Era il 10 gennaio 2016 quando a New York, due giorni dopo l’uscita di Blackstar, moriva David Bowie. Oggi, un decennio più tardi, l’influenza dell’artista nella cultura pop contemporanea è evidente: 40 milioni di ascoltatori mensili, presenza nelle playlist più seguite e credits in produzioni televisive – come l’impiego di Heroes (1977) nella popolare serie tv Stranger Things (2016-2025); oltre a film come The Perks of Being a Wallflower (Noi siamo infinito, 2012), e Guardians of the Galaxy (2014), che ne riprendono sonorità e immaginario visivo

In questo panorama, un esempio particolarmente iconico è American Horror Story: Freak Show (2011), stagione che celebra ciò che è fuori dalla norma – proprio come Bowie aveva sempre fatto nella vita. Jessica Lange, nei panni di Elsa Mars, interpreta una versione drammatica di Life on Mars?, trasformando la canzone in parte integrante della narrazione. 

Elsa e i freaks del circo incarnano diversità, marginalità e coraggio, mentre trucco vistoso, capelli eccentrici e abiti teatrali richiamano lo stile glam ed androgino di Ziggy Stardust e del Thin White Duke, evocando un ponte diretto tra l’immaginario più visionario dell’artista e l’estetica contemporanea dello show. I temi alieni e futuristici della serie rimandano ai periodi più “spaziali” della carriera di David Bowie, creando un continuum tra la sua musica, la sua immagine e l’universo narrativo dei freaks, mentre Elsa Mars emerge come protagonista assoluta, guidando i suoi “mostri” in un mondo in cui la diversità non solo è accettata, ma celebrata, ricordandoci che siamo tutti unici, siamo tutti strani.

Camaleontico ed autentico, David Bowie ha attraversato la vita mostrandosi in vesti sempre nuove, ognuna capace di raccontare un aspetto diverso della sua arte e della condizione umana. Ziggy Stardust, con il suo alieno glam, era l’outsider per eccellenza, mentre Aladdin Sane metteva in scena il lato fragile e tormentato della celebrità. Il Thin White Duke incarnava eleganza, controllo e ambiguità, mentre il David Bowie berlinese esplorava sperimentazione e rinascita nel silenzio, tra introspezione e ricerca sonora.

Non si trattava mai di semplici travestimenti: ogni trasformazione era uno strumento narrativo, in grado di portare sul palco temi universali – ed ancora straordinariamente attuali – come alienazione, desiderio, identità, potere e fragilità. In un’epoca di identità fluide e performatività digitale, queste incarnazioni risultano più rilevanti che mai, ricordandoci che cambiare non significa tradire se stessi.

Ecco che Blackstar – venticinquesima ed ultima produzione in studio dell’artista – non è solo un album: è un gesto artistico totale. Bowie, consapevole della propria fine, ha trasformato la morte in linguaggio e in arte. Nei video di Lazarus e Blackstar, il corpo diventa simbolo, il tempo si spezza, e la fine non è conclusione ma passaggio. In un’industria che spesso evita silenzi e complessità, Bowie ha chiuso la sua carriera sussurrando il proprio futuro. E forse è proprio il suo continuo processo creativo, fatto di assemblaggi imprevedibili, contaminazioni e rimescolamenti, che ha permesso alla sua musica di elevarsi oltre la soglia del tempo. 

David Bowie, dieci anni dopo: perché la sua musica continua a vivere