Nel 1994, a Sarajevo, un gruppo di ragazzi suonava funk alternativo nel seminterrato del Club Obala. Intorno a loro, la città era circondata da cecchini, la corrente saltava e il rumore delle bombe scandiva le prove. Si chiamavano Sikter, e sarebbero diventati il simbolo di una gioventù che, invece di arrendersi al silenzio dell’assedio, rispondeva con la musica.
A migliaia di chilometri di distanza, in Palestina la musica è da decenni uno strumento di resistenza e identità.

Da tre generazioni, infatti, i Palestinesi vivono sotto occupazione, una condizione che ha fortemente plasmato la produzione artistica. L’arte palestinese nasce come ribellione contro l’appropriazione e distruzione culturale perpetrata da Israele, e ancora di più oggi, diventa nuovamente un atto di resistenza. Progetti musicali come i DAM o 47Soul creano luoghi di libertà sonora; gli stessi 47Soul, il cui nome si riferisce all’ultimo anno in cui erano ancora aperte le frontiere tra Palestina, Libano, Giordania e Siria, affermano di voler mantenere le loro anime libere dall’occupazione, almeno nella musica.

Durante l’assedio di Sarajevo (1992-1996), «Suonare significava dire che eravamo vivi», ricorda un membro di una delle band, come raccontato nel podcast Sikter del Post. Il club non era solo un luogo di ritrovo: era un gesto politico, un modo per resistere al progetto stesso dell’assedio, che mirava a cancellare la vita sociale, l’incontro e la gioia.

Una dinamica simile si ripete da anni nei territori palestinesi occupati. Dai progetti in Cisgiordania a quelli in territorio israeliano, la scena della musica palestinese e di questa resistenza si manifesta in molti modi. A Ramallah, il collettivo BLTNM, con artisti come Al Nather e Muqata’a, produce musica elettronica e hip hop che raccontano frammentazione e isolamento. A Haifa, gli eventi del Jazar Crew, attivi tra il 2019-2020, hanno cercato di costruire un movimento arabo underground in territorio israeliano, creando un ponte tra le comunità palestinesi divise. 

L’obiettivo comune resta dar vita a una forma condivisa di identità palestinese e raccontare l’occupazione israeliana nei propri pezzi.

Shabjdeed e Al Nather
Foto di Siko Tatour

È un’esigenza che si manifesta con urgenza anche oggi. Le brutalità dell’assedio e del genocidio in corso a Gaza vengono trasmesse e raccontate anche attraverso la musica, come quella di Ahmed Abu Amsha, un insegnante della striscia di Gaza che ha trasformato il suono dei droni in una canzone. Un modo per reinterpretare e contrastare un suono insopportabile, utilizzato da Israele non solo come sorveglianza, ma anche come arma di guerra psicologica.

È una scena che riporta ai Sikter, dove l’assedio di Sarajevo si trasformava involontariamente in colonna sonora. In entrambi i casi, il suono del conflitto viene assorbito e trasformato, rovesciato in creazione. Né i Sikter né i musicisti palestinesi suonano per distrarsi: suonano per restituire senso al caos, per dire che la cultura non è un lusso post-bellico, ma una condizione di sopravvivenza.

La resistenza locale, tuttavia, necessita di un supporto e gesti di risonanza globale, tra questi: la scelta della dj palestinese Sama’ Abdulhadi di ritirarsi dal festival Sónar condannando i legami della manifestazione con la società KKR, indirettamente affiliata a Israele, e il concerto benefico “Together for Palestine, organizzato da Brian Eno. L’evento ha coinvolto artisti come Damon Albarn, King Krule e numerosi musicisti palestinesi, unendo arte, impegno e denuncia per raccogliere fondi destinati alle ONG attive a Gaza.

Concerti come questi (e come quello che Vasco Rossi organizzò nel 1994 a Bologna per Sarajevo) si trasformano in dichiarazioni di alleanza. Sono un sostegno che a volte manca a livello istituzionale, e dove la musica e l’arte diventano atti di pressione politica fondamentali per la libertà delle persone oppresse.

Foto di Luke Dyson

Nel momento che stiamo vivendo, gli spazi digitali e fisici in cui si crea musica si aggiungono ad altri luoghi, come le piazze e le strade piene, diventando sempre più importanti per costruire un’occupazione simbolica in favore di una comunità che deve riappropriarsi del diritto di vivere, ballare, gridare, suonare e affermare il proprio diritto a esistere. È ciò che la musica in Palestina continua a rappresentare: una forma di resistenza culturale, di identità e di speranza condivisa.

Da Sarajevo alla Palestina: musica sotto assedio