Frangibile, l’antologica di Elisabetta Di Maggio alla GAM di Torino, è una mostra da visitare rallentando il passo: un invito a misurare il tempo e la materia attraverso il punto di vista dell’artista, ma anche ad abitare in prima persona le sei stanze che articolano il percorso espositivo.
C’è tempo fino al 1° marzo 2026 per avvicinarsi – letteralmente – sia ai lavori storici sia alle produzioni legate a questo progetto curatoriale, firmato da Chiara Bertola e Fabio Cafagna, messe in dialogo per evidenziare come la ricerca tra astrazione e figurazione, tra naturale e artificiale, attraversi ogni gesto, materiale e superficie affrontati dall’artista lungo un arco temporale di quasi trent’anni.

di Studio Gonella
Le mappe urbane scavate nel sapone, i micromosaici di cera e vetro, le porcellane fragili come carta, le intere pareti di carta intagliata e sottili come pelle: tutto, entrando in queste sale, mette in allerta i sensi. In ogni piega, in ogni solco inciso, in ogni gesto ripetuto con precisione e fatica, affiora la tensione tra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo di vedere, tra ciò che oggi è visibile e ciò che domani potrebbe andare perduto.
È anche per questo che Frangibile è un titolo che ho letto come un promemoria, e che ha accompagnato la mia visita ricordandomi quanto i rapporti tra materia, gesto e tempo siano delicati e sempre precari, qualcosa che richiede cura e attenzione. Ne ho parlato con Elisabetta Di Maggio, ripercorrendo insieme alcuni passaggi del suo approccio manuale, lungo e meditato, simile a un diario di pensiero inciso nella materia.

Spine, 2012
Sapone di Marsiglia tagliato a mano con bisturi, spine animali e vegetali
10 x 20 x 7 cm
Archivio Elisabetta Di Maggio
Photo: Francesco Sgueglia
Courtesy Studio Trisorio, Napoli
Quanto lavoro c’è per mantenere questo equilibrio una volta che le opere sono state completate? Un guardasala mi ha raccontato che è vietato fare fotografie da quando, accidentalmente, un telefono è caduto su un lavoro della serie delle metropolitane.
Di Maggio Mantenere un equilibrio è in generale un lavoro molto impegnativo e faticoso, che compiamo ogni giorno e di cui spesso siamo poco consapevoli. Non capiamo fino in fondo cosa significhi prendersi cura di ciò che ci circonda. Questo comprende anche la fatica di educare lo sguardo dell’osservatore verso un approccio più attento a ciò che sta guardando. Può succedere che un lavoro si danneggi, è un fattore messo in preventivo; purtroppo, però, nonostante le richieste di attenzione, si verificano episodi spiacevoli e inaspettati causati dalla superficialità, e questo non dovrebbe succedere. L’attenzione e la consapevolezza del gesto che si compie sono anche responsabilità di chi guarda. Prendersi il tempo di stare in una situazione che ci permette un cambio di ritmo, più lento e concentrato, è il suggerimento che cerco di dare attraverso il mio lavoro.

Moscow Metro, 2025 (part.)
spilli, carta intagliata a mano con bisturi
3 x 15 x 18 cm
Archivio Elisabetta Di Maggio
Photo: Francesco Allegretto
Passando accanto alla colonna su cui ha allestito Senza titolo – Spine, ho notato dei punti in cui mancavano e mi sono chiesta se fossero voluti o legati a impatti accidentali.
DM Gli spazi vuoti sono voluti. Ho scelto di allestire quel lavoro sottolineando gli spigoli del pilastro, che è una presenza importante nella stanza, intervenendo dove generalmente non si interviene. È un gesto che può anche passare inosservato e perdersi allo sguardo del fruitore: volevo riportare l’immagine di un rampicante che sale e cresce in modo irregolare. Sento quella stanza come un giardino dove germogliano le cose.


Senza titolo (Grande madre), 2024
Vetro al piombo, corallo rosso, carta intagliata a mano
con bisturi.
30 x 30 x 30 cm
Collection Laura Trisorio, Napoli
Photo: Francesco Allegretto
2. Elisabetta Di Maggio
Senza titolo, 2023 (part.)
4 elementi: carta Fabriano, grafite e foglie
stabilizzate e intagliate a mano con bisturi, carta
giapponese verde, balsa, vetro
ciascun elemento 47 x 38,7 x 8 cm
Collezione privata, Milano
Photo: Francesco Squeglia
Mi sono domandata se i visitatori modulino il passaggio attraversando gli spazi occupati da Wallpaper, se acquisiscano consapevolezza entrando in contatto con la delicatezza del lavoro, se cambi il passo e l’accostamento. Il mio è rallentato, un po’ per studiare i dettagli, un po’ perché la loro natura mi ha suggestionata.
DM Questo deve chiederlo ai visitatori… ma se succede come è successo a lei, mi fa piacere, perché vuol dire che il messaggio è arrivato.

Ho letto che ha lavorato su alcune sue serie per dieci ore al giorno, per diversi mesi consecutivi, spesso di notte, in un tempo ancora più sospeso. Mi sono chiesta se anche i lavori più recenti fossero caratterizzati da questa immersione totalizzante, se sia una necessità o una scelta.
DM Ho sempre lavorato fin dai primi anni della mia ricerca con la stessa modalità: un tempo lunghissimo, molte ore dedicate, molta concentrazione e rigore. Non so se sia una necessità o una scelta, direi che è più una mia attitudine naturale che, finora, per fortuna riesco a reggere.
Mi sono chiesta, a livello tecnico, quale di questi lavori di incisione sia più richiedente, soprattutto in termini di impegno fisico, precisione e rischio di errore o rottura imprevista. Fanno parte del processo o implicano un – anche parziale – rifacimento?
DM Ogni tipo di lavoro richiede lo stesso impegno fisico, con varianti dovute alle caratteristiche specifiche di ogni materiale. L’errore è inevitabile, altrimenti non sarei umana. Se capita di sbagliare e vedo che posso inglobare l’errore in modo organico, lo faccio; altrimenti ricomincio dal principio e cerco di non sbagliare più.

Parigi, 2008 (part.)
Sapone di Marsiglia tagliato a mano con bisturi
8 x 130 x 92 cm
GAM- Galleria Civica d’arte Moderna e Contemporanea, Torino
Photo: Francesco AllegrettoOpera acquisita nell’ambito del progetto vincitore del PAC 2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dallDirezione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Parliamo della complessità dell’allestimento e della gestione di opere così delicate, dal trasporto alla conservazione. Gestisce tutto da sola? Quanto lavoro richiede anche l’adattamento di un’opera come “Mapping the air” a un nuovo contesto espositivo?
DM Dietro ogni mio lavoro c’è moltissimo tempo, che non comprende solo la realizzazione dell’opera in sé, ma tutto ciò che intorno all’opera si determina. Anche gli imballi sono studiati in modo approfondito, nelle forme e nei materiali, perché devono proteggere e permettere all’opera di arrivare integra, con il minimo stress. L’allestimento è sempre una fase molto delicata: chi è coinvolto deve avere un’attenzione particolare durante tutte le manovre, che vengono studiate insieme e coordinate nel modo più preciso possibile.

Uscendo dalla mostra, la sensazione è che Frangibile non chieda solo di essere guardata, ma praticata: come un esercizio di attenzione, una disciplina dello sguardo. In un tempo che accelera e consuma, il lavoro di Elisabetta Di Maggio ci ricorda che la fragilità non è una condizione da evitare, ma uno spazio da abitare con cura e consapevolezza.