Ci sono due cose che, sabato sera al concerto di Gabry Ponte, hanno accomunato le oltre cinquantamila persone di San Siro: la voglia di ballare e un ventaglio in mano. Fuori dallo stadio, Milano sembrava sciogliersi, ma dentro San Siro, il clima si combatteva con un rito ormai codificato: migliaia di ventagli che si aprivano e si chiudevano all’unisono. 

A ritmo continuo

Non un pubblico, ma una gigantesca coreografia che si esibiva a 140 BPM. Ogni pausa tra una cassa e l’altra diventava il tempo necessario per riprendere fiato, prima che il beat desse la scarica di adrenalina per ricominciare. 

Il sold out di Gabry Ponte è stato questo: tre ore di festa continua, una pista da ballo gigantesca costruita dentro uno stadio, MOLTO caldo, ma soprattutto un enorme spazio di appartenenza. La dance, spesso liquidata come musica “leggera”, qui dimostra il contrario: è un linguaggio comune, non serve conoscere i testi quando è il corpo a ricordarli.

Foto di Kimberly Ross
Foto di Kimberly Ross

Gli ospiti di Gabry Ponte

Sul palco scorrono oltre venticinque anni di musica italiana e internazionale. La reunion degli Eiffel 65 scatena uno dei momenti più simbolici della serata, mentre gli ingressi di Salmo e Jovanotti allargano ulteriormente il racconto, dimostrando come il percorso di Gabry Ponte abbia ormai attraversato generazioni e generi diversi. Più di tre ore di pura energia in cui il dj torinese ha spinto senza sosta mixando insieme passato e presente. 

Ma il dettaglio più bello, forse, non era sul palco, ma sugli spalti.

Padri che spiegavano ai figli perché tutti conoscessero quella canzone. Ragazzi poco più che ventenni che cantavano brani usciti prima della loro nascita. Mamme tornate a ballare come quando quei pezzi erano la colonna sonora delle loro serate; come diranno alcune mie compagne di metropolitana post concerto “Ci siamo concesse una libera uscita 😉 ”. C’era qualcosa di profondamente democratico in quella pista da ballo gigante: nessuno era fuori posto, nessuno era fuori tempo.

Foto di Kimberly Ross

Perché la dance ha sempre avuto questa capacità quasi invisibile. Mentre altri generi raccontano una generazione, lei riesce a raccontarne molte contemporaneamente.

Alla fine resta la sensazione di aver assistito a qualcosa che va oltre il concerto. Una celebrazione collettiva del divertimento e della nostalgia, nel senso più bello del termine: quella sensazione che ti lascia un retrogusto di spensieratezza e ammicca ai bei ricordi. Forse è questo il vero segreto di Gabry Ponte, non farci tornare agli anni Duemila, ma farci credere, per una notte intera, che siamo semplicemente “blue” (da-ba-dee-da-ba-di).

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