandomi attraverso le canzoni lo uso come un canale di sfogo e di racconto, come se fossero delle fotografie dei momenti della mia vita. Nel disco, le diverse età dell’essere — l’istinto dell’infanzia, la confusione dell’adolescenza, la chiarezza dell’età adulta — si intrecciano senza cercare una linea retta.

Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra la parte più istintiva, bambina o adolescente, e quella più consapevole della donna che stavi diventando? Per te è un cambiamento lineare o un’evoluzione in cui convivono ancora oggi in te, in modi diversi, queste età?

Ginevra: sicuramente mi sento fatta da diverse “Ginevre” che occupano diverse parti, che siano la parte più ribelle più bimba o la parte più matura più adulta, ma spero che nessuna di queste si perda, tutte loro sono fondamentali per quello che sono e per il mio lavoro. Il gioco, la curiosità…sono linfa per la mia creatività. Un equilibrio tra tutte queste parti, ma anche nella parte di lavoro estetico che abbiamo fatto sul disco l’idea è proprio che venissero fuori tutte le figure che compongono “Ginevra”.

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La femminilità che abita queste tracce è sfaccettata, indomabile. “Ti senti più strega, più bambina o più saggia, oggi?”, le chiediamo, riprendendo un verso che sembra la summa di tutte le sue e le nostre sfaccettature. Ginevra sorride: “Un po’ tutto. C’è sempre una parte che prevale sull’altra, a seconda dei momenti, ma credo che siamo tutti un mix di cose. E va bene così.”

Che sia “bambina, strega o saggia”, Ginevra incarna una femminilità che rompe gli schemi proprio scegliendo di non incarnarne uno solo: un modo per “spaccare tutto”, come dice la canzone con Meg, e scegliere l’autenticità, anche se questo significa attraversare il fango, scalza, armata solo della propria verità. Ginevra, semplicemente, oggi si concede il diritto di essere. E questo basta.

In “Spacco tutto”, in collaborazione con Meg, si percepisce una voglia di liberarsi, di rompere schemi e abitudini per far emergere qualcosa di più autentico e vitale. Nel vostro incontro artistico, cosa avete dovuto ‘spaccare’, simbolicamente o concretamente, per dare spazio a questa nuova versione di voi stesse?

Ginevra: entrambe, in momenti diversi, quello che abbiamo dovuto affrontare, e quindi anche rompere, è stato un po’ il modello della società e dell’ambiente discografico in quanto donne, entrambe abbiamo deciso di utilizzare la nostra voce e i nostri testi per rompere qualcosa. Per me in questo disco era fondamentale essere accompagnata da un’artista, una femina, una figura femminile così forte come Meg, che ha rotto gli schemi, continua a rompere gli schemi e ancora oggi si impone nel panorama con le proprie idee e la propria identità. Sicuramente essere noi stesse e cercare di fare meno compromessi possibili e cercare di far valere la nostra voce per quello che è, è forse l’elemento più di rottura in quanto donne e artiste, che abbiamo entrambe.

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Anche la musica stessa cambia pelle: più analogica, più sporca, più istintiva rispetto ai lavori precedenti. Viene naturale chiedersi cosa sia rimasto intatto. “I miei valori,” risponde. “E le canzoni, che hanno un’importanza fondamentale nel mio progetto e su cui costruisco tutto il resto. Al di là dello stile, delle foto, degli strumenti: alla fine c’è sempre un nucleo che è fatto da l’importanza della canzone, del messaggio e dei miei valori.”

Ma infrangere schemi ha un costo, soprattutto se sei donna e decidi di raccontarti per quello che sei e perché “essere se stessa” comporta anche il rischio di esporsi.

Nel raccontarti come donna, ti è mai capitato di sentire il peso delle aspettative o dei costrutti sociali su come dovresti essere o apparire? Quanto questo ti ha messa alla prova, anche nel modo in cui scegli di esporti attraverso la tua musica?

Ginevra: mi ha sempre messo alla prova e continua a mettermi alla prova. Credo che, come donne, siamo costantemente messe sotto pressione da tanti punti di vista, lavorativi, anagrafici, estetici, sicuramente i social non ci aiutano nella definizione di noi stesse e delle nostre libertà. Nella musica ci sono tante pressioni e il mio scopo con questo disco è stato proprio di fregarmene di tutto quello che era il mondo esterno e di tutto quello che avevo fatto anch’io stessa, delle barriere che si erano create attorno a me e al mio progetto, e di ripartire dal nucleo di me stessa e della mia visione artistica andando anche contro quelle che potevano essere le aspettative nei mie confronti per il secondo disco, piuttosto che anche dal punto di vista estetico in quanto donna che lavora nel mondo del pop, perché secondo me c’è una narrazione un po’ da rompere e da personalizzare. Mi sono sentita di essere me stessa, la “ragazza di fiume”, di essere scalza nel fango e con l’arco, quanto tutti si aspettano che tu sia omologata.

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Oggi prendere parola su certi temi, soprattutto quando riguardano l’identità femminile, può essere un atto di coraggio ma anche una fonte di pressione. Ti sei mai chiesta fin dove spingerti, o senti il bisogno di proteggerti rispetto a certi sguardi o giudizi?

Ginevra: Non mi sono mai posta il limite in questo momento e non voglio pormi il limite di quello che devo dire ed essere. Vorrei anche non avere la pressione e il limite di dover dire per forza qualcosa, né in termini politici o di esposizione in qualche modo. Semplicemente in questo disco volevo essere me stessa ed è successo anche di espormi come in “Femina”, che è un brano contro la violenza di genere, senza che l’avessi preventivato ed è successo, ed è stata una cosa che ho scelto di assecondare, ma non voglio nemmeno fare brani che abbiano solo un atteggiamento politico, voglio farlo, assecondando i miei bisogni e i miei sentimenti.

Il disco è anche un inno alla spontaneità e al rispetto dei propri tempi, un viaggio anche visivo, che si fonde con il linguaggio ribelle e autentico dell’artista.

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“Non sopporto la sensazione di restare ferma a un semaforo”: c’è qualcosa che ti fa ancora sentire immobile, oggi? E cosa invece ti spinge ad attraversare anche quando non è il tuo turno?

Ginevra: Questo verso è legato al periodo in cui stavo compiendo 30 anni, spesso mi sono sentita questa sensazione di essere circondata da amici che fanno vite completamente diverse dalla mia e nel momento in cui costruiscono le proprie vite anche nel modo in cui ci hanno sempre raccontato che andava fatto e anche dentro un determinato tipo di tempistica, in quei momenti mi sentivo in balia del nulla. Quella frase era legata a quella sensazione di quel momento, in questo momento in realtà mi sento che sto rispettando i miei tempi e i miei bisogni; quindi, non mi sento ferma al semaforo adesso.

Come hai costruito l’immaginario estetico che accompagna questo album? Quanto è stato importante il corpo in questa narrazione?

Ginevra: l’immaginario estetico è stato costruito da me insieme ad Aurora Rossa Manni che è l’art director del progetto artistico e insieme abbiamo deciso di coinvolgere Giulia Gatti, che è la fotografa che ha scattato tutto il disco, perché ci sembrava l’artista, la fotografa e la donna più affine a ciò che avevamo in mente, ovvero la costruzione di un mondo di ragazze che vivono secondo i propri ritmi in questa casa lungo il fiume, non ribelli, ma semplicemente loro stesse. Siamo partite da questo bisogno e abbiamo coinvolto le mie amiche e abbiamo cercato di creare un mondo più reale possibile per quanto immaginario e semplicemente sono state tutte perfette nell’assecondare questa visione. Era importante per me raccontare il mio mondo attraverso un team interamente al femminile, che potesse cogliere la sensibilità del disco.

E infine, il verso più potente, che sembra quasi una profezia: “Vi lascerò un’eredità, un giorno dal mio corpo nascerà una femina”. L’arte, la musica, il corpo: ogni canale espressivo si fonde in questo progetto, che vuole essere anche una cura.

“Spero semplicemente di essere stata capace di raccontarmi in modo totalmente aperto e sincero, che questo sia arrivato e che le persone che mi ascoltano e soprattutto le donne in questo caso, si riconoscano in questo, per me l’importante è essere stata me stessa e lasciare un messaggio di autenticità in un mondo che cerca in tutti i modi di omologarci e appiattirci e che ci dice come dovremmo essere e dire.”, ci racconta.

L’obiettivo non è tanto lasciare un’eredità, quanto seminare un germoglio: un gesto, un’immagine, una canzone che possano risuonare in chi ascolta e forse, un giorno, aprire spazi di libertà anche per altre.

Location: BiM
Mostra: Le Luci e Gli Amanti 
Curatela di Davide Giannella
Assistenza alla curatela di Dario Segreta
Display a cura di SPECIFIC
Le opere contenute nella mostra sono dei seguenti artisti: Corrado Levi, Andrea Romantico, Costanza Candeloro, Stefania Carlotti, Alessandro di Pietro, Larry Nicolai, Industriaindipendente (Erika Z. Galli/Martina Ruggeri)

Team:
Una produzione BMB Live Studio
a cura di Lavinia Venuta e Beatrice Chimenti
Direzione artistica – Nicole Zia
Fotografia – Virginia Livi
Styling – Nicole Zia e Isacco Gamberoni
Styling Assistant – Nicole Borgagni e Mariavittoria Fiorani
Hair&make up – Caterina Centrone
Video realizzato da Mattia Boldrini e Francesco Bellisario
Montaggio di Mattia Boldrini
Color correction a cura di Francesco Pio Bellisario
Digital Cover Matteo Libralesso
Intervista a cura di Giulia Grieco

Ginevra e la rivoluzione liberatoria di FEMINA