Con un sold out all’Alcatraz di Milano e un concerto atteso da vent’anni, Dj Shocca ha scritto insieme ai suoi compagni un nuovo capitolo del rap italiano.
Il ritorno di 60HZ II non è stato solo un’operazione nostalgica, ma un atto di coerenza e fedeltà con la cultura hip hop. Come il primo, leggendario 60HZ, anche questo disco è crudo, diretto, privo di compromessi, è un punto fermo all’interno di questo genere.

Sul palco, Shocca – o meglio, Roc Beats – ha unito passato e presente con un set minimale costruito ad hoc. Al suo fianco Stokka & MadBuddy, Ghemon, Neffa, Tormento, Johnny Marsiglia, Ensi, Nerone, Mistaman, Frank Siciliano, Ele A, Silent Bob e, a sorpresa, Ernia, Izi, Gemitaiz e Nitro. Un collettivo di nomi che ha plasmato l’immaginario dell’hip hop nazionale e restituito, ancora una volta, quell’energia autentica che molti avevano dimenticato. I loro testi, nati nelle periferie e nelle stanze dei primi studi continuano a raccontare storie di riscatto, disuguaglianza, orgoglio e appartenenza.

Nitro e Ele A

Il live di Shocca all’Alcatraz è stato più di un concerto. È stato un atto di memoria collettiva, una celebrazione di ciò che rappresenta il rap.

Mentre molti artisti della nuova generazione costruiscono la propria immagine su tendenze effimere, chi è salito su quel palco ha ricordato quelle che erano le basi del rap e di quanto la parola possa diventare un’arma “forte” per far valere i propri pensieri.
Metriche serrate, rime multisillabiche e uno storytelling vicino alla gente restano marchi distintivi di una scuola che ha insegnato a generazioni di rapper cosa significhi “essere veri”.

Dj Shocca e i suoi compagni hanno influenzano le memorie collettive e hanno ricordato come la “street credibility” nasce in un contesto vero, non condizionato dal marketing o dalle etichette. Negli anni in cui l’hip hop italiano muoveva i suoi primi passi, tra la fine degli ’80 e i 2000, la scena rap era una questione di identità. Non c’erano filtri, social o piani marketing. Si proveniva dalla strada e la propria verità veniva raccontata attraverso i testi con la speranza di raggiungere pubblici più ampi che condividessero gli stessi ideali.

Ernia
Silent Bob e Johnny Marsiglia

La “vecchia scuola” si distingue per messaggi crudi e diretti, privi di vezzeggiativi. Ogni barra è un frammento di vita reale, un modo per trovare uno spazio in cui esprimersi in un contesto che spesso difficile e non inclusivo.

Oggi, nella scena dominata da concerti iper-strutturati, luci spettacolari e coreografie studiate al millimetro, l’esibizione di Dj Shocca ha riportato il pubblico al centro dell’esperienza musicale. Nessuna distrazione, nessun artificio: solo beat, voce e connessione. Innegabile come sia complicato all’interno della scena odierna mantenere quella stessa intensità, in un panorama dove tutto è filtrato da numeri e algoritmi.

Forse però, ogni tanto, ci serve tornare all’essenziale e ricordarsi quali sono le basi su cui questo genere si è fondato.

Il ritorno dell’essenza del rap: abbiamo ancora bisogno di Dj Shocca e della vecchia scuola