Mentre il Debí Tirar Más Fotos World Tour continua a portare l’immaginario di Bad Bunny live negli stadi di tutto il mondo, vale la pena tornare a uno dei progetti che meglio ne ha definito il linguaggio visivo recente: No Me Quiero Ir de Aquí, la residency che nel 2025 trasformò il Coliseo di San Juan in un paesaggio portoricano costruito tra memoria, architettura e appartenenza.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a produzioni live sempre più spettacolari, dominate da schermi monumentali, effetti speciali e scenografie progettate per stupire. Il progetto sviluppato per No Me Quiero Ir de Aquí sceglieva invece una strada diversa. Più che costruire un universo immaginario, provava a raccontare un luogo reale.

Foto di STURDY.

Lo studio creativo di Bad Bunny live

Progettata dallo studio creativo STURDY. insieme ad Adrian Martinez e sviluppata in collaborazione con l’artista portoricano, la produzione trasforma l’arena in un frammento di Porto Rico. Non attraverso simboli astratti o riferimenti decorativi, ma ricostruendo elementi riconoscibili del paesaggio e dell’architettura dell’isola.

Da una parte una montagna ispirata alla Cordillera Central, attraversata da sentieri, vegetazione tropicale, alberi e coltivazioni di platani. Dall’altra la casita, una tipica abitazione portoricana a un piano, con la sua facciata colorata, le sedie sul patio, il tetto consumato dal tempo e persino l’unità esterna dell’aria condizionata.

La forza del progetto risiede proprio nei dettagli.

Foto di STURDY.

Un luogo realmente abitato

Osservando le immagini della residency, ciò che colpisce non è la monumentalità della costruzione, ma il modo in cui ogni elemento sembra appartenere a una memoria condivisa. La casa non appare come una scenografia costruita per un concerto, ma come un luogo realmente abitato. La montagna non è un fondale spettacolare, ma un paesaggio che potrebbe esistere a pochi chilometri dall’arena.

In questo senso il progetto si inserisce in una riflessione sempre più attuale sul rapporto tra design e identità culturale. Per anni molte produzioni live hanno inseguito un’estetica globale e intercambiabile, fatta di linguaggi visivi capaci di funzionare ovunque. La residency di Bad Bunny live compie invece il percorso opposto: più è radicata in un contesto specifico, più riesce a diventare universale.

Foto di STURDY.

Architettura come racconto e tecnologia misurata

L’architettura e il design non vengono utilizzati soltanto per costruire uno spazio performativo, ma diventano strumenti di racconto. La casa, il paesaggio rurale, il cemento consumato, le foglie di platano e la vegetazione tropicale funzionano come elementi narrativi che raccontano una storia di appartenenza prima ancora che uno spettacolo musicale.

Anche la tecnologia viene utilizzata in maniera sorprendentemente misurata. Gli schermi LED e i contenuti visivi non dominano l’ambiente ma si integrano all’interno dell’architettura, lasciando che siano i volumi, i materiali e la luce a definire l’atmosfera. È una scelta che restituisce centralità allo spazio fisico in un momento in cui gran parte delle produzioni contemporanee sembra affidarsi quasi esclusivamente alle superfici digitali.

Foto di STURDY.
Foto di STURDY.

Il risultato è un progetto che supera il concetto stesso di scenografia. Piuttosto che costruire un palco, STURDY. e il team creativo hanno progettato un luogo. Un ambiente che esiste a metà strada tra realtà e memoria, tra architettura e racconto.

Ed è forse proprio questa la lezione più interessante che arriva dalla residency di Bad Bunny. In un’epoca in cui molte esperienze live puntano a essere sempre più grandi, questa produzione dimostra che ciò che resta impresso non è necessariamente la scala, ma il senso di appartenenza che uno spazio riesce a evocare.

Perché a volte il design più efficace non è quello che ci trasporta altrove. È quello che ci ricorda da dove veniamo.

Dentro al design dell’arena portoricana di Bad Bunny live