C’è un momento in cui le parole smettono di raccontare il presente e iniziano a inseguire ciò che è andato via. È lì che nasce “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù”, il nuovo album di faccianuvola, artista e produttore classe 2002 tra le voci più personali della scena italiana. Uscito il 23 maggio per Columbia Records/Sony Music Italy, il disco è una raccolta fragile e lucida di ricordi adolescenziali, riflessioni sul tempo, canzoni che provano a salvare ciò che resta dell’età in cui tutto cambia e tutto passa.
Abbiamo parlato con lui in occasione di una studio session in cui ha performato per noi negli studi di Sony due brani dell’album: “fulmine a ciel sereno / disperata gioventù”. Ne è venuta fuori una conversazione intima, dove si ragiona di adolescenza come tempo da trattenere, di scrittura come unica fedeltà possibile, e di suoni che non devono “disturbare” il messaggio. Tra reale e immaginario, tra Alessandro e Faccianuvola, ecco cosa ci ha raccontato.

Il tuo ultimo album è “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù”. Cosa vuole raccontare?
Il mio ultimo album cerca un po’ di recuperare, in qualche modo, ciò che si può ancora salvare della gioventù. Intendo proprio l’adolescenza, quel periodo tra i 12 e i 17 anni in cui tantissime cose cambiano lentamente… e poi finiscono per svanire anche dai ricordi. Tutte le canzoni hanno in comune questo tentativo: recuperare le ultime tracce di quel tempo, adesso che ho 23 anni.
E cosa significa per te “disperata gioventù”?
L’ho rubata – o meglio, presa in prestito – da un libro bellissimo che ho letto: I beati anni del castigo, di Fleur Jaeggy. Lei parlava di adolescenza come di qualcosa di “idilliaco e disperato”.
Mentre scrivevo le canzoni, ho letto questa espressione e mi ha letteralmente tolto le parole di bocca: era esattamente quello che volevo dire. L’ho solo riadattata musicalmente ed è diventata il titolo del disco.

In questo progetto ti sei fatto guidare di più dalle parole o dal suono?
Sono due viaggi diversi, ma comunicano in modo misterioso.
Non so se le parole vengano prima, ma una canzone può suonare in tremila modi diversi… eppure resta quella.
Crescendo mi sono sempre sentito più musicista che cantautore, e anche da ascoltatore facevo finta di non dare importanza ai testi. In realtà, ho capito che sono fondamentali.
La musica nel songwriting può essere un contorno, ma i testi sono il cuore.
Si può dire comunque che lo studio del piano, del suono, della produzione abbiano avuto un ruolo predominante.
Assolutamente. Il piano è fondamentale, soprattutto nella scrittura: quasi tutte le canzoni nascono da lì, dal pianoforte o dalla tastiera.
Poi, nella fase di produzione, mi piace vestire le canzoni come un sarto. In questo processo ho imparato tanto, soprattutto nel cercare di non disturbare mai il messaggio della canzone.
Ho provato a costruire un universo sonoro coerente, lasciando sempre spazio al brano.
Secondo te, c’è un elemento che non può mai mancare nella produzione?
Nei miei pezzi c’è sicuramente qualcosa di ricorrente, ma sto cercando di cambiare.
Adesso sto scrivendo nuove cose seguendo tre regole autoimposte: niente autotune, non si può parlare d’amore, niente batteria elettronica – almeno nella fase di scrittura.
Sono già le tre cose che più si notano nel disco, quindi è un gioco per provare a cambiare.
La mia unica costante forse è la scrittura: non voglio rinunciare a scrivere da solo. Quella sì, resta.

C’è stato un momento in cui hai capito che l’album era pronto?
Più che un momento in cui ho capito che fosse finito, c’è stato un momento bellissimo in cui ho capito che esisteva. Succede che inizi ad accumulare canzoni, poi a un certo punto le ascolti in fila, provi a metterle in ordine, e ti accorgi che c’è lo scheletro di un disco.
Da lì tutto diventa più semplice, perché capisci che stai facendo un discorso più ampio. Poi si tratta anche di riempire i vuoti: “qui manca un brano su questo”, “questa cosa che ho pensato tanto non l’ho ancora detta”.
Il disco prende forma in modo caotico, ma arriva.
Nel tuo album “le stelle* il sole; l’arcobaleno))” si avvertiva una certa vicinanza a un mondo surreale. Anche in questo disco ti senti più vicino al reale o all’immaginario?
Penso che alla fine si parta sempre da dentro.
Non so se riesco a tracciare un confine netto tra reale e surreale. Mi piace giocare con entrambi, ma in questo senso tendo molto verso il surreale. Non ho mai voluto raccontare letteralmente la mia vita o la mia realtà. L’intento è sempre quello di evasione, più che di cronaca.
Ti ricordi quando ti sei sentito per la prima volta davvero faccianuvola?
Il nome è uscito un po’ per caso, non c’è un momento preciso.
Faccio ancora fatica a sentirmi davvero Faccianuvola, perché come spesso accade, l’arte nasce come una cosa laterale, marginale, che fai per divertimento o per consolazione. Poi quella cosa si impossessa lentamente di tutto, e ti ritrovi con un nome scelto anni fa, con leggerezza, che ormai non puoi più cambiare.
Tra Alessandro e faccianuvola, ti senti più l’uno o l’altro?
Mi sento decisamente Alessandro.
faccianuvola non è un alter ego, non è una persona diversa: sono sempre io. Ma un nome d’arte è anche un modo per nascondersi, per crearsi uno spazio sicuro, uno spazio in cui puoi essere quello che vuoi.
A volte mi chiedo come ci vedranno in futuro, noi artisti di oggi con tutti questi nomi d’arte.
Magari diranno: “Questi non potevano chiamarsi col loro nome?”…Ma ormai è così.