Nel cuore del nord-ovest dell’Arabia Saudita, tra canyon scolpiti dal vento, oasi coltivate e stratificazioni millenarie, Desert X AlUla torna nel 2026 con la sua quarta edizione, confermandosi come uno dei più significativi esperimenti internazionali di arte contemporanea site-responsive nel paesaggio naturale.
Inaugurata ufficialmente il 15 gennaio 2026 e aperta al pubblico fino al 28 febbraio, la biennale si inserisce come momento centrale dell’AlUla Arts Festival e come anticipazione concettuale di Wadi AlFann, il futuro “Valley of the Arts” destinato a diventare un polo permanente globale per la land art.
AlUla come territorio culturale emergente
AlUla non è solo uno scenario spettacolare: è un territorio carico di memoria. Dall’oasi verdeggiante ai massicci di arenaria, dai resti del regno nabateo di Hegra (primo sito UNESCO dell’Arabia Saudita) fino alle iscrizioni rupestri di Jabal Ikmah e al tessuto compatto dell’antica Old Town, questo vasto paesaggio di oltre 22.000 km si propone oggi come laboratorio culturale contemporaneo.
Con Desert X AlUla, la Royal Commission for AlUla (RCU) rafforza una strategia che intreccia tutela del patrimonio, sperimentazione artistica e visione urbanistica. L’arte pubblica diventa strumento di lettura del territorio, capace di mettere in dialogo passato e futuro, pratiche locali e linguaggi globali.

Il tema di Desert X AlUla 2026: Space Without Measure
Curata da Wejdan Reda e Zoé Whitley, con Neville Wakefield come Founding Artistic Director e Raneem Farsi Artistic Director per l’edizione 2026, la mostra si sviluppa attorno al tema Space Without Measure, ispirato a un pensiero di Kahlil Gibran. Una riflessione sullo spazio come dimensione non quantificabile, ma vissuta, immaginata, attraversata.
In questo contesto, il paesaggio di AlUla non è semplice cornice, ma vero e proprio co-autore delle opere. Luce, vento, silenzio, suono e distanza diventano materiali attivi, invitando il visitatore a un’esperienza lenta e percettiva, più vicina alla contemplazione che alla fruizione spettacolare.
Desert X AlUla: undici artisti, undici dialoghi con il deserto
L’edizione 2026 riunisce undici artisti di diverse generazioni e provenienze, chiamati a confrontarsi con l’ambiente attraverso interventi che spaziano dalla scultura monumentale alle installazioni sonore, dall’architettura in terra cruda alla pratica ecologica.
Sara Abdu presenta A Kingdom Where No One Dies: Contours of Resonance, una composizione di muri in terra battuta che intreccia geologia e poesia, evocando tecniche costruttive arcaiche condivise da molte culture. Il lavoro si legge attraverso il corpo, nel rapporto ravvicinato con superfici, masse e variazioni cromatiche.
Mohammad Alfaraj, con What was the Question Again?, realizza un’installazione vivente costruita con tronchi di palma innestati, richiamando i paesaggi agricoli di Al Ahsa e le tradizioni orali legate alla coltivazione e alla rigenerazione.
Un momento particolarmente significativo è rappresentato dalla presenza di opere storiche di Mohammed AlSaleem, tra cui The Thorn e AlShuruf Unit. Realizzate negli anni Ottanta, queste sculture geometriche dialogano con l’orizzonte desertico e con riferimenti cosmici, offrendo una rara occasione di rilettura di una figura chiave dell’arte saudita moderna.
Il suono attraversa diversi progetti. Tarek Atoui, compositore e artista libanese, presenta The Water Song, un’installazione che emerge parzialmente dal terreno e invita ad ascoltare le vibrazioni trasmesse dal suolo e dall’aria. Il paesaggio si trasforma in un campo acustico, sensibile alla presenza e al movimento dei visitatori.
Il collettivo Bahraini-Danish realizza Bloom, una scultura cinetica attivata dalla luce solare: elementi rotanti producono un ritmo visivo che segue il passare delle ore, suggerendo una temporalità naturale e non lineare.
2. Bahraini-Danish – Bloom
Basmah Felemban torna con Murmur of Pebbles, ampliando frammenti geologici in forme di pietra calcarea scolpita. Installata lungo antichi percorsi fluviali, l’opera rende visibili i processi di erosione e sedimentazione che modellano il territorio nel tempo.

Héctor Zamora propone Tar HyPar, un’installazione attivata dal suono e dal movimento collettivo, mentre Ibrahim El-Salahi traduce la resilienza delle acacie locali in Haraza Tree, una composizione scultorea che unisce individualità e insieme.
Agnes Denes presenta The Living Pyramid, una struttura piantumata collocata nell’oasi, che riflette sui cicli di crescita, rigenerazione e responsabilità ecologica, in continuità con la sua storica ricerca tra arte, scienza e ambiente.
Vibha Galhotra, con Future Fables, utilizza detriti di edifici demoliti racchiusi in una struttura metallica, trasformando i resti della trasformazione urbana in un luogo di memoria e narrazione condivisa.
Infine, Maria Magdalena Campos-Pons realizza Imole Red, un’installazione ispirata ai tramonti di AlUla e alle tradizioni spirituali yoruba, in cui colore, piantumazione e acqua si combinano in una riflessione sul rito, la cura e la continuità tra natura e cultura.
Produzione sostenibile e sapere locale
Uno degli aspetti centrali di Desert X AlUla 2026 è l’attenzione ai processi produttivi. Molte opere utilizzano materiali locali come terra cruda, pietra scolpita o legno e sono realizzate in collaborazione con artigiani e istituzioni culturali saudite. Le partnership con Madrasat Addeera, AlUla Music Hub e l’AlUla Native Plant Nursery rafforzano un approccio che integra conoscenza tradizionale e sperimentazione contemporanea.
Da Desert X AIUIa a Wadi AlFann
Desert X AlUla 2026 funziona anche come programma di pre-apertura per Wadi AlFann, il futuro “Valley of the Arts” che, a partire dal 2028, ospiterà installazioni permanenti di land art di scala monumentale. In questo senso, la biennale non è solo un evento espositivo, ma un dispositivo strategico per immaginare come l’arte possa abitare il paesaggio in modo duraturo e responsabile.
Con Space Without Measure, Desert X AlUla ribadisce che lo spazio non è qualcosa da misurare, ma da attraversare, ascoltare e interpretare. Un invito a ripensare il rapporto tra arte, architettura e territorio, in uno dei contesti più affascinanti e complessi del panorama culturale contemporaneo.