Il 6 e 7 dicembre, al Teatro La Fenice e all’interno dei progetti speciali dell’ASAC – l’Archivio Storico della Biennale di Venezia – è tornato in scena Coro, la monumentale composizione di Luciano Berio. Presentata per la prima volta in Italia alla Biennale del 1976 diretta da Luca Ronconi, l’opera riaffiora ora in una nuova costellazione: accanto alla coreografia del direttore artistico di Biennale Danza, Wayne McGregor, che mette alla prova la musica con un corpo di ballo composto dalle giovani e dai giovani di Biennale College.

Foto di Andrea Avezzù
Courtesy La Biennale di Venezia

Coro: un’opera nel cuore degli anni Settanta

Luciano Berio (1925–2003) è stato uno dei più importanti compositori del Novecento, pioniere nella ricerca sulla voce, sul linguaggio e sulla musica elettronica. Fondatore dello Studio di Fonologia della RAI, ha creato opere innovative come Thema, le Sequenze e la celebre Sinfonia. Con Cathy Berberian formarono una delle coppie artistiche più influenti del secondo Novecento. Il loro rapporto, sentimentale prima, poi soprattutto creativo, fu un laboratorio inesauribile sulla voce: lei, performer visionaria e fuori categoria; lui, compositore che grazie a lei scoprì possibilità vocali radicalmente nuove. Quando Coro debuttò nel 1976, la scena artistica e musicale si trovava in un momento di trasformazione radicale. Siamo negli anni immediatamente successivi al ’68 e alle soglie del ’77: una stagione in cui linguaggi e istituzioni vengono interrogati, scardinati, ibridati. Nasce dunque il desiderio diffuso di collettività, di politicizzazione, di nuove estetiche capaci di accogliere l’esperienza, il corpo e la complessità del mondo.

Sono anni in cui lo sguardo degli artisti si apre con urgenza a culture extra-europee (Africa, Sud America) grazie alle ferventi ricerche dell’etnomusicologia. È un’attenzione che oggi potremmo leggere in modo più critico: uno sguardo a tratti esotizzante, non ancora pienamente consapevole delle dinamiche di potere e appropriazione che oggi interroghiamo con più rigore. Ma negli anni Settanta questa apertura era percepita come necessaria, quasi liberatoria: un modo per sfuggire all’asfissia della tradizione occidentale e cercare nuovi modelli, nuovi ritmi, nuove forme di collettività e di spiritualità sonora.

È in questo clima che Berio concepisce Coro: un’opera-laboratorio che mette in relazione diverse modalità vocali, popolari, colte, rituali, polifoniche, trattando la voce come un campo di forze e non solo come mezzo espressivo. 

Foto di Andrea Avezzù
Courtesy La Biennale di Venezia
Foto di Andrea Avezzù
Courtesy La Biennale di Venezia

Scrive Berio: “Non si tratta solo di un coro di voci e di strumenti, ma anche di un coro di tecniche diverse: dal Lied alla canzone, dalle eterofonie africane (come le ha analizzate Simha Arom) alla polifonia.”

La struttura stessa di Coro parla degli anni Settanta: una narrazione non-lineare, un mosaico di episodi, di tecniche che si affiancano e si contraddicono. L’alternanza tra canti popolari e i versi di Pablo Neruda cerca di restituire così la sensibilità politica del tempo, attenta alle culture subalterne, al lavoro, alla dimensione collettiva del vivere.

Coro come dice Berio: vuole essere un sistema aperto e un organismo politico nella sua capacità di tenere insieme differenze senza appiattirle.

Foto di Andrea Avezzù
Courtesy La Biennale di Venezia

L’allestimento attuale: un dialogo complesso

CORO resta un’opera complessa e stratificata: “inascoltabile” a tratti, ma fondamentale, e perfettamente ascoltabile, se la si riconnette al suo tempo.

Nel dialogo con la coreografia di McGregor qualcosa si sdoppia. L’intreccio tra musica, danza, scenografia e scritte luminose crea un sistema di input molto denso dove ogni layer è interessante, ma la complessità sonora momentaneamente è relegata sullo sfondo, e la partitura si percepisce meno nella sua radicalità di ricerca. La danza rende però l’opera più fruibile, più leggera, nonostante il dialogo più sul didascalico che in ascolto “presente” della materia musicale.

Foto di Andrea Avezzù
Courtesy La Biennale di Venezia
Foto di Andrea Avezzù
Courtesy La Biennale di Venezia

Un eccesso sensoriale che può sovrastimolare, oppure, ed è un altro modo di attraversarlo, si può scegliere di abbandonarsi a un unico flusso, lasciando che un immaginario si apri davanti a noi. Questo immaginario è costruito anche attraverso luci e costumi: i corpi in scena, avvolti in materiali che ricordano a metà tra mute da surf e tutine di Star Trek, evocano con leggerezza un’estetica anni Ottanta. Soggettività, movimenti del corpo e capelli introducono una sfumatura quasi afrofuturista, contribuendo a creare un livello estetico e narrativo che visualizza la complessità sonora dell’opera e tenta di dialogare anche con uno sguardo contemporaneo (di adesso).

Un dettaglio pratico ma non irrilevante: dalle sedute in platea si perdeva una parte importante dell’allestimento. Le scritte proiettate sul palco (che dovrebbero riportare la frase di Neruda: “Venid a ver la sangre por las calles”), le architetture danzate, i disegni nello spazio erano ben leggibili dai palchetti, molto meno dal basso. Questo limite ha inevitabilmente inciso sulla percezione complessiva dell’opera e sul suo delicato equilibrio tra stratificazione e leggibilità. Resta però la qualità dell’esperienza, sostenuta dalla cura artigianale di tuttə lə interpreti coinvolti: dai corpi vocali e orchestrali ai corpi in danza.

A Venezia è tornato Coro di Berio con le coreografie di McGregor