Se non sappiamo cosa siano le Burrnesha, è difficile cogliere a primo impatto il senso profondo di questa performance. Così si cerca, ci si documenta, ci si chiede. Brinjë më Brinjë (costola a costola) è una proposta poetico-politica che affonda nella memoria incarnata delle Burrnesha, figure liminari della cultura balcanica, donne che per necessità o per scelta hanno scardinato i confini del genere e del patriarcato.
È questo il titolo evocativo dell’ultimo lavoro di Genny Petrotta, artista arbëreshë con base a Palermo, la cui pratica attraversa da anni i territori dell’identità, del margine e della rimozione.

Brinjë më Brinjë è una performance e video-installazione multicanale che interroga l’eredità delle Burrnesha – donne che, in contesti sociali governati dal Kanun, l’antico codice consuetudinario albanese, assumevano ruoli maschili, indossavano abiti maschili, prendevano un voto di castità, e venivano riconosciute dalla comunità come uomini. Un gesto radicale, spesso legato all’assenza di eredi maschi, ma anche alla volontà di sfuggire a un destino matrimoniale o, più tacitamente, a un desiderio non eteronormato. Figure complesse, ambigue, politicamente incandescenti, oggi spesso ridotte a curiosità etnografiche o simboli di sacrificio.

Petrotta scava sotto questa semplificazione, restituendo alla figura della Burrnesha la sua densità storica, il suo potenziale dirompente attraverso inquadrature strette sulla pelle, sulle loro rughe, sul loro essere identità trasformata e invecchiata. Il testo che accompagna il video è il monologo più celebre del teatro occidentale: Amleto – Essere o non essere – nella riscrittura visionaria di Amelia Rosselli e nella traduzione in albanese della poetessa Ledia Dushi, la cui lingua aspra e tellurica richiama le radici arcaiche del paesaggio umano in cui le Burrnesha prendevano forma.

Il cuore del progetto è lo sguardo, in video, vigile e consapevole di Drande Dodaj, Burrnesha contemporanea, e l’evocazione del Gjama e Burrave, antico rito funebre riservato agli uomini per onorare con un grido lacerante altri uomini morti. In scena, questo gesto rituale – decostruito – si fa partitura minimale e incarnata con la coreografa Cristina Kristal Rizzo, mentre nel video il corpo in movimento di Gloria Dorliguzzo diventa lente d’ingrandimento su uno stesso corpo che esegue la stessa partitura rituale.

Nessun pathos, solo forma. La drammaturgia sonora ambient è di Angelo Sicurella, live in scena, sospesa tra una tensione iniziale e una contemplazione finale. Il suono costruisce un paesaggio acustico ipnotico, dove il maschile si sgretola come gesto performativo perché la voce di Sicurella è voce che sconfina anch’essa gli stereotipi di genere e la perdita diventa esperienza collettiva da rifare e risignificare. La scenografia è anch’essa in video. Abiti tradizionali d’introduzione alla cultura balcanica, vengono riflessi nella prima proiezione scomposta sul soffitto, seguiti da cieli lividi e arbusti spezzati. Una scenografia evocativa per ospitare e lasciare che il rito attraversi il passato e il presente in forma di corpo.

Nel passaggio tra video e presenza, tra oralità e gesto coreografico, Brinjë më Brinjë si fa atto di resistenza e permanenza. Una ritualità laica che disinnesca i codici binari del genere, interrogando la possibilità di esistere oltre la norma. Petrotta recupera un archivio e ne fa un campo di tensione: le Burrnesha non sono reliquie, ma testimoni. Non eccezioni, ma aperture. Corpi che ricordano, che vivono, che si pongono costola a costola con chi non può più parlare.

L’opera si inserisce con coerenza nella traiettoria di ricerca dell’artista, già autrice di Mamma Perdonami (2023), vincitore dell’Italian Council (XII edizione) e della On the Road Production Fellowship dell’Autostrada Biennale. Le sue opere sono state presentate in festival e istituzioni internazionali, dal Museo delle Civiltà alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, da Transeuropa Festival a Manifesta 12. Tra i suoi progetti più radicali si distingue Kumeta, primo atto del ciclo MËMA MË FAL, videoinstallazione dedicata alla memoria della Repubblica Contadina di Piana degli Albanesi, fondata nel dopoguerra dal prozio dell’artista, Giacomo Petrotta, e brutalmente repressa. Lì, insieme agli scultori Francesco Albano e Simone Zanaglia, l’artista leviga un blocco di marmo fino a ridurlo alle esatte dimensioni della cassa usata per torturare i prigionieri. Un gesto semplice, ma tagliente: trasforma la pietra in carne, la materia in testimonianza.

Anche in Brinjë më Brinjë, Genny Petrotta continua a interrogare l’archivio corporeo dell’assenza. A fare arte con ciò che resta, silenziosamente, sotto la superficie.

Genny Petrotta porta le Burrnesha al Santarcangelo Festival