Se Baudelaire avesse avuto Spotify, probabilmente quest’estate avrebbe ascoltato in loop Polinesia di Gazzelle mentre scriveva Invito al viaggio, il suo inno alla fuga verso un altrove ideale.
È il 1857 quando esce in Francia la raccolta “I fiori del male”. È il 2019 quando Gazzelle canta Non mi va di andare al mare, non mi va la Polinesia, non mi va di fare le cose soltanto per fare, nell’album Post Punk, dando voce senza paura del giudizio altrui, al rifiuto di fare a tutti costi qualcosa. I due sembrano dire due cose opposte e invece, tra le righe, ci dicono la stessa cosa.

Baudelaire e la fuga verso un altrove ideale
Baudelaire scrive nel pieno della fascinazione ottocentesca che l’Europa sviluppa per l’esotico, rappresentato dal Medio Oriente. Un Medio Oriente vagheggiato, immaginato come un altrove ideale nel quale proiettare desideri e colpe. Il desiderio di viaggiare e quello di fuggire da un’Europa violenta e la colpa di aver costruito un’Europa colonialista. Un Medio Oriente dipinto dai pittori, cantato dai poeti, saccheggiato e depredato dai potenti. Eppure in pochissimi approdavano davvero in quei luoghi lontani (solo pochi artisti come Delacroix e Gauguin viaggiarono realmente e li dipinsero per come erano), la maggior parte ne alimentava una rappresentazione immaginifica, contribuendo alla costruzione di un’immagine fittizia di quel mondo, tanto ideale quanto intrisa di pregiudizi e stereotipi destinati a durare a lungo e ad essere strumenti ideologici di controllo dell’immaginario europeo e di propaganda della cultura colonialista.


La Polinesia di Gazzelle come immagine di un paradiso artificiale
Gazzelle canta “Non mi va la Polinesia” in un’epoca in cui un altrove è sempre a portata di mano e i paradisi artificiali, come li chiamava già Baudelaire, sono innumerevoli.
Le isole del Pacifico sono diventate il simbolo stesso di un paradiso artificiale. Prima il cinema e la pubblicità, i cataloghi dei tour operator, infine Instagram e TikTok hanno trasformato i bungalow sull’acqua, le lagune turchesi e le palme in un linguaggio esclusivo ma non troppo, alternativo ma di tendenza, del lusso, del successo personale e di una presunta idea di libertà che pensiamo di trovare lontano, lontano da noi e dalla nostra quotidianità. Più che una destinazione, la Polinesia è diventata un’immagine. Una promessa, un’esperienza. L’ennesima.

Così non è tanto la Polinesia in sé ad essere “figa”, ma il poter dire – rispondendo senza sudare alla domanda “E quindi quest’estate?” – “Vado in Polinesia”. E poi, a Settembre, quel mese di merda per ricominciare, poter dire di essere stato in Polinesia. E ancora prima, in agosto, poter postare mille foto e storie esotiche. Insomma, è figa perchè può evitarti la risposta “Mah nulla di particolare quest’anno”. Quella che Gazzelle invece non vede l’ora di darti, perché la Polinesia non gli va proprio.
Non mi va la Polinesia
Non mi va che arrivi l’estate e vuoi fare cose
Voglio scappare



Il viaggio più autentico senza muovere un piede
È qui che Baudelaire e Gazzelle si incontrano: entrambi diffidano dell’altrove quando diventa un obbligo, ma non solo. Entrambi ci dicono che il viaggio più autentico non coincide necessariamente con uno spostamento, ma può essere un moto della fantasia.
Non mi va di fare le cose soltanto per fare
Fantasticare
I soli infradiciati di quei cieli imbronciati
hanno per il mio cuore
il misterioso incanto
dei tuoi occhi insidiosi
che brillano nel pianto.
Viene quasi da immaginare Baudelaire che beve una birretta con Flavietto, seduto a un tavolino di Trastevere. Parlano di luoghi lontanissimi senza muovere un piede, fantasticano un altrove che, proprio perché immaginato, non potrà in nessun modo deluderli, con i suoi cieli imbronciati.


Forse è questo che, a volte, chiediamo davvero all’estate: non un biglietto aereo, ma una tregua. Non l’obbligo di accumulare esperienze, ma il permesso, anzi la rivendicazione di non fare niente.
Restare seduti al fresco di un bar mentre la città rallenta, assecondare l’inerzia della canicola, avere per qualche settimana l’impressione che anche il tempo si sia fermato. E forse scoprire che non è nemmeno un’illusione. Forse quella tregua, persino dal tempo, è davvero possibile, se siamo noi a concedercela.