Dal latino incantare, “recitare formule magiche”; e da quel prefisso dis- che separa, che nega, che rovescia. Disincanto è, nella sua accezione più esatta, l’atto di sciogliere un sortilegio, di restituire il reale alla sua opacità originaria o, forse, di sottrarre il mondo alla seduzione della magia, riconsegnandolo a una verità più nuda e cruda.
Il 17 aprile, a tre anni di distanza dal precedente capitolo, Madame, anzi Francesca Calearo – perché mai come in questo disco sembra possibile avvicinarsi davvero a Francesca, prima ancora che a Madame – torna con Disincanto un album il cui titolo è già una dichiarazione di intenti: la fine dell’incanto, certo, ma soprattutto la consapevolezza di ciò che resta quando la fascinazione sbiadisce e il reale, spogliato delle sue proiezioni, si offre nella sua irriducibilità.

Un disco che affiora dopo una lunga sospensione e che non si consegna ad alcuna enfasi di riconquista, ma piuttosto alla qualità carsica di ciò che riemerge dal silenzio. E nel silenzio, del resto, accadono cose che non si lasciano subito vedere.

Talvolta si guarisce. Più spesso, invece, si disimparano abitudini percettive, si incrinano relazioni che si credevano stabili, si è costretti — quasi sempre contro la propria volontà — ad abitare una versione di sé meno leggibile, meno coerente, progressivamente spogliata di quelle narrazioni che ci raccontiamo per provare a restare abitabili a noi stessi.

Il disincanto non è solo intrattenimento

«Sono una festa senza musica, da quando è passato l’incanto».

Nel disco di Madame, il disincanto è anzitutto perdita: la rottura di un equilibrio, la fine di un’immagine di sé, l’urto con una verità meno mediata. Ma è anche una possibilità: non tanto quella di ricostruire un’identità più salda, quanto di accettare una misura propria, inevitabilmente mobile, contraddittoria, incompleta.

Disincanto di Madame non racconta una rinascita lineare. Non c’è, qui, alcun ritorno alla luce in senso narrativo, né una riconciliazione capace di rimettere ordine in ciò che si è spezzato. C’è, piuttosto, un lento riassestamento, una diversa maniera di stare al mondo dopo la caduta delle illusioni, senza la fretta di sostituirle con nuove certezze.

È, in fondo, un’esperienza universale: il momento in cui le idee ereditate sulla felicità, sull’amore, sul denaro, sul successo, sulla realizzazione smettono di funzionare come strutture di senso e rivelano, all’improvviso, il loro carattere appreso, costruito, talvolta persino imposto.

Il disco attraversa tutti questi passaggi. C’è una fase ancora incantata, in cui si continua a credere alle immagini ricevute; c’è il momento della frattura, quando quelle immagini cominciano a incrinarsi; e poi c’è la parte più difficile, che non coincide con la caduta in sé, ma con ciò che viene dopo: provare a capire se sia possibile ricostruire qualcosa senza limitarsi a tornare al punto di partenza.

Disincanto di Madame: cosa ci raccontano le canzoni

Madame con Disincanto mette a fuoco con precisione alcuni bersagli: la retorica del successo, il sistema discografico, la pressione delle radio, la mercificazione dell’identità artistica. Espone le contraddizioni, mostra il prezzo delle cose, registra lo scarto tra l’immagine e l’esperienza. Il successo, in questo orizzonte, non è più il punto d’arrivo desiderabile che promette compimento; è una delle costruzioni che il disincanto costringe a rivedere. Lo stesso vale per il denaro, per il riconoscimento, per l’idea di dover corrispondere a un modello leggibile di felicità o compiutezza. Il disco sembra suggerire che non basta ottenere ciò che si credeva di volere per riconoscersi in ciò che si è diventati.

Questa tensione attraversa il disco in modi diversi, riemergendo di volta in volta nei singoli brani.

Track by track: disincanto, come stai?, volevo capire

In apertura, Disincanto, la title track, prende forma in una notte creativa particolarmente intensa, in un riad della Medina insieme a Niki, Luca Narducci, Monkey, Lorenzo Brosio e Lester. Un brano-manifesto, dentro cui si raccolgono letture, immagini, pensieri sul concetto stesso di disincanto. 

Come stai? apre subito altre strade. Lo sguardo sul mondo dello spettacolo è lucido, ma privo di qualsiasi compiacimento polemico: Madame ne osserva i meccanismi, ne lascia affiorare le distorsioni, senza mai irrigidirle in un atto d’accusa. Piuttosto, mette in campo un’idea di presenza meno performativa, più prossima a una dimensione quotidiana che sfugge al continuo bisogno di esibirsi. In questo brano prende forma anche una delle linee più sottili del disco: l’idea che “Madame” abbia salvato una ragazzina apre un varco tra identità e funzione, tra persona e personaggio. È uno dei nuclei più fertili dell’intero lavoro.

Anche Volevo capire, con Marracash, lavora in questa direzione, ma spostando il discorso su un piano più dialogico. La canzone ha il merito di non usare il featuring come semplice sovrapposizione di mondi: Madame domanda, Marracash risponde, e in questo scambio si apre una riflessione sul valore personale, sull’identità al di là del successo, dei beni, dello status, perfino dell’amore. La domanda implicita è molto semplice: chi resta quando si tolgono tutti i segni esteriori attraverso cui ci siamo raccontati? Il brano funziona proprio perché non chiude davvero la domanda. La lascia in sospeso, tra vulnerabilità e autodeterminazione, tra bisogno di essere riconosciuti e necessità di non coincidere con il riconoscimento ricevuto.

Track by track: OK, Mai più, No Pressure

OK, invece, rimette in circolo l’energia, ma senza cancellare il quadro che il disco ha già costruito. È un brano che parla di accondiscendenza, dell’incapacità di opporsi, del rifugiarsi in una sequenza quasi automatica di assensi. Eppure lo fa con una scrittura visiva, nervosa, ritmata. Madame racconta un’abitudine relazionale profondamente problematica – il dare troppo, il non saper dire di no, il lasciare che il proprio spazio venga occupato – senza rinunciare alla vitalità del linguaggio. Così il brano produce una tensione fertile tra nuova consapevolezza e persistenza del ruolo interiorizzato.

Lo stesso accade, in modo diverso, in Mai più, che è tra i brani in cui il disco si avvicina di più a una critica del sistema musicale. Ma anche qui sarebbe riduttivo parlare di denuncia in senso diretto. Più che smascherare, Madame rifiuta una serie di logiche, di compromessi, di sceneggiature già scritte dell’ascesa artistica, e nel farlo, mostra quanto il disincanto riguardi anche il rapporto con il proprio mestiere. La discografia, le radio, il successo come costruzione artificiale non vengono trattati come nemici esterni, ma come meccanismi che chiedono costantemente all’artista di coincidere con una versione di sé più vendibile, più continua, più leggibile. 

C’è poi il versante più intimo e relazionale del disco, che non è mai semplicemente sentimentale. In No Pressure, per esempio, l’attrazione e l’impossibilità convivono dentro una forma leggera solo in apparenza: sotto la superficie di una canzone più morbida resta una dinamica irrisolta, fatta di tempi sfalsati, di vicinanze che non riescono mai a diventare scelta.

Track by track: Non mi tradire, la persona peggiore del mondo

In Non mi tradire questa vulnerabilità si fa ancora più scoperta: la ballad diventa lo spazio in cui il desiderio di affidarsi e il timore della ripetizione del dolore coesistono senza trovare conciliazione. E ancora più netta è la presa di coscienza di La persona peggiore del mondo, dove la relazione smette di essere un luogo di fusione e diventa quello della manipolazione, della perdita di sé, della necessità di interrompere il sacrificio.Ma il disco non si esaurisce.Invidiosaporta dentro il progetto il punto in cui il disincanto si misura con l’ironia, con l’osservazione dei ruoli, con l’idea che anche certe disparità possano essere raccontate.Puttana svizzera, al contrario, sfrutta la posse track per cambiare registro, per aprire il disco a una pluralità di voci e a un’energia più scopertamente rap.

Disincanto di Madame e lo smarrimento con Allucinazioni e Bestia

Tra i nuclei più forti c’è poi quello dello smarrimento, che nel disco non è mai solo psicologico ma anche percettivo, linguistico, cognitivo.

Allucinazioni lavora esattamente in questa direzione: la distorsione della realtà non è soltanto una figura del dolore, ma il segno che il mondo, una volta rotto l’incanto, non si offre affatto in modo più limpido. Al contrario, può diventare più opaco, più ruvido, più difficile da ricomporre. Lo stesso accade in Bestia, dove il conflitto interiore prende una forma più viscerale. Qui la perdita di lucidità e il tentativo di riprendersi sé stessi passano attraverso un linguaggio figurativo, quasi animalesco, che restituisce bene l’idea di una soggettività attraversata da forze che non riesce ancora del tutto a nominare.

Disincanto di Madame come riflessione sul privilegio

C’è poi Rosso come il fango, uno dei brani in cui Madame riflette in modo più netto sul privilegio, sul senso di colpa, sullo stare in bilico tra il mondo da cui si viene e quello in cui si è arrivati. È il tema del successo, certo, ma privato di ogni eroismo: non il riscatto lineare, ma il dubbio che il movimento sociale produca anche spaesamento, perdita di appartenenza, difficoltà a sentirsi interamente a casa in uno dei due mondi. È una delle canzoni che meglio mostrano come Disincanto non ragioni mai per opposizioni “semplici”. Il successo non cancella l’origine, ma non la restituisce nemmeno intatta.

La chiusura con Grazie rimette tutto su un piano più raccolto, diaristico, senza mai indulgere nella confessione. Il monologo davanti alla psicologa, la leggerezza che si mescola al caos, il controllo che non riesce mai davvero a prevalere sul disordine: tutto nel brano suggerisce cheil punto non sia “guarire” in senso pieno, ma riuscire a stare dentro la propria complessità senza mentirsi troppo. 

E forse è proprio qui che il disco trova la sua forma più onesta. Non nell’offrire una soluzione, ma nel riconoscere che il disincanto, se è reale, non restituisce un mondo più semplice. Restituisce, semmai, una comprensione più chiara del suo disordine.

Disincanto di Madame: la vita dopo l’incanto. Dopo l’incanto, la vita