C’è una linea sottile che separa il perdersi dal ritrovarsi ed è proprio su questo confine fragile, ma allo stesso tempo potentissimo, che si muove “Amore mio”, il nuovo singolo di Sissi: un racconto emotivo che mescola vulnerabilità, forza, leggerezza e profondità.
Dopo aver presentato il brano prima in una dimensione intima e suggestiva alla Rotonda del Pellegrini di Milano, insieme al precedente “Colpo di stato”, e successivamente nel contesto maestoso del Concertone del Primo Maggio a Roma, Sissi prosegue il suo percorso artistico con una scrittura sempre più viscerale e autentica, accompagnata da un sound che valorizza strumenti suonati e una vocalità riconoscibile fin dal primo ascolto.
Oggi ci racconta cosa significa oggi restare umani, come nasce il suo immaginario musicale e quale spazio trova l’R&B nella scena italiana contemporanea.

In “Amore mio” parli di quel confine sottile tra perdersi e ritrovarsi. Ti sei mai sentita persa ultimamente? E qual è, secondo te, la chiave per ritrovarsi? Esiste un piccolo segreto che ti aiuta nei momenti bui?
Ultimamente mi sento in una fase in cui mi sto ritrovando. È un momento positivo, anche se ogni tanto capita di perdersi, ed è normale. Non so se esista un vero e proprio segreto, ma io cerco sempre di avere molta pazienza. Quando attraverso periodi più difficili, provo a recuperare la mia energia facendo cose che mi fanno stare bene: stare con le persone che amo, evitare ciò che può farmi male, dedicarmi a ciò che mi nutre davvero.
La musica è fondamentale: quando canto o suono, ultimamente anche la chitarra, entro completamente in un altro universo. È il mio modo per ritrovarmi. Se dovessi dare un consiglio, direi di fare qualcosa che si ama davvero, senza secondi fini, senza aspettative. Anche cose semplici, come andare al mare: per me è qualcosa che aiuta tanto.

Canti anche del bisogno di restare umani in un mondo che va sempre più veloce. Cosa significa per te, concretamente, “restare umani” oggi?
Oggi è difficile rimanere davvero connessi a se stessi, perché siamo circondati da stimoli, impegni e velocità continue. Io questa velocità la percepisco soprattutto nel lavoro: tutto deve essere immediato, veloce.
Allo stesso tempo, però, sento di avere una specie di “distanza naturale” da tutto questo. Mi capita di disconnettermi, anche involontariamente, e in fondo mi fa stare bene. Ho bisogno dei miei tempi, di vivere le cose con profondità.
Per me restare umani significa proprio questo: non lasciarsi travolgere dalla velocità, ma prendersi il tempo di sentire davvero. Soprattutto nei sentimenti, che sono una delle cose più importanti per me, cerco di vivere tutto in modo autentico, non superficiale.
Esiste un collante narrativo tra “Colpo di stato” e “Amore mio”? A noi sembra che il primo rappresenti una resa al sentimento, mentre nel secondo si torna più forti, quasi eroici davanti all’amore.
Sì, è esattamente così. C’è un filo conduttore molto chiaro tra i due brani.
Anche quando ti senti completamente arreso all’amore, quando pensi di non poter più vivere qualcosa di bello in modo sereno, poi succede che quell’emozione torna. È inevitabile.
Ed è bello poterlo raccontare: l’amore è qualcosa che non smette mai di esistere dentro di noi.
Puoi sentirti deluso, distrutto, ma a un certo punto capisci che hai ancora tanto da dare. E allora torni a vivere quel sentimento con forza nuova.

Hai presentato questi brani in un contesto molto intimo, alla Rotonda del Pellegrini. Che differenza c’è tra far nascere una canzone in studio e condividerla subito così, dal vivo?
Lo studio è un momento di costruzione: lì crei, sperimenti, dai forma alle idee.
Il live, invece, è il momento in cui lasci andare tutto. È condivisione pura.
Io ho la fortuna di lavorare con le stesse persone sia in studio che sul palco, e questo rende tutto ancora più speciale. Sono amici, persone con cui condivido davvero tanto.
Non saprei scegliere tra le due cose: in studio c’è la magia della creazione, mentre dal vivo c’è l’energia, il ritorno alle origini, quasi a quando ero più piccola e cantavo senza filtri. Sono due momenti diversi, ma entrambi fondamentali.
Come hai lavorato al video diretto da Simone Peluso? Hai preso parte all’aspetto creativo?
Sì, assolutamente. Io, Walter Coppola e Simone Peluso abbiamo lavorato insieme all’idea del video.
Volevamo che non fosse semplicemente un videoclip, ma qualcosa di più vicino a un live.
Abbiamo registrato tutto suonando e cantando davvero, costruendo un ambiente visivo che potesse trasmettere questa dimensione reale. La location e le luci hanno avuto un ruolo fondamentale per creare un’atmosfera quasi sospesa, come se fossimo in uno spazio fuori dal tempo.
C’è stata anche una costruzione narrativa tra i brani: da una dimensione più intima fino a un momento più esplosivo. Per me è stato bellissimo, anche perché lavoro con persone con cui c’è una connessione forte, e questo rende tutto molto naturale.

Parlando dell’R&B, che caratterizza molti tuoi lavori: secondo te esiste effettivamente un pubblico in Italia per questo genere e se sì, come mai non riesce a sfondare del tutto come all’estero?
Secondo me il punto è proprio smettere di definire tutto per genere. Oggi la musica è sempre più contaminata, e ridurla a etichette come R&B o pop può essere limitante.
Io stessa non penso in termini di genere quando faccio musica: seguo semplicemente le mie influenze.
Credo che il cambiamento arriverà proprio quando smetteremo di dire “questo è R&B” o “questo è altro”, e inizieremo ad ascoltare senza categorie.
La musica è una sola, e piano piano, con l’apertura verso nuovi ascolti, anche in Italia questa distinzione diventerà sempre meno importante.
E, sempre legato al contesto discografico italiano: sembra che (finalmente?) stanno tornando in primo piano “le voci”. Cosa ne pensi e, legato a questo, quanto pensi che la tecnica (vocale) sia importante oggi?
Per me è importante, ma soprattutto a livello personale. Sono molto perfezionista: mi preparo tanto, faccio prove, mi metto alla prova continuamente. Allo stesso tempo, però, da ascoltatrice non è una cosa che considero fondamentale. Se una voce mi emoziona, mi piace a prescindere dalla tecnica.
Quindi sì, è importante, ma non deve mai essere più importante dell’emozione.