Passeggiando sul lungomare di Zandvoort, all’improvviso qualcosa cattura lo sguardo: una villa che sembra esplodere di bolle rosa, come se qualcuno avesse masticato un gigantesco chewing gum e lo avesse lasciato colare dalle finestre. Non è un’illusione né un set cinematografico, ma l’ultima provocazione dell’artista olandese Frankey, che ha ribattezzato l’edificio Hubbabubbabuilding.

Oggi quella stessa villa non è più solo un’attrazione surreale sul boulevard: Frankey ha deciso di metterla in vendita per 10 milioni di euro, ma come opera d’arte e non come casa. Una scelta che ribalta le regole del mercato immobiliare e mette in discussione il confine tra spazio privato e spazio artistico.

La casa, già divenuta un’icona pop della costa olandese, è stata trasformata da Frankey in una sorta di fumetto tridimensionale: dalle finestre sembrano esplodere enormi bolle di chewing gum rosa, mentre sulla facciata troneggia una figura alta quattro metri, una versione oversize dell’artista stesso che soffia un palloncino gigante. È un gesto ironico, quasi infantile, ma con la potenza visiva tipica di Frankey: la capacità di mescolare il quotidiano con l’assurdo, fino a spostare i confini di ciò che definiamo architettura, scultura, performance.

La decisione di venderla come opera e non come casa — con la clausola che per cinque anni non potrà essere abitata né modificata — è la parte più radicale. Frankey si inserisce così in una tradizione di artisti che hanno usato l’architettura per interrogare i confini tra arte e vita: dalla House di Rachel Whiteread a Londra negli anni ’90 fino ai murales clandestini di Banksy. Il messaggio è chiaro: non tutto ciò che ha pareti e un tetto è necessariamente un luogo in cui vivere. Può essere anche un manifesto, un gioco concettuale, un’azione pubblica permanente.

Zandvoort, da tranquilla cittadina sul mare, si ritrova così con un indirizzo — Boulevard Paulus Loot 103 — che diventa destinazione di pellegrinaggio estetico. La villa si trasforma in una scena surreale che mescola leggerezza e rigore: un oggetto architettonico che non si prende sul serio ma allo stesso tempo interroga l’idea stessa di abitare.

E c’è un altro aspetto che rende il progetto interessante: i proventi della vendita saranno reinvestiti in future opere pubbliche. In un’epoca in cui il mercato immobiliare e quello dell’arte raramente dialogano, Frankey sceglie di fonderli, ricordandoci che l’arte non è un lusso da collezionisti ma un’esperienza collettiva, che appartiene allo spazio urbano e a chi lo vive.

Con Hubbabubbabuilding Frankey non ha semplicemente creato una scultura gigante a forma di bubblegum: ha inventato una nuova categoria, l’architettura-gioco. E forse il messaggio che ci lascia è proprio questo: la città può (e deve) essere anche un luogo per sognare, sorridere, stupirsi.

Frankey e Hubbabubbabuilding: la villa-bolla da 10 milioni