La grande bellezza (2013) è uno dei film capolavoro del regista Paolo Sorrentino che, in un racconto dal tono malinconico, ci racconta la fine della “corsa” sociale e spirituale di Jep Gambardella (interpretato da Toni Servillo). Il protagonista, sui 65 anni, è un giornalista colto e disilluso che ha scritto un solo romanzo nella sua vita, diventato subito un piccolo cult. Da allora vive immerso nella mondanità romana, tra feste decadenti, intellettuali annoiati e personaggi eccentrici dell’alta società. Attraverso incontri con suore mistiche, artisti falliti, cardinali vanesi, turisti spirituali e nobili decaduti, Jep cerca un senso alla vita, un’emozione autentica, una bellezza, grande e vera.

La pellicola è ambientata a Roma e, in un luogo dove possiamo affermare che ogni angolo sia già un fermo immagine perfetto, un museo a cielo aperto che non disturba ma si connette perfettamente al mondo contemporaneo.

E proprio sull’intera città, il protagonista, ha la fortuna di avere una vista perfetta dal terrazzo del suo lussuoso appartamento.

Ammaliati da questi capolavori di una città Eterna, il regista ci ha incuriosito suscitando in noi una riflessione su quelli che sono i monumenti e i luoghi che ancora oggi dominano Roma, incastrandosi perfettamente con la contemporaneità. Abbiamo quindi pensato di raccontarvela seguendo gli occhi del protagonista e affacciandoci anche noi dal suo terrazzo.

Subito, in controluce, si staglia la cupola di San Pietro, il grande occhio del Vaticano, che, come un filtro sacro sulla skyline profana della città, diventa il simbolo di una spiritualità che Jep non ha più. Icona fissa, anche nello schermo, con la sua forma perfetta e la sua imponenza, la tensione umana verso il cielo, l’infinito, il sublime.

Poco distante, spunta il Tevere, quel fiume che non è più il centro della vita romana ma continua a scorrere trascinando con sé il passato e riportandolo nel presente. 

Tra palazzi nobiliari e pini marittimi modellati dal tempo, compare l’Altare della Patria, spesso deriso dai romani come una torta nuziale fascista, ma che, in questa visione sembra un render il suo bianco una piattaforma sospesa nel tempo. Il Colosseo non si vede direttamente dal terrazzo ma la sua presenza si percepisce ovunque nella città. Simbolo e rudere, attrazione e rovina. 

Si intravede inoltre la Trinità dei Monti e i suoi gradini affollati di persone. Uno scorcio magico dove tutti si fermano a respirare l’atmosfera della città fino a veder spuntare l’alba e con essa trovare una Roma alla luce del giorno successivo.

Anche le terrazze altrui, quelle degli altri personaggi de “La grande bellezza”, sono dei veri depositi museali: ricchi di statue e oggetti kitsch diventano espressione di un’estetica decadente ma che non riesce a morire perché troppo piena di sé.

Jep osserva tutto questo con distacco, ma anche con quella dipendenza che solo bellezza può regalare. E una città come Roma ne è portavoce: Sorrentino, con la sua regia , mix perfetto tra barocchismi e contemporaneità, riesce a raccontarcela come se fosse la prima volta.

Dai rooftop di Roma: gli affacci de “La grande bellezza”