A quasi un mese esatto dall’uscita del loro nuovo album “Inni e Canti” (La Tempesta Dischi), abbiamo incontrato i Giallorenzo per parlare di guerra, memoria, simboli e DIY. In questa intervista esclusiva, la band milanese ci racconta l’evoluzione del proprio percorso artistico, il significato profondo dietro il loro quarto lavoro e la tensione continua tra il personale e il collettivo. Un viaggio sonoro e ideologico che parte dal cuore della città e arriva fino alle sue radici più nascoste.

Dopo Super Soft Reset del 2022, siete rimasti in silenzio per un po’. Cosa vi ha spinto a tornare ora, e con un disco così carico di simboli, storia e riflessioni?

Ci ha spinto a tornare, dopo tutto questo tempo, molto semplicemente la risposta del pubblico. L’abbiamo percepita in tre o quattro concerti fatti tra il 2023 e il 2024: a un certo punto ci siamo guardati in faccia, e dopo un live davvero importante ci siamo resi conto che qualcosa dentro di noi era cambiato. Forse valeva la pena ascoltare quella spinta e cominciare a pensare a delle idee nuove.

Tanta chitarre e non solo: in INTRODUZIONE e FINALMENTE ORSO centrali sono fisarmonica, cornamusa e cori corali, in un respiro quasi epico. Come siete arrivati a questo tipo di suono?

Finalmente Orso” è una canzone scritta da Fabio, perché in questo disco, per la prima volta nella nostra storia, ognuno di noi ha scritto almeno un pezzo. L’idea (inizialmente nata quasi per scherzo) era di far suonare mio fratello e mio padre, che suonano rispettivamente la fisarmonica e la cornamusa. Più precisamente, si tratta di un baghèt bergamasco, una sorta di cornamusa storica, frutto di un importante lavoro filologico sugli strumenti tradizionali.

Per quanto riguarda i cori, invece, ci piace cantare e urlare insieme. È una cosa nata spontaneamente fin dai primi dischi, e che è cresciuta man mano, fino ad arrivare al coro collettivo di Finalmente Orso.

Ciascuno di voi ha lavorato alla scrittura di almeno un brano. Avete notato approcci diversi nelle prime fasi del processo creativo? Vi siete dati delle linee guida comuni o ognuno ha portato il proprio mondo nel pezzo che stava scrivendo?

Non c’è stata una vera linea guida. È stato un processo molto libero, che riflette un periodo di cambiamento che abbiamo vissuto tutti e quattro, più a livello generazionale che sociale. Siamo sempre stati molto uniti, abbiamo anche convissuto in momenti diversi della nostra vita, e credo che in questo album si senta anche questo. È come se ci fosse un’eco del nostro stare insieme, del tornare a fare musica insieme: che poi è, in fondo, il nucleo di quello che siamo come band.

Questo disco sembra più che un album: quasi un manifesto, un corpo vivo. Se poteste scegliere un luogo simbolico – una piazza, un monumento, un non-luogo – dove suonare questo disco dall’inizio alla fine, quale sarebbe?

Piazza dell’Aeronautica, o meglio Piazza Eremete Novelli 1, a Milano. Questa non l’abbiamo mai detta a nessuno, nemmeno nel comunicato stampa.

Lì c’è la sede del comando della Prima Regione Aerea dell’Aeronautica Militare. È il posto dove ha lavorato Claudio Gianlorenzo, il personaggio a cui abbiamo dedicato il nome della band. Un uomo un po’ fuori dagli schemi, morto tanti anni fa in solitudine. Di lui sapevamo pochissimo, ma una delle poche cose che conoscevamo era che aveva lavorato lì, come impiegato, non come militare. Sarebbe un posto simbolico molto forte per noi.

Dopo quattro dischi, che cosa significa per voi oggi essere indipendenti? È ancora una condizione necessaria per dire certe cose, o lo è diventata per sopravvivere artisticamente?

Essere indipendenti per noi è una scelta. Abbiamo sempre fatto musica in questo modo, e ormai ci viene naturale. Anzi, ci risulta difficile immaginare di fare musica diversamente. È una via di mezzo tra una scelta e una condizione. Avere a che fare con l’industria musicale in una maniera unica, diversa da quella di molti altri, è qualcosa che ci viene spontaneo. È parte della nostra identità, almeno per ora.

Il ritorno dei Giallorenzo con Inni e Canti: tra identità e resistenza