Il tempo vola, ed Evergreen, terzo album di Calcutta, oggi spegne sette candeline. Quale occasione migliore per riscoprirlo? Non per pura nostalgia, ma perché ci sono suoni che, semplicemente, non smettono mai di parlarci. Dopo Mainstream, l’artista ci ha regalato un album che non voleva curarsi delle mode del momento, ma che – guardandosi indietro con rispetto, ironia e una voglia di rompere gli schemi – aspirava a diventare senza tempo. 

Nonostante l’artista non si sia mai espresso sul significato della copertina (che lo ritraeva seduto su un prato davanti a un gregge di pecore), varie speculazioni sono state fatte in merito. Secondo alcuni si tratterebbe di un polemico riferimento ai cantanti suoi cloni “nati” dopo l’uscita di Mainstream. Altri – invece – hanno visto un riferimento alla copertina dell’album Pet Sounds dei Beach Boys (che, come dichiarato dallo stesso Calcutta, ha influenzato Evergreen), o a quella dell’album Chill Out dei KLF.

Probabilmente tutte le ipotesi sono degne di considerazione, e – come il disco – custodiscono una critica elegante, più sottile e pungente di quanto sembri.

L’album, composto da dieci brani, si è distinto fin da subito per un’identità sonora nuova, più sfumata rispetto ai lavori precedenti. Qui il cantautore di Latina abbandona la formula più diretta e pop di Mainstream per abbracciare un tono più intimo, riflessivo e decisamente vintage – come lui stesso ha dichiarato.

Infatti, dopo l’exploit radiofonico con Oroscopo insieme a Takagi & Ketra, Calcutta sceglie la strada opposta: in Evergreen compare una sola collaborazione, quella con Francesca Michielin, che presta la voce nei cori di Kiwi e Hübner – pur non volendo apparire nei crediti. Alcune tracce (come Saliva), già comparse in rete anni prima, s’inseriscono bene nell’album e mantengono intatta la loro forza emotiva. 

Rai è un episodio curioso e psichedelico: un ricordo surreale della sua ospitata a Quelli che il calcio, costruito su sonorità che richiamano le sigle dei varietà televisivi anni ’70, tra orchestrazioni retrò e malinconie lisergiche.

Evergreen è quindi una fantasia bucolica, tra smarrimento esistenziale e slanci improvvisi di lucidità, dove gli scorci di realtà sono pennellate casualmente studiate sulla tela. Naturale è quindi il grande successo che investì Paracetamolo, Pesto ed Orgasmo – singoli che anticiparono l’uscita dell’album. 

Lo sai che la Tachipirina 500, se ne prendi due, diventa 1000? 

Una strana scelta di parole, per aprire una canzone – e le motivazioni non sono per forza spiegazioni (il cantante stesso ha affermato di aver ritagliato questa frase da una conversazione con un’amica, che stava ragionando su quanta Tachipirina assumere). Eppure, strofa dopo strofa, Calcutta ci regala l’immagine chiara di un amore, reso ancora più nitido dalla concretezza di paragoni sonori e visivi – elementi di una vita vissuta. 

Paracetamolo

Amare, essere lasciati e soffrire sono esperienze universali, tuttavia, per alcuni, affrontare il dolore emotivo può essere ostacolo troppo grande. Ecco che, a sorpresa, entra in gioco qualcosa di insospettabile: il Paracetamolo. Spostandoci dal piano sentimentale a quello più pragmatico della chimica, è interessante notare come diverse ricerche abbiano confermato che questo comune analgesico possa ridurre, seppur temporaneamente, l’intensità delle emozioni e la risposta agli stimoli emotivi. Ecco che con un gioco di parole semplice ed antitetico il paracetamolo ed il cuore a mille si sottolineano l’un l’altro, nella continua rincorsa di un equilibrio delle parti, forse irraggiungibile.

Il videoclip di questa ballata indie-rock, uscito in contemporanea alla pubblicazione del singolo, è stato diretto da Francesco Lettieri – già collaboratore artistico di Liberato dal 2017, per il quale ha curato i video musicali dell’intero progetto Capri Rendez-Vous – ed è stato girato tra Procida, Ponticelli e altre zone di Napoli.

Uè, deficiente
Negli occhi ho una botte che perde
E lo sai perché?
Perché mi sono innamorato
Mi ero addormentato di te
Mi sono addormentato di te

Una frase d’amore mascherata da insulto, un pugno tenero che svela tutta la fragilità del sentimento. Perché a volte, sarà il caldo estivo o la stanchezza di farsi prendere in giro, è più facile lanciare una provocazione che ammettere un’emozione. Ma è proprio in quell’ “uè, deficiente” che si nasconde il cuore di tutto: la difficoltà di dire “ti amo” senza sentirsi ridicoli, la paura di esporsi, il bisogno di sdrammatizzare anche quando il dolore è reale. 

La voce di Calcutta racconta una relazione in bilico, piena di non detti, di mezze frasi, di porte socchiuse che forse non si richiuderanno mai. E resta solo quel ricordo dolceamaro, l’attesa di una chiamata che potrebbe non arrivare più, e una malinconia stordita che sa di pomeriggi estivi troppo lunghi.

Pesto è il secondo singolo estratto da Evergreen, registrato, mixato e masterizzato all’Alpha Dept. Studio di Castel Maggiore (Bologna) da Andrea Suriani, che firma anche il pianoforte del brano.

Il videoclip, diretto ancora una volta da Francesco Lettieri con la fotografia di Giuseppe Truppi, è ambientato sul litorale di Fiumicino, al tramonto. Un’ultima telefonata da una cabina, il mare sullo sfondo, e il silenzio che racconta più di qualsiasi parola: l’epilogo di una storia che ha perso la sua voce, ma non la sua eco.

E se ti parlo con il cuore chiuso
Rispondi tanto per fare
E se mi metto davvero a nudo
Dici che ho sempre voglia di scopare

Con queste parole si apre Orgasmo, primo singolo estratto dall’album. 

Bastano pochi secondi per capire che non è solo una canzone d’amore: è un risveglio emotivo, un’epifania fragile che arriva quando tutto il resto sembra sul punto di crollare. Calcutta non racconta una passione travolgente, ma una relazione ormai al capolinea, che tenta inutilmente di salvarsi attaccandosi ai ricordi, al sesso, alle ultime cose rimaste.

Il titolo è esplicito, ma lo è anche nel disincanto: l’orgasmo – qui – è l’ultimo gesto prima del distacco. Un momento di contatto che non basta a colmare il vuoto crescente. Il testo segue questo processo emotivo passo dopo passo: prima l’intuizione dei problemi, poi il fallimento nel superarli, e infine il vuoto che resta quando tutto finisce davvero. Non resta che chiedersi dove sia finita l’altra persona, e perché il solo parlarle sembri ormai impossibile. È una nebbia emotiva, quella in cui si muove il protagonista, spaesato, incapace di trovare una via d’uscita.     

Eppure, nonostante il dolore, Orgasmo ha una leggerezza strana, quasi terapeutica.  La melodia è ipnotica, i cori costruiscono un tappeto sonoro che accompagna le parole come un abbraccio distante. Con lo scorrere del brano, il ritornello prende tridimensionalità – e proprio lì trova la sua forza: cresce, si apre, diventa una frase da urlare a squarciagola, in macchina o a un concerto, mentre dentro si prova a mettere ordine nel caos.

Musicalmente, il brano è essenziale ma ricco di dettagli. L’arrangiamento, curatissimo, riesce a tenere insieme malinconia e leggerezza, con una produzione che valorizza le sfumature emotive senza mai sovraccaricarle.

Il videoclip, firmato da Francesco Lettieri, accompagna il brano in modo poetico e minimale: in una Roma di periferia, tra tramonti e corse in strada, si consuma una storia fatta di silenzi e sguardi sfuggenti, che resta sospesa anche dopo l’ultimo frame. Proprio come la canzone.

Evergreen di Calcutta compie sette anni