L’artista sosteneva che la giusta distanza per guardare i suoi dipinti fosse di dieci pollici. È questa l’unità di misura che permette di osservare le gigantesche tele di Rothko dal punto di vista che lui stesso immaginava: perdersi in un mare di colore che diventa sempre più plastico, architettonico, man mano che ci si avvicina. A quella distanza si percepiscono le sovrapposizioni delle pennellate, la stratificazione e la sedimentazione di strati capaci di racchiudere un intero universo.

Mark Rothko, 1952-1953 circa. Photo Henry Elkan/Courtesy The Rothko Family Archive. 

La curatela è affidata al figlio Christopher Rothko e a Elena Geuna, un elemento che rende il progetto ancora più intimo e esplorativo. Il desiderio di integrarsi con il luogo è totale: basti pensare che sono stati necessari tre anni solo per definire il progetto delle luci. Si tratta della mostra più grande, in termini di investimento e di tempo, che Palazzo Strozzi abbia mai realizzato. I quadri esposti vengono dal Moma, Tate e Centre Pompidou.

Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Museo di San Marco, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze, 2026. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio

Il legame con Firenze risuona in ogni stanza. Nel 1950, infatti, l’artista visitò il capoluogo toscano insieme alla moglie e vide per la prima volta le opere di Beato Angelico. In quel momento percepì che il suo desiderio di astrazione poteva radicarsi nell’antico. È su questa intuizione che la mostra costruisce, in modo commovente, un dialogo con le sezioni al Museo di San Marco e nel vestibolo michelangiolesco. Accostare due artisti così diversi, ma uniti dal desiderio di usare la pittura come strumento per andare oltre è una scelta curatoriale azzeccata, capace di connettere al percorso pubblici diversi. 

Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Museo di San Marco, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze, 2026. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio

La pittura per Rothko poteva e doveva essere uno strumento di meditazione e di ricerca. La mostra di Palazzo Strozzi si costruisce proprio su questo concetto e lo restituisce in modo diretto al visitatore. Sembra aprire domande che vanno al di fuori dal tempo: chi sei tu quando guardi? Cosa resta di te quando intorno ci sono solo uno, pochi, molti colori?

Questo punto di vista diventa ancora più intenso se si pensa al carattere fortemente indipendente dell’artista, che rimase sempre fedele alla propria etica. Anche se studiò a Yale, abbandonò presto l’università per vivere più da vicino i contesti artistici piuttosto che quelli istituzionali, che percepiva come privi di quella profondità che stava cercando. Un esempio emblematico è il caso dei pannelli del Four Seasons, una commissione realizzata per il celebre ristorante newyorkese all’interno del Seagram Building. Rothko decise in seguito di abbandonare il progetto, restituendo per intero la commissione ricevuta, e le tele vennero donate alla Tate di Londra, con l’impegno che fossero esposte insieme in una sala separata al fine di non snaturarle. 

Aver avuto l’occasione di percorrere queste sale in solitaria, la sera dell’inaugurazione, mi ha fatto percepire sulla pelle questa tensione tra silenzio, spazio e colore che è ciò che rende la mostra così potente. Un invito a riscoprire un tempo lento di contemplazione, da questa settimana fino al 23 agosto.

Dieci pollici da Rothko: a Firenze la mostra che ti porta dentro i suoi colori