Nel mito, Asteria è una titanide che scappa, cambia forma e per salvarsi diventa isola, Delo.
Delo significa “la chiara, la luminosa”, ma prima ancora di essere luce, è rifugio, un approdo, un luogo che galleggia e poi si ancora, che accoglie e salva. È corpo che diventa terra, pelle che si fa superficie abitabile.

C’è qualcosa di profondamente simbolico in questo nome, se lo si accosta a Ferite per tutti, l’album con cui Asteria (quella vera), la giovane cantautrice di origine bergamasche, indaga la dimensione relazionale dell’esperienza umana. Anche qui il corpo è spazio permeabile, territorio attraversato da forze invisibili. Le relazioni non sono raccontate come eventi, ma come effetti: tracce, crepe, tensioni che modificano l’equilibrio interno.

«Ho avuto bisogno di buttarlo fuori», dice, «perché la musica è molto terapeutica, nel senso che ho sublimato quello che ancora non era effettivamente presente».

Ogni brano nasce come espressione di un momento preciso, di un’esperienza circoscritta: la leggerezza malinconica di “Occhi smeraldo”, la frattura di “Schegge di vetro”, l’apertura quasi accusatoria di “Guilty”, fino alla title track “Ferite per tutti”. «È stata più la musica a suggerirmi la tematica piuttosto che io effettivamente, volontariamente. Quando ho riascoltato tutti i brani che avevo scritto nel periodo di pre-decisione della tracklist, sono riuscita a completare il puzzle, la tematica era proprio la relazione umana».

C’è una canzone che per te rappresenta meglio il momento in cui c’è questo tipo di connessione dove ti incrini e poi ti ricomponi?

«Il messaggio dell’album è quello, ferite per me, ferite per tutti, il che significa che quando soffre il singolo in realtà poi soffrono tutti, nel senso che siamo tutti un ecosistema nel male e nel bene, quindi forse lì si risolve effettivamente la tematica. Le ferite influenzano negativamente nel senso che noi ci portiamo dietro il nostro bagaglio di emozioni, esperienze, dolori, ma letta al contrario, perché poi mi piace fare questo gioco, in realtà anche tutta la felicità e tutta la positività è contagiosa».

Nel suo racconto, le relazioni sono forze che passano attraverso il corpo. La pelle, i gesti, le posture diventano superfici narrative. Non c’è bisogno di spettacolarizzare il dolore o l’amore: basta osservare come un’assenza inclini le spalle, come uno sguardo modifichi il respiro.

Ti senti una persona che assorbe molto dagli altri? E quanto vieni influenzata nella tua scrittura, nella tua composizione?

«Io assorbo tantissimo dalle persone che mi stanno accanto, dalle relazioni amorose, dalle amicizie, dalla famiglia anche, ti direi che sono ipersensibile, proprio nel senso che mi basta uno sguardo per sentire delle emozioni. La musica mi ha sempre aiutata in questa cosa, perchè tante volte io respiro proprio le emozioni che ci sono in una stanza e mi accorgo dopo, che grazie alla musica riesco a razionalizzare quello che ho sentito».

La musica è una cartina tornasole: traduce ciò che il corpo ha già registrato.
Il suo suono riflette questa doppia natura. È emotivo, viscerale, ma allo stesso tempo controllato.

Ascoltando l’album si percepisce un ossimoro, una caotica quiete? Cos’ha contribuito a creare questo effetto?

«Sono in una costante oscillazione tra il sentire estremo e il tentativo di governarlo ed è proprio una mia caratteristica, propria di Anita, che ha influenzato Asteria». L’immagine è potente: missili pronti a esplodere e una mano che cerca di trattenerli. Caos e disciplina. Anche la sua formazione in psicologia e il percorso in terapia hanno inciso su questo equilibrio: le hanno insegnato ad accogliere le emozioni senza demonizzarle, senza etichettarle come giuste o sbagliate.

«…questo mio vissuto mi ha permesso anche artisticamente di esprimere le emozioni, senza demonizzarle, senza definirle buone o cattive, senza evitarle e senza ovviamente essere travolta completamente. Il corpo rientra molto, è una parte essenziale della sfera emotiva».
Il corpo torna, sempre.

Dalla composizione all’esibizione sul palco, quanto il tuo corpo fa trasparire di te?

«Tantissimo, dall’estetica al modo in cui mi muovo o nella composizione, per esempio, il fatto che io amo correre suonando o che ho bisogno di avere sempre uno strumento in mano. Perché io penso che l’energia passi attraverso il corpo e quindi lo strumento è poi un po’ il fine di questo canale energetico che effettivamente è il corpo».

Nel live, questa energia si amplifica.

«Siamo fatti d’acqua», dice, «risuoniamo».
Il concerto diventa allora un rito collettivo e quasi terapeutico, una vibrazione condivisa. Un luogo in cui le ferite, invece di essere nascoste, trovano spazio.

«…sentirla su Spotify è una cosa bellissima. Viverla dal vivo unisce tante emotività diverse».

Quando scrive per altri però, come nel brano poi interpretato da Elodie, la questione si complica. Raccontare la fragilità altrui richiede rispetto, delicatezza. «È più difficile», confessa. «Esporre la propria vulnerabilità è coraggioso, ma maneggiare quella di qualcun altro è una responsabilità».

Poi allarga lo sguardo: «In passato erano anni più difficili per esprimersi, forse oggi siamo solo più sensibilizzati». Più capaci di nominare le emozioni, ma non sempre di condividerle davvero.

Perché in un presente che ci vuole costantemente connessi, Asteria ci fa riflettere su come forse siamo più esposti che davvero uniti. I social amplificano, estetizzano ogni emozione, ma l’incontro reale, fisico, sembra più raro. Proprio per questo il suo desiderio per il futuro parte dal palco: portare Ferite per tutti dal vivo come si porta un’isola in mezzo al mare.

«In realtà io me lo immagino come un momento di condivisione, cosa che poi la musica permette di fare all’ennesima potenza».

Se questo disco si concentra sulle crepe e sulle trasformazioni che i legami producono, il prossimo, immagina, potrebbe guardare alla rinascita. A ciò che cresce dopo la frattura. Come nel mito: cadere, farsi isola, diventare luce.

In fondo, Asteria fa esattamente quello che il suo nome suggerisce. Accogliere. Rendere
visibili le tracce che gli altri lasciano su di noi. E ricordarci che nessuna ferita, come nessuna
gioia, è mai davvero soltanto nostra.

___________________

Una produzione BMB Live Studio
a cura di Lavinia Venuta e Beatrice Chimenti

Hosted By THE YAH FACTORY

Direzione creativa di Nicole Zia
Fotografia di Greta Semenzato

Styling di Marta Ferrari
Grooming Tobia Stucchi

Digital Cover a cura di Greta Semenzato

Intervista a cura di Giulia Grieco

Label Double Trouble Club & Island Records Italia
Ufficio Stampa Pulsar Media PR

Ferite per tutti: Asteria e la luce delle ferite condivise