C’è una mostra in cui metti un paio di cuffie con la sensazione di indossare degli occhiali da aviatore, per cominciare a volare sulle ali a motore delle canzoni poesie di Lucio Dalla e Roberto Roversi, tratte da uno dei tre album che il poeta e il musicista firmano, anzi targano insieme: Automobili (1976). Un concept album che oggi rivive nell’esposizione “Lucio Dalla & Roberto Roversi”. Automobili. Un disco” allestita al Museo dell’Automobile di Torino.

Una mostra dietro l’immaginario di Automobili
La mostra ricostruisce la genesi di un’opera che è insieme disco, racconto e atlante dell’immaginario di un paese in trasformazione. Un percorso tra le righe, quelle dei testi manoscritti di Roversi tradotti e trasformati in canzoni da Dalla. I materiali esposti provengono dall’archivio di Antonio Bagnoli, nipote di Roversi: taccuini, lettere scambiate dagli autori e locandine dello spettacolo da cui tutto nasce, “Il futuro dell’automobile e altre storie”, trasmesso dalla Rai nel 1978. Al centro dell’allestimento una Autobianchi Bianchina 4 posti, targata Torino. E il viaggio può cominciare.
Mentre osservi tagli, barrature e scarabocchi, parole che danzano ancora sui fogli, in attesa della forma definitiva, partiture e vocalismi scat esplodono nelle orecchie, in un paio di cuffie da afferrare per entrare nella stanza universo dei due artisti e nell’Italia degli anni Settanta, quella del triangolo industriale, sospesa tra il cortile e la tangenziale, tra la domenica in autostrada e il lunedì in fabbrica.


Ci si sente come dei bambini seduti sui sedili posteriori di un’utilitaria intenti a togliere la condensa dal finestrino disegnandoci sopra storie di gente comune.
Due suore giovani nella due cavalli
Un ragazzotto dentro la Dauphin
Un uomo bianco nella caravella
Altro uomo e donna in una Peugeot
Dietro la due cavalli c’è una Volkswagen
Con dentro una ragazza e un soldato
Certamente sposati da poco
Hanno le spalle bruciate dal fuoco.

Le storie di Dalla e Roversi come riflesso del nostro paese
È proprio questo che Roversi e Dalla fanno mentre giocano con suoni sperimentali e onomatopee poetiche, mentre mischiano parlato e cantato, tracciano cioè nella coltre di fumo abbagliante dei fari di una Fiat, storie vere; bucano col suono l’arcobaleno tossico di anidride solforosa che esce da un motore borbottante, mostrando ciò che sta sotto il pulviscolo sollevato dal mito del progresso: la gente comune, la folla immobile nell’ingorgo del progresso vissuto come religione civile.
Una folla bloccata nel traffico di disastri edilizi, occupazioni operaie, catene di montaggio e grandi migrazioni interne, dalla provincia alla metropoli, dal sud al nord, dal passatismo al futurismo, in un fiat. Una folla sospesa sulla voragine di una scissione profonda: quella tra memoria contadina e futuro industriale. Una frizione troppo forte, da cui deriva l’alienazione, lo snaturamento e lo smarrimento di un Paese che corre senza sapere esattamente verso dove. E’ l’Italia che tenta il sorpasso e ci finisce secca, come una commedia di Dino Risi con finale tragico.


L’automobile di Dalla e Roversi come simbolo di progresso e regresso
Per raccontare questo slancio-schianto, non c’è simbolo culturale e sociale più denso e icastico dell’automobile: i suoi fari sono capaci di illuminare la polvere e di abbagliare accecando. Roversi e Dalla si divertono a smontare questo giocattolino, a fare in mille pezzi i modellini da collezione, per indagarne l’ambivalenza e l’impatto violento.
L’automobile apparse dapprima come un oggetto raro, mitico, leggendario al pari del “Mantovano Volante”, ovvero Tazio Nuvolari, pilota automobilistico che con un’Alfa Romeo di cilindrata inferiore sfidò lo spazio, il tempo e persino il cielo, tagliando sempre il traguardo, almeno così narra la sua leggenda, quella costruita ad hoc dalla propaganda fascista per esaltare la forza, la rapidità e un’Italia che non c’era. Ma i due autori bolognesi vanno oltre, oltre i traguardi e le vittorie apparenti, e con le braccia a penzoloni fuori dal finestrino afferrano credenze e miti comuni raccontandoli per com’erano, realizzando uno schizzo a colori del paese, nitido e immaginifico insieme, e al contempo demistificando per denunciare distorsioni ideologiche, falsi miti e bisogni. Ne è un esempio la canzone Mille Miglia, che prende spunto proprio dalla vicenda del campione Nuvolari.
| Ora Nuvola è dentro al suo trionfomentre Varzi fantastico è secondo; Arcangeli e Campari ritiratiTutti campioni famosi per il mondo Partivano di notte arrivavano di sera dopo mille chilometri di questa fantastica carrera E nessuno poteva direse le macchine correvano per ritornare o per scomparire | Partono a notte fonda coi fari accesi sull’onda dei pioppi in Lombardia e li strappano via Sbuffi di polvere, zaffate d’olio, puzzo di benzina per le strade di un’Italia contadina |


Da oggetto del desiderio a oggetto di massa
Con un salto siamo nel 2000 / alle porta dell’universo, canta Dalla nella bellissima Telefonami tra vent’anni.
Nel 2000, dopo la crisi petrolifera che aveva portato gli italiani a preferire passeggiate a piedi, l’auto diventa definitivamente un oggetto di massa: da oggetto del desiderio collettivo a prerequisito sociale standard, parametro dello status symbol. Ormai è parcheggiata sotto casa, non rappresenta più qualcosa di irraggiungibile che sfreccia su una pista come il pilota superuomo, ormai è l’ingranaggio silenzioso di un ingranaggio ancora più grande, sempre più efficiente, elaborato e soffocante, quanto gli esodi delle ferie estive.
Il motore del 2000
Sarà bello e lucente
Sarà veloce e silenzioso
Sarà un motore delicato
Avrà lo scarico calibrato
E un odore che non inquina
Lo potrà respirare
Un bambino o una bambina


La parabola discendente di un eroe
Ne Il motore del 2000, canzone manifesto dell’album, ma anche ne L’intervista con l’avvocato, in cui Dalla diventa un inviato del fittizio Manchester Guardian, si racconta questa seconda fase culturale dell’automobile oggetto e simbolo come la parabola discendente di un eroe, di un mito appunto, che porta a una serie di paradossi e assurdi rovesciamenti: il sole che si spacca contro il ferro dei gasometri, le auto che tornano a essere rare, rischiando di scomparire come lampare sul mare. Ma il paradosso che comprende tutti gli altri, il bersaglio del poeta e del cantante, il messaggio ultimo dell’album è quello che Roversi e Dalla mettono in versi così:
Noi sappiamo tutto del motore
Questo lucente motore del futuro
Ma non riusciamo a disegnare il cuore
Di quel giovane uomo del futuro
Non sappiamo niente del ragazzo
Fermo sull’uscio ad aspettare
Dentro a quel vento del 2000
Non lo sappiamo immaginare


Un album nato dal futuro
I due autori toccano il cuore violentato dell’uomo e quello già straziato del futuro, esprimono come nessun altro l’assurdo del progresso che avanza a oltranza, senza voltarsi mai per vedere chi e cosa lascia indietro, a metà, dimidiato e incompleto. Il cuore. Il progresso che non ci fornisce più semplici strumenti ma protesi che sembrano diventare gli organi stessi, atrofizzando quelli veri e anestetizzando il cuore, rendendo le mani incapaci di disegnarlo e la mente di immaginarlo.
Per fortuna, qualcuno ha saputo immaginarlo e disegnarlo in tempo, nascondendolo in ogni parola, nota, ritmo, battito di questo album nato futuro, non semplicemente futuristico, e lanciandolo fino a noi. Un po’ ammaccato ma pulsante come non mai, più rombante e incredibile di un’automobile nuova di zecca, perché speranzoso.
Dentro a un’auto scalcinata
Al margine di un campo
Un’autodemolizione
Dentro a quest’auto abbandonata
Due ragazzi seduti
Fitti, fitti, fitti, fitti fanno conversazione
La vita è così vicina
Ogni cosa è ancora da fare
Il futuro è verde, è freddo, è profondo come il mare
Tentano di toccarlo con i loro piedi
Prima di decidersi, decidersi, decidersi a buttare.
Breve nota: Soli 500 metri dividevano Lucio Dalla e Roberto Roversi, Piazza Cavour e la chiesa sconsacrata di Santa Lucia, quando il musicista e il poeta si incontrarono, grazie a Renzo Cremonini, allora produttore di Dalla. Roversi era in un periodo in cui scriveva un romanzo sulle rivolte studentesche e voleva verificare un po’ il “possibile rapporto tra versi e musica”, non nel territorio della poesia ma della musica stessa. Dalla aveva conosciuto il successo nazional-popolare con 4 marzo 1943 e cercava nuovi stimoli.