Perché c’era una frase che ti volevo dire / Piena di tante parole che tu non hai mai sentito.

Cercando “faccia nuvola” staccato, per sbaglio, per l’abitudine di mettere spazi tra le parole, ti ritrovi a leggere Geopop e a scoprire il nome di un fenomeno molto più consueto della parola che lo definisce. Pareidolìa. “Perché vediamo volti e forme negli oggetti o nelle nuvole?”, recita il titolo dell’articolo per descrivere quella “illusione subcosciente” del cervello “che tende a ricondurre pattern casuali a forme familiari”.

Non si tratta di un processo cognitivo di elaborazione tardiva, ma di una percezione istantanea, fulminea come una visione. La cosa bella è che non esiste solo la pareidolia visiva, ma anche quella sonora, quando sentiamo “suoni e parole con significato, in rumori casuali”. Cosa c’è, in effetti, di più casuale delle nuvole, con le loro forme mutevoli, e cosa di più familiare di un volto? Ma perché cercare un volto, una faccia, nelle nuvole? Forse perché abbiamo chiesto, un giorno, nell’infinito niente di una sera, nel tempo fuggitivo della nostra giovuntù disperata, a qualcuno, di rimpirci gli occhi di cielo, prima che, quel qualcuno e la gioventù stessa, decidessero di non tornare più tornare a casa.

A questa domanda la neuroscienza, con i suoi esperimenti, poteva rispondere solo a metà. Una risposta tuttaintera, come vorremmo fosse la nostra vita, con i suoi tempi, senza amputamenti e sanguinamenti del cuore, almeno ogni tanto, ce la dà Faccianuvola. Tuttounito questa volta, come il nome d’arte che Alessandro Feruda ha trovato in un libro e che ha scelto del tutto casualmente, ancora prima di comprendere la direzione della sua musica. Una “randomness” che trova un po’ imbarazzante ma che ha in sé qualcosa di vero.

La verticalità di Faccianuvola

Sembra letteralmente un heads-in-clouds boy, ma se lo si ascolta e riascolta si finisce, dopo giochi di gambe e ali, per vederlo penzolare dal cielo, con i capelli verniciati d’oro svolazzare, come l’appeso dei tarocchi, come l’archeologo rabdomante Arthur, alias Josh O’Connor, nel film La Chimera, che sente il mondo ribaltarsi sotto i suoi piedi, ritrovandosi radicato nel cielo, in verticale, perpendicolare e di faccia al mondo che ci guarda storto. E così, a testa all’ingiù, ritrova il suo amore perduto, in labirinto di sogni e ricordi che danno morsi, in una spiaggia illuminata dalla luna e dal falò della nostra giovinezza, e si oppone alla orizzontalità.

Sylvia Plath e il desiderio di essere orizzontale

L’orizzontalità della visione consueta del mondo, l’orizzontalità della morte. Quella che in Lady Lazarus, la poetessa Sylvia Plath, invece invoca, ribaltando il ribaltato da Faccianuvola. La invoca, sdraiandosi “con i pensieri andati in nebbia”, per assomigliare “in modo perfetto” agli alberi e al cielo. Per essere toccata dalle radici, accarezzata dai fiori, come le alghe fanno con l’infelice Ofelia. Plath referirebbe essere orizzontale perché non sente di essere un albero con le radici nel suolo, capace di generare e rinascere, di “brillare di foglie a ogni marzo”. Non sente di avere la beltà tripudiata di colori e profumi di un’aiuola gioiosamente inconsapevole del fatto che perderà presto i suoi petali. Non ha l’immortalità di un albero secolare, né l’audacia della cima di un fiore. 

Quando musica e poesia si incontrano

Eppure, la verticalità che Lady Lazarus rigetta, è ciò che rende possibile a colei che preferirebbe essere orizzontale di restare in aperto colloquio con il cielo, e a colui che sta verticale, Faccianuvola, di chiedere: portami a ballare in primavera. È così che può arrivare a vedere le parole “sollevarsi da terra” con la forza rabdomante del suono, staccarsi dalle piccole storie personali di cui sono frutto e rivelare “magicamente” un linguaggio universale, astratto e cosmico. Piccole storie disseppellite e poi di nuovo sepolte, nascoste, sotto strati di suono e astrazione, come i lunghi baci tra i cespugli che Faccianuvola canta.

Un paesaggio da ascoltare

Vi chiederete come si possibile tutto questo, e per capirlo basta immaginare, traslare la sua musica nel paesaggio che lui stesso ci indica, da una nuvola che sembra una roccia / fino all’ultima goccia: un lago alpino all’alba, circondato da una foresta. Acqua ferma, luce fragile, silenzio, fino a quando le prime increspature cominciano a diffondersi. Le increspature glitch ed elettriche del suono con cui restituisce le interferenze tra noi e il mondo, tra noi e il cielo.

Quel colloquio che Faccianuvola intesse, non sdraiandosi ma appendendosi al cosmo, legando i piedi ad esso con i lacci delle scarpe, le corde della voce, disperdendo nel maestrale il non detto soffocato con un autotune sospirato, sussurrato, gli echi di voci mai udite, volti mai visti, di metamorfosi dimenticate. Per vedere il mondo cadere a testa in giù, tutto quello che sta sulla terra scivolare nel cielo, cadere, trasportarsi, volare con ali di carta, quella dei suoi testi. Per chiedersi “qual è il punto più lontano che riesci a vedere?”.

Faccianuvola e Sylvia Plath: perpendicolari al mondo che ci guarda storto