29 Novembre, ore 21:00. Cala il buio, l’arena esplode.
Un filo di luce taglia il palco a ritmo. Dentro a quel raggio appare lei: Lorde.
La sua voce nitida e potente sovrasta le urla dei fan mentre intona Hammer, “un’ode alla vita cittadina e all’eccitazione” brano con cui l’artista saluta Bologna e dà il via al suo spettacolo.
Da quel momento il concerto diventa un flusso, un fiume, una corsa senza pause.
Niente scenografie faraoniche: solo lei, qualche danzatore, un ventilatore e delle videocamere impazzite che la seguono passo dopo passo.
Nel videowall alle sue spalle ogni ripresa si sovrappone, si distorce, si moltiplica dando vita ad un videoclip che si monta da solo, in diretta. Un cinema mentale in grado di afferrare e trattenere lo sguardo.


Lorde è un corpo in rivoluzione: salta, si contorce, scuote i capelli, corre sul tapis roulant, si spoglia, materialmente e metaforicamente. Canta come se il fiato non fosse un limite fisico.
Il corpo torna a essere il suo vero strumento: primi piani sulle mani, sull’ombelico dipinto di argento, sulla cintura che slaccia lasciando vedere l’intimo marchiato Calvin Klein.
Il bello è che non ha bisogno di altro. T-shirt e jeans, qualche cambio d’abito, ma nulla di stravagante. Zero effetti speciali, solo autenticità e una videocamera che a volte stringe in mano lei stessa, diventando regista della sua stessa mente.

Tra una canzone e l’altra pochi intermezzi sinceri e spontanei. Qualche timido “grazie mille”, un “Bologna, come stai?”, poi si siede. Ringrazia tutti “from Sicily, Portugal, Spain” e ammette di restare ogni volta sconvolta nel vedere persone che prendono aerei o treni solo per ascoltarla. Il discorso continua: “pensa a tutti i tuoi difetti, a tutte le cose che non ti piacciono, questi sono in realtà i tuoi superpoteri, i tuoi punti di forza, perchè nessun altro in questa stanza ha la stessa combinazione di ingredienti” una esortazione ad apprezzarsi perchè come lei stessa promette “questa cosa vi cambierà la vita”.
Lo show si sviluppa in atti, alternando brani proveniente da tutti gli album e attraversando le sue coloratissime fasi. Un ping pong tra hit esplosive come Royals e Team che infiammano il pubblico, e brani intimi che lo avvolgono e accompagnano.

Il momento più potente arriva con David. Lorde indossa una giacca luminosa, scende tra la folla e attraversa il pubblico. Respira ed assorbe energia per poi restituirla moltiplicata. Raggiunge un palco di pochi metri quadrati opposto a quello principale e lì, chiude il suo viaggio musicale regalando gli ultimi brani a un pubblico ormai completamente in delirio.
Il gran finale è affidato a Ribs, che viene accolta da un palazzetto che sembra quasi staccarsi da terra. La voce di Lorde si perde nel coro collettivo ed è sui versi “And laughing till our ribs get tough, But that will never be enough” che il concerto finisce.
Lorde lascia il palco così com’è entrata: senza effetti psichedelici, senza teatrini, con una grande performance che punta tutto sulla presenza, sulla voce e su una regia visiva super attuale. Un concerto semplice, fatto bene, che arriva dritto.