In questi ultimi giorni non si parla d’altro che delle parole di Macklemore, del post di Ed Sheeran e di tutti gli artisti che hanno abbandonato il Loop Tour in segno di solidarietà nei confronti dell’artista, ma non solo.
Per farla breve: Macklemore, tra gli artisti di apertura, proietta immagini di ciò che sta accadendo (ormai da troppo tempo) a Gaza durante la seconda tappa del tour, pronuncia un discorso assolutamente personale e si proclama difensore del “Free Palestine”. Robert Kraft, proprietario del Gillette Stadium, insieme all’entourage di Sheeran, costringono quest’ultimo a liquidare Macklemore a causa di un discorso e un atteggiamento non “in linea” con la visione della musica del cantante from UK. Volendo essere ancora più sintetici alla Caparezza maniera “Macklemore non mi piace perché è troppo politico”. Ma lo é stato davvero così tanto?

I commenti che ne sono derivati, compresi la moltitudine di articoli in giro, meme e valanghe di post anti-Sheeran mi hanno fatto riflettere non tanto sul concetto di schieramento (scontato, nel mio caso) tra i due artisti, quanto sulle reazioni alla causa scatenante e il fulcro alla base di tutto. E ho capito che, al di là dei soldi che sicuramente governano il mondo, c’è stata una bella percentuale di paura nella direzione di tutto lo spettacolo.
Kraft e il rapporto con Israele, Ed Sheeran nel perdere la “magia” che si crea durante i suoi concerti di colore verde (coincidenze?), Macklemore di non aiutare abbastanza. Ed è qui che emerge l’evidente squilibrio, proprio dettato dalla paura: c’è chi è sopraffatto dal terrore di perdere ciò che ha costruito durante il tempo e chi, nonostante tutto, decide di sfidare i poteri forti e continuare a tenere fede alla reale natura del senso dell’arte, più in generale e, della musica, nel particolare.

Il rap, così come il punk o la stessa techno, sono tutti generi musicali che nascono da sistemi underground come espressione di denuncia, libertà, protesta e rivendicazione di diritti che, chi dovrebbe tutelarci, in realtà, ci nega spietatamente. Quindi, si arriva a chiedersi: da quando la musica è diventata una bella bomboniera da esporre scintillante sul palco? Da quanto tempo siamo ormai succubi di luci, lustrini, pit super vip e sempre meno legami reali con ciò che si sta cantando e con chi lo sta cantando? Ma soprattutto, da quando siamo tornati alla censura dell’arte?
E no, l’arte non è mai stata solo arte, basti pensare ad autori come Ungaretti, Montale o Saba, giusto per citarne alcuni, che attraverso le loro poesie raccontavano eventi e scenari di morte e paura. Non è forse lo stesso?


Certo, non credo proprio che Ed Sheeran così come il signor Kraft abbiano mai sentito parlare di loro ma se ci si dovesse ancora chiedere, nel 2026, se la musica è apolitica, la mia risposta è no. E non solo per loro, ma per tutti coloro che ancora tengono le mani sugli occhi per far finta di non vedere, proprio come Pink.
Sì, si parla sempre di entertainment, dove l’intrattenimento è qualcosa dedito allo svago perché di problemi, pressing e stress da sopportare ce ne sono già tanti, ogni giorno. Uscire e prendere parte ad uno spettacolo deve essere quella finestra da cui poter respirare e far finta che sia tutto ok, almeno per quel frangente. Ma si può vivere una realtà ignorando la stessa?
Proprio su questo dovremmo riflettere noi privilegiati, noi che possiamo tornare a casa e dormire in un letto, possiamo scegliere (ancora) cosa fare e da che parte stare e affidare le nostre voci. Darle a quelle voci che arrivano più lontano di noi, che raggiungono frequenze più alte, fino alla punta della piramide per poter cambiare le cose.
Ma se col passare del tempo così non dovesse più essere, vorrei non assistere più a quel tipo di musica.